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Ibrahim Maalouf – Tour dates

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In relazione all’articolo del 20 Febbraio, Ibrahim Maalouf: la tromba del Libano http://www.colorsontheloose.wordpress.com/2014/02/20/ibrahim-maalouf-la-tromba-del-libano/ , si segnala la presenza di una tappa italiana tra le date del tour del trombettista libanese. 

1 Maggio 2014 –> TORINO

Molte le date in giro per l’Europa dalla fine di questo mese ai primi di Giugno.

Consultate il sito ufficiale dell’artista www.ibrahimmaalouf.com per ulteriori informazioni e per tenervi aggiornati sulla pubblicazione di altre date per l’estate.

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Ibrahim Maalouf: la tromba del Libano

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bandiera libano

Qualcuno di voi forse avrà memoria di uno dei primi articoli apparsi su questo blog, nel quale protagoniste indiscusse erano la musica e l’anima di Lhasa de Sela, espressione tra le più veritiere e autentiche della sfaccettata e selvaggia road americana. Pochi giorni fa ero, come al solito, in treno e lo shuffle del mio lettore mi regala The living road della de Sela. Non ascoltavo il pezzo da un po’ e questo tempo intercorso tra un ascolto e l’altro mi ha permesso di ri-apprezzare la sua perfezione e di riprovare la delicata soddisfazione di averlo inserito in quel vecchio articolo. The living road ha, secondo me, una completezza perfetta grazie alla voce “vissuta” dell’artista americana, alle atmosfere al gusto di libertà mistica e, soprattutto, alla tromba che si inserisce leggera per poi regalare nel finale sensazioni di rapimento estatico. Ebbene, quella tromba non è di un musicista qualunque; non è suonata in quel modo da un artista fra i tanti; la magia che si scioglie alla fine del brano è merito del libanese Ibrahim Maalouf, uno dei giovani trombettisti più promettenti a oggi sulla scena musicale mondiale. Alla luce di queste considerazioni, è bastato ben poco a farmi annotare sul primo foglietto spurio estratto dalla mia borsa il suo nome, con lo scopo di tributargli una tappa di Colors on the loose

Chi è Ibrahim Maalouf? Un ragazzo nato a Beirut, capitale del Libano, nel 1980, in una famiglia di grandissimi artisti (il padre, Nassim Maalouf, celebre trombettista conosciuto nel mondo della musica classica e di quella araba tradizionale per le sue audaci sperimentazioni sullo strumento) che ha saputo fin dall’inizio comprendere e far sbocciare il suo immenso talento. 

A 34 anni ancora da compiere, Maaloouf si integra perfettamente nel tessuto sociale e culturale francese (la sua famiglia aveva lasciato il Libano allo scoppio della guerra civile); si laurea in matematica; acquisisce una formazione musicale classica e araba tradizionale vastissima sotto la supervisione del padre; stupisce il mondo suonando a soli 15 anni il 2° concerto di Brandeburgo di Bach, dalla maggior parte dei trombettisti considerato probabilmente il pezzo per tromba classica più difficile da eseguire; inizia un’attività di docenza che lo porta a collaborare e a tenere masterclass in tutto il mondo; perfeziona la sua formazione musicale abbracciando anche il jazz e pubblica cinque notevolissimi album. Ho volutamente evitato di dividere questo mirabolante elenco di attività con punti fermi proprio per evidenziare, con una scrittura/lettura tutta d’un fiato, il numero e il tipo di conquiste di questo giovanissimo artista.

Passando ora finalmente alla musica, il primo album di Maalouf esce nel 2007. Ha un titolo evocativo: Diasporas, e il Jazz Magazine ne parla come di una “grande scoperta di rara eleganza”. Da qui, Hashish, splendido esito in note che mette in luce il legame tra l’artista e la tradizione musicale del suo Paese. Ascoltando questo pezzo, ritornano nella mia mente quelle sensazioni di misticismo provate con la già menzionata The living road

Il secondo pezzo proposto in questo omaggio al trombettista libanese è tratto dal suo terzo album: Diagnostic (2011). Beirut, questo il suo titolo. Composizione musicale di estrema raffinatezza che, condensando in sé stilemi classici, jazz e della tradizione araba, dona all’ascoltatore un abbraccio musicale talvolta malinconico talvolta energico, come nella sorprendente parte finale. Il video consente di apprezzare ancora di più il brano per la contestualizzazione azzeccata: Ibrahim Maalouf suona all’interno e sullo scorrere di immagini che ritraggono la sua città di origine, miscela di bellezza e distruzione, di fascino antico e modernità. 

Solo all’anno scorso risale la pubblicazione di Illusions, ultimo album del trombettista. Con una traccia da esso estrapolata si conclude questo articolo. Nomade slang è una canzone che ben sintetizza il talento compositivo, esecutivo e comunicativo di Ibrahim Maalouf. Energia ed eleganza, crossover di generi anche se con un occhio di riguardo al jazz, qui alquanto esplicito, impreziosito dagli immancabili accenni a sonorità orientali, grande trasporto e coinvolgimento, anche in questa versione live per la TV francese.

Enjoy & breathe the colors…

Chemi Sakartvelo : La mia Georgia – Part 2

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bandiera georgia

La colonna sonora del nostro viaggio in Georgia che dura ormai da due settimane si è soffermata, nella prima parte, sul folk tradizionale. Ho già spiegato i motivi della suddivisione dell’articolo. Ora però mi viene in mente quanto, seppur inconsciamente, questa scelta sia stata naturale. Da dove inizia davvero l’espressione musicale più tipica di un popolo? Dove risiede la sua anima in note più autentica e meno contaminata? Dove, se non proprio nel folk?! Si tratta di un pensiero personale, non certo basato su dati scientifici da manuali di storia della musica. Molto semplicemente mi viene da pensare che la culla musicale di tutti i popoli sia proprio quella in cui sono adagiati da anni, da secoli e anche più, melodie, voci, testi e strumenti popolari. Partendo da questa base è possibile compiere un percorso più o meno breve e ritornare al punto di partenza o si può arrivare a raggiungere mete più complesse e orizzonti più ampi, frutti più o meno splendidi dell’incontro tra spirito identitario e combinazioni altre. Questo piccolo trait d’union tra la prima e la seconda parte del racconto musicale georgiano serve a dare una prima pennellata al quadro di artisti che qui saranno raffigurati. La pittura questa volta avrà i colori del jazz, dell’elettro-ambient, dell’alternative, e alcuni di questi colori avranno anche sfumature di forte impegno socio-culturale o di protesta politica. Dico la verità, questo è il tipo di musica che amo di più e, come succede spesso per le cose belle, ho preferito lasciare proprio qui, alla fine di questo cammino, i miei artisti prediletti.

Questa seconda parte, già definita the other side della musica georgiana, prende il via con quella che, in tutta probabilità, è a oggi la cantante jazz proveniente dalla Georgia più apprezzata non solo in patria ma anche nel resto del mondo: Nino Katamadze. Nata nel 1972 ad Adjara, nella Georgia orientale, la sua carriera decolla nel 1990, anno in cui entra a far parte del Batumi Music Institute e da cui inizia a prendere parte a numerosi e sempre più importanti progetti. Dai primi anni 2000 Nino Katamadze riscuote notevole successo e numerosi apprezzamenti e riconoscimenti negli Stati Uniti e in tutto il mondo. La musica della Katamadze è un jazz colorato da sfumature di musica autoctona. Si tratta di una musica complessa, profondamente intellettuale, i cui testi – stando alle fonti – sono spesso introspettivi e filosofici. Mi viene perciò da credere che il jazz georgiano si esprima al meglio proprio attraverso la voce di Nino Katamadze: impeccabile, precisa ma nel contempo decisa e appassionata. Questa è apprezzabile, insieme all’energia e alla simpatia della cantante, nel video di Olei, brano tratto dall’album White (2006), caldamente acclamato dall’ambiente jazz mondiale. 

Dal jazz di Nino Katamadze all’etno-jazz-fusion più spiccato di uno dei miei gruppi georgiani preferiti: The Shin. Considerati tra i migliori musicisti e compositori di tutto il Paese, Zaza Miminoshvili e Zurab Gagnidze formano il gruppo nel 1998 in Germania. A loro, nel 2002, si aggiunge Mamuka Gaganidze. Siamo qui di fronte a un gruppo fortemente incline alla sperimentazione. L’ambiente musicale in cui operano questi artisti è un caleidoscopio in cui convergono un frizzante stile vocale tradizionale, polifonie complesse, virtuosismi, jazz, funk e, a volte, anche flamenco. Le produzioni dei The Shin sono comunque tutt’altro che elitarie o sterilmente fini a se stesse per i troppi tecnicismi. The Shin, cantanti e strumentisti davvero capacissimi, riescono ad avvicinare scenari musicali indubbiamente non semplici all’anima di un numero di ascoltatori che va ben oltre quello che di solito compone un’elite. La band, il cui nome nella loro lingua madre significa “andare a casa”, collabora stabilmente con il Teatro Statale di Tbilisi, per il quale ha composto molte opere originali. Numerosissime le partecipazioni a festival internazionali e innumerevoli le critiche positive ricevute per la loro innegabile originalità e magnetismo di esecuzione. Tutto ciò basterebbe a giustificare la mia predilezione per il gruppo. A questo però deve aggiungersi l’impegno dei tre musicisti in progetti, spesso anche multidimensionali, volti a sottolineare l’importanza non solo culturale ma anche sociale e politica delle collaborazioni tra artisti di diversa nazionalità con lo scopo di promuovere ideali di avvicinamento, comprensione reciproca, condivisione e superamento delle barriere. Inutile dire quanto questa informazione abbia reso definitiva la mia ammirazione nei loro confronti. Tra questi portentosi progetti anche Egari, ideato su dimensione audiovisiva, volto a creare un mix originalissimo di elementi arcaici e moderni, di strumenti caucasici e non, e di armonie georgiane e stilemi jazz. Acharuli, qui in versione live, è esempio magistrale di questo incontro dialogico tra Est e Ovest in quello che è il puro spirito eurasiatico. Il pezzo è a mio parere magnifico, sensazionale in tutte le sue parti, compreso il finale “bidimensionale” a sorpresa. Potrebbe essere solo una mia impressione ma ancora una volta, come prima con la Katamadze, mi colpisce la simpatia, la cordialità e l’atmosfera, per l’appunto, “di casa” irradiate dalla band, qui arricchita da molti collaboratori.  

Il terzo video del post mostra, purtroppo con un fermo immagine, Shota, pezzo molto interessante della band 33a, capeggiata dal carismatico frontman Niaz Diasamidze. Questo gruppo musicale, il cui nome riprende il civico dell’abitazione di Diasamidze a Tbilisi, colpisce per il crossover degno di nota delle sue produzioni. In esse si gustano elementi pop e reggae, miscele di folk impegnato georgiano e francese, parti vocali hip hop e riferimenti alla fusion. Niaz Diasamidze, leader indiscusso del quartetto, quarantenne, premiato nel 2005 al Montpellier International Film Festival per aver scritto la migliore musica per film (la pellicola era Tbilisi – Tbilisi), fonda ormai vent’anni fa i 33a e ne diviene cantante e polistrumentista. Notevole l’inserimento in molti pezzi del panduri, un antico cordofono tradizionale georgiano a 3 corde, suonato nella band da lui stesso. Ho scelto il brano Shota perché penso sia molto bello, costruito su un impianto musicale gentile e talvolta quasi rarefatto che non manca però di una parte intermedia ben più incisiva. Il pezzo fa ascoltare il suono di strumenti tradizionali ma rivela ombreggiature ascrivibili a un certo sound simile di provenienza europeo –  occidentale. 

Prima di passare all’ultimo artista, per tanti motivi il mio preferito, ci tengo a fare un cenno a un duo appena nato. The Bearfox è il nome scelto da Irakli Man e Merab Nutsubidze per il loro progetto musicale sperimentale inquadrabile, se proprio ciò è necessario, nel macrogenere indie-elettro-ambient. Sentimenti semplici e positivi, umiltà artistica e suoni della natura sono gli ingredienti con cui questa coppia di artisti di base a Tbilisi sta imboccando il sentiero avventuroso della musica. All’attivo hanno ancora soltanto due pezzi. Condivido qui il primo, Holding you, perché secondo me un certo potenziale c’è. 

Questa lunga avventura musicale attraverso la Georgia volge ormai al termine. Per quanto mi riguarda, non c’è modo migliore di concluderla se non attraverso il riferimento a quello che può essere definito un Artista a tutto tondo. Ho ascoltato molta musica georgiana ultimamente e sono giunta alla conclusione che il panorama, per così dire, alternativo di essa sia sintetizzabile nel nome di Irakli Charkviani. Scorrendo la sua biografia, ancor prima di avviare un approccio alla sua musica, Charkviani appare come una sorta di essere mitologico. Nasce a Tbilisi nel 1961 da una famiglia agiata intrisa di grande cultura: il padre era un giornalista affermato e ambasciatore georgiano nel Regno Unito; il bisnonno era stato un grandissimo artista. Si laurea in letterature occidentali e americane e diventa così poeta, scrittore e poi anche musicista e compositore. Nel 2006, la morte, ufficialmente per problemi cardiaci ma nella realtà ancora poco chiara, tra sospetti di overdose e suicidio. Tutto ciò basterebbe ad avvolgere la sua persona in un velo di conturbante mistero. Prima ancora di avvicinarsi alla sua arte, musicale o letteraria che sia, il suo personaggio, conosciuto con il soprannome di Mepe (il re), incuriosisce tremendamente. Il suo esordio musicale è databile intorno al 1976, anno in cui prende parte al progetto indie-rock Arishi. Dagli anni ’80 musica e letteratura camminano mano nella mano nella sua carriera: da un lato il suo repertorio in note si arricchisce di composizioni sempre più complesse impregnate di accattivante psichedelia e dall’altro la stampa letteraria georgiana pubblica una serie di sue liriche dal gusto audacemente e pericolosamente sovversivo e ribelle. Negli anni ’90 diventa ormai l’artista georgiano “underground” più importante e particolare, grazie anche alla creazione di progetti che lo portano a esibirsi in Russia e nel resto dell’Europa orientale. Nell’arco di tempo che va dal 1993 al 2004, poco prima della morte, pubblica i suoi interessantissimi quattro album da solista. L’ultima notizia su di lui risale al maggio 2013 quando, a 7 anni dalla scomparsa, viene insignito post mortem del prestigioso premio Rustaveli per aver significativamente contribuito allo sviluppo della cultura georgiana contemporanea. Ascoltare la musica di Irakli Charkviani non è affar semplice: la sua poetica eccentrica si amalgama a composizioni vertiginosamente eclettiche che miscelano alternative rock, blues, musica elettronica, jazz e hip hop. Detto questo, non stupisce come ogni brano sia diverso dal precedente. Districandomi nel suo repertorio, ammetto di essere stata preda di un “effetto sorpresa” continuo.  Non riesco a esprimere fino in fondo quello che la musica di questo artista rappresenti per me: percepisco con essa un legame profondo. In generale ci sono sonorità che sento particolarmente mie. Le sue canzoni hanno quasi sempre delle venature malinconiche velatamente grunge, oserei dire, che entrano ogni volta elegantemente nella mia anima e la abbracciano senza più lasciarla andare. Le due canzoni che seguiranno ora sono state scelte tra le tante che hanno avuto su di me un impatto emotivo molto forte.  La scelta, devo ammetterlo, è stata fortemente influenzata da vicende personali speciali ma, a mio parere, questi pezzi traducono in realtà l’anima del Mepe. La prima canzone, Suls mogcem (Ti darò la mia anima), è una canzone d’amore. E’ un pezzo semplice: chitarra scarna e voce splendidamente e sentitamente imprecisa. Un’interpretazione intensa per una canzone d’amore a tratti mesta ma mai melensa. 

Summa perfetta di canzone “crossover” alla Charkviani, impreziosita dalla voce della moglie e da toni psichedelici che rimandano all’India anche nel testo, Istorias, pezzo contenuto nell’album Amo (2001). Qui il video mostra una notevole versione live che consente di apprezzare al meglio tutto il carisma dell’artista. Io non aggiungerei altro, considerando anche il mio coinvolgimento emotivo totale. Lascio a voi le ultime considerazioni e il compito di tirare le (vostre) somme di questa tappa piacevolmente prolungata di Colors on the loose in Georgia. Per quanto riguarda me, riparto soddisfatta e con un corposo bagaglio di emozioni. Sulle note di Istorias, arrivederci a presto, chemi sakartvelo, e… sì, arrivederci a tutti!

Enjoy & breathe the colors…

P.s. Ringrazio ancora di cuore i miei amici e amiche georgiane ma soprattutto la persona speciale che mi ha “iniziato” agli artisti presenti in questa parte di articolo e che mi ha permesso e permette di vivere la Georgia pur rimanendo sempre in Italia

“Viaggio di andata, senza ritorno” – Livorno secondo Bobo Rondelli

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bandiera italiana

Pensando alle eventuali rotte che Colors on the loose avrebbe seguito nelle sue avventure, non mi era mai venuta l’Italia. L’obiettivo principale, quello di andare alla scoperta delle musiche del mondo, sembrava quasi escludere a priori il soffermarsi, di tanto in tanto, sugli esiti musicali del nostro Paese. A distanza di qualche mese dall’inizio della “navigazione”, questa, chiamiamola, posizione sembra iniziare un po’ a vacillare. Perché non includere anche l’Italia tra le varie tappe di questa peregrinazione musicale? Solcare le nostre coste, per quanto raramente, può aiutare a respirare la ricchezza culturale dei nostri territori – quella che riesce ancora a sopravvivere! – apprezzandone le varianti popolari e gli esempi cantautorali impegnati locali. Avverto coloro che ogni tanto incrociano la nostra nave che non sarà, questa, una cosa frequente, soprattutto perché non sono una grande conoscitrice delle diverse realtà musicali regionali, e ne approfitto, anche per questo, per chiedere a voi qualche suggerimento per post futuri sul nostro Paese. Per ora, vediamo cosa succede questa settimana…

…scrivo da Via dell’Angiolo, a due passi, non metaforici, da Via Grande e da Piazza della Repubblica. Chiunque sia stato a Livorno, riconoscerà questi posti e saprà che qui si è in pieno centro città. Livorno e la Toscana. E’ tanto tempo che ci vengo almeno un paio di volte all’anno e, per certi versi, anche questi luoghi sono un po’ casa mia. Conosco abbastanza bene questa regione per apprezzarla in tutti i suoi aspetti: da quello collinare dagli splendidi paesaggi da tele su cavalletto e dalle ottime produzioni vinicole a quello marittimo della lunga costa tirrenica con le tante isole e isolette, passando per quello storico-culturale delle meravigliose città d’arte. Livorno è un ottimo esempio di marina toscana. Entrando in città da sud, le scogliere che decorano il profilo cittadino, sebbene le conosca ormai molto bene, riescono ancora a togliermi il fiato, soprattutto in certe ore al tramonto. Rimarrei ancora sempre molto tempo sulla maestosa Terrazza Mascagni, in pieno lungomare livornese, a osservare, nelle giornate di particolare nitidezza, le sagome delle isole che si stagliano di fronte. Siamo in una città portuale, per questo, colorata e colorita, ricca di etnie diverse, attraversata da un lieve caos folkloristico, e nella cui aria si percepiscono i passaggi dei flussi di persone giunte e ripartite, nella storia, da questo porto. Una città semplice, popolare e proletaria, senza troppi orpelli, e dalle rosse radici politiche ancora, per fortuna, fortemente sentite. 

Affacciandomi alla finestra di questa viuzza centrale, scorgo il traffico e il passeggio della via principale, vedo i gabbiani svolazzare a ricordarci che qui siamo in una  città di mare e, spesso, ammiro aggirarsi, proprio qui giù, con fare semplice ma vivace Bobo Rondelli, cantautore celeberrimo qui per i concittadini e ambasciatore dello spirito livornese in giro per l’Italia. Se l’artista non ha certo bisogno di pubblicità in questa regione, merita sicuramente di “essere diffuso” al resto del Paese – per chi ancora, ovviamente, non lo conoscesse. E’ a lui e a questa città, che mi “ospita” da anni, che dedico questo post! Ma chi è Bobo Rondelli

Roberto Rondelli – credo comunque nessuno qui lo identificherebbe immediatamente sotto questo nome! – nasce qui a Livorno esattamente 50 anni fa anche se a vederlo, onestamente, non si direbbe. Il suo fare da ragazzo ribelle gli toglie qualche annetto. Ha ormai alle spalle una carriera ventennale che, iniziata con vari gruppi, primo fra tutti Ottavo Padiglione, prosegue tra album solisti e collaborazioni con altri artisti. Se affidare a un genere specifico la musica di Rondelli non è impresa proprio facilissima, muovendosi essa sinuosa tra canzone d’autore, jazz, reggae, musica balcanica  e swing, molto più chiaro è ciò che traspare dai suoi testi, spesso condensazioni delle tipicità di una città che, nonostante un’identità forte e fiera, si è trovata ad affrontare, e lo fa ancora, tante difficoltà. Tutta la produzione musicale del cantautore è attraversata dall’anima livornese, presente nei titoli e nei temi affrontati in molti brani e album. Il nome stesso del gruppo in cui Rondelli ha suonato e cantato fino, approssimativamente, al 2000, Ottavo padiglione, fa riferimento a uno dei reparti che erano presenti nell’ospedale psichiatrico della città. Ascoltare le sue canzoni è uno dei modi migliori per conoscere Livorno. Per questo motivo, ho scelto come primo video da mostrare, non un brano vero e proprio, bensì un piccolo frammento tratto dal documentario girato dal celebre regista, sempre livornese, Paolo Virzì, e dedicato proprio all’amico cantautore. E’ un estratto di appena due minuti, molto divertente, in cui i due fanno un giro in macchina in città ricordando Gigiballa, un orso che, anni fa ormai, viveva nello zoo cittadino e che aveva conquistato tutti con il suo particolarissimo “verso”. 

Chiunque a Livorno, tranne forse i giovanissimi, ricorda quest’orso, tenuto in cattività, sfruttato e, per questo, sofferente. Bobo Rondelli gli dedicò questa canzone esattamente 20 anni fa. Essa è presente nel primo album, omonimo, pubblicato come Ottavo padiglione. E’ una ballata, dagli accenni folk e, a tratti gitani, e dal testo che ispira tenerezza e tristezza e che ricorda e denuncia le condizioni in cui versava l’animale. Nel video tratto da L’uomo che aveva picchiato la testa di Virzì si può sentire, non in altissima qualità, un assaggio del pezzo. Devo dire che si tratta di uno dei miei preferiti in assoluto e avrei potuto postarlo integralmente. Il frammento tratto dal documentario mi sembrava, a ogni modo, perfetto in veste introduttiva alla musica e alla personalità del cantautore e, più in generale, alla città. Gigiballa è un pezzo della memoria livornese reso immortale da un brano sofferto e intenso che riproduce il verso di lamento dell’orso e fa luce, nel contempo, su uno dei tanti aspetti difficili della città. 

Nel corso della sua lunga carriera Rondelli si è avvalso di collaborazioni con diversi ottimi artisti, primo fra tutti il grandioso maestro Stefano Bollani che ho avuto il piacere di apprezzare in un MAGNIFICO concerto lo scorso luglio nello storico teatro Petruzzelli di Bari. Bollani, che ha anche ospitato Bobo nel suo programma tv Sostiene Bollani, ha prodotto, arrangiato e suonato in tutti i pezzi del disco Disperati, intellettuali, ubriaconi, uscito nel 2002 e secondo da solista del cantautore. Tra i brani presenti nell’album, una versione riarrangiata de I Vitelloni, pezzo del 1995, comparso per la prima volta nel secondo album dell’Ottavo padiglione, Fuori posto. Si tratta di una canzone in pieno stile “rondelliano”, in cui si mescolano ritmiche e fiati dal sapore balcanico e testi canzonatori e profondamente irriverenti. 

Dopo alcuni anni di silenzio, nel 2009, Rondelli ritorna con uno dei suoi dischi più maturi e più riflessivi, Per amor del cielo. E’ un album più introspettivo in cui il cantautore si lascia andare a sonorità più malinconiche e intime, attraverso cui canta l’amore per la sua città e le tante problematiche che questa, quotidianamente, cerca di fronteggiare. Esempio rappresentativo, il brano Madame Sitrì, dal nome di una maîtresse realmente esistita in passato in questa città. Nel video, la voce di Rondelli, cavernosa ma dolce come i fiumi di vino che scorrono tra le varie, tante, osterie livornesi, si muove su alcune belle immagini della città e racconta una storia di mare e marinai e di tutto quello che c’è intorno, nel pieno spirito di una città portuale che tante e tanti ne ha visti arrivare, passare e ripartire.

Bobo Rondelli mi piace per la sua musica e per i suoi testi, per il suo atteggiamento spontaneo e genuino che traspare dai suoi live entusiasmanti e molto coinvolgenti. Qualche anno fa ho avuto il piacere di assistere a un suo concerto a Lari, piccolo, molto piccolo, paesotto in provincia di Pisa. Un live divertente e di alta qualità nella piazzetta di questa rocca adagiata su una collina e animata, in quell’occasione, da una bella atmosfera carnevalesca da fiera paesana. Davvero un bel concerto, intenso e soddisfacente. Anche se non tratto da quella serata, il prossimo video mostra Bobo eseguire Non voglio crescere mai, cover di I don’t wanna grow up del musicista americano Tom Waits. La versione del cantautore è diventata un vero e proprio inno di protesta contro le brutture del nostro Paese e contro le assurdità vere e proprie che sono entrate nella nostra cultura, quella italiana in generale, da un po’ di tempo a questa parte. In passato, altri cantautori italiani avevano provato a tradurre il pezzo di Waits ma con esiti poco felici. Rondelli invece è riuscito a rendere la canzone quasi “italiana” e il testo di denuncia è semplice, essenziale, corrosivo e senza peli sulla lingua, proprio come lui. 

Ultimamente Bobo Rondelli collabora con l’Orchestrino, band di fiati e strumenti ritmici che spazia dal jazz al blues e con una forte inclinazione per l’improvvisazione libera. Insieme hanno realizzato proprio quest’anno il disco A famous local singer, un assaggio del quale si può apprezzare nel pezzo Puccio Sterza. Il nome del brano, che a molti potrà sembrare singolare, qui a Livorno, in realtà, rappresenta qualcosa di stranamente illustre. Sul muro che fiancheggia un curvone all’ingresso della città da sud, da anni compare questa scritta. Ogni volta che qualcuno, forse il comune, la cancella, qualcun altro la riscrive. Non sono ancora riuscita a scoprire quale storia o leggenda si celi dietro questa cosa ma, ancora ora, tutte le volte che passo da lì, questa sorta di “motto” mi fa sorridere. In questo pezzo, quindi, come negli altri, si ritrova qualcosa di rappresentativo di questa terra. 

Per concludere questo lunghissimo, non me ne vogliate, articolo, un ultimo piccolo aneddoto. All’inizio di luglio di quest’anno, nella calura di un mezzogiorno barese, io e una mia amica, passeggiando e chiacchierando, sentiamo note musicali venirci letteralmente incontro. Non potete immaginare quale enorme sorpresa abbia avuto vedendo che la band che suonava camminandoci incontro era proprio l’Orchestrino con a capo proprio Bobo Rondelli che cantava nel suo megafono. Il gruppo, itinerante per le vie centrali di Bari, è riuscito a formare dietro di sé una vera e propria processione di gente incuriosita e divertita. Per me è stato un po’ come essere a Livorno pur essendo a Bari, in un mix perfetto delle mie due “città di adozione”! Chiudo inserendo qui una foto, per quanto di bassa qualità, strappata a Bobo e all’Orchestrino in un momento di sosta in Piazza Cesare Battisti. Quella sera il gruppo avrebbe suonato sempre a Bari, prima di ripartire per un tour che li ha portati, per tutta l’estate, in moltissime città italiane. E chissà che non capitino, prima o poi, anche dalle vostre parti!

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Enjoy and breathe the colors..

Hiromi Uehara – tour in Europa

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Dopo aver preso parte all’Umbria Jazz anche quest’anno e dopo altri concerti in Italia – siamo arrivati tardi con le segnalazioni a noi più vicine 😦 – Hiromi sarà di nuovo in Europa dall’inizio di novembre fino a pochi giorni prima di Natale con date in Spagna, Belgio, Olanda e con un vero e proprio fiume di concerti in Germania. Tutte le info sulle venues e le date del tour sul sito ufficiale della pianista. Se siete giunti su questo blog direttamente da questo post e non sapete di chi stiamo parlando, date un’occhiata all’articolo sulla musica giapponese presente nella sezione Asia. 😉

Canzoni in ♪ sol… levante.

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Bandiera giappone

Here we go again! Si riparte e, onestamente, non vedevo l’ora. La pausa di Ferragosto ha affollato le idee, moltiplicato il numero delle ipotetiche destinazioni e fornito parecchio materiale. Bisognava riprendere la navigazione per sbrogliare la matassa e continuare questo viaggio musiculturale che, per le sue caratteristiche, è infinito – nell’accezione migliore che questo aggettivo possa avere. 

Dato il ventaglio di possibili tappe venutosi a creare, la scelta è ricaduta su quella, per me, più difficile da trattare: il Giappone. Prima nazione a venirmi in mente mentre pensavo a quale luogo mi sarebbe piaciuto dedicare il primo post del “dopo vacanze”, si è rivelata, nel contempo, estremamente complessa, date le mie – devo ammetterlo! – scarse conoscenze in merito. Ho deciso, a ogni modo, di non rimandare questa tappa e di dare il via a un’esplorazione. Sono molto contenta di non aver abbandonato l’idea perché questo articolo è frutto di due piacevolissime scoperte. 

Quando penso al Giappone mi viene in mente – perdonate gli eventuali luoghi comuni – una sorta di entità ambivalente, caratterizzata da un’alternanza sorprendente tra un aspetto antico, tradizionale in un senso quasi rigido, spesso definito da immagini di piccoli templi solitari e abiti meravigliosi, e un altro violentemente moderno, preda di ritmi frenetici, quasi robotico. Ad affascinarmi è la compresenza di queste due anime così distinte eppure così apparentemente ben integrate. Per questo motivo ho deciso di scrivere, in questo post, di due esiti musicali parecchio differenti, frutti tuttavia della stessa società culturale giapponese.

La prima scoperta musicale fa riferimento agli Shang Shang Typhoon, band attiva dalla fine degli anni ’80, composta da diversi elementi tra cui due cantanti dalle accattivanti vocine quasi stridule e da un leader tanto creativo da suonare il sangen, sorta di banjo a cui sono state impiantate le corde dello shamisen, leggendario strumento tradizionale nipponico. La canzone che propongo di seguito, purtroppo in versione statica da disco, è quella che mi ha portato a conoscere il gruppo. Pezzo estremamente orecchiabile, il cui titolo in italiano corrisponderebbe all’esortazione “balliamo!”, colpisce per il motivetto allegro e perché dà già un’idea delle caratteristiche musicali della band, assimilabili, almeno in parte, alla musica folk tipica di Okinawa, nell’estremo sud del Paese. 

La musica degli Shang Shang Typhoon è un piacevole mix di elementi differenti, dal rock al reggae, con una spiccata inclinazione per il folk tradizionale giapponese, in patria chiamato min’yo, equivalente nipponico del country statunitense. La band ha avuto riscontri positivi anche fuori dai confini nazionali, arrivando a esibirsi perfino in Europa. L’aspetto “live” ha suscitato la mia curiosità. Pare il gruppo sia famoso per le scelte originali delle venues dei concerti: mercati ittici, templi, cimiteri e cantine di sakè, il tipico alcolico giapponese. Il video che segue mostra il gruppo durante uno show dal vivo. Non è stato possibile trovare una traduzione in italiano del titolo del brano ma il video ci consente di apprezzare la scenografia artistica e i costumi tradizionali indossati dai componenti. 

Con una brusca virata passiamo dalle canzoni abbastanza tradizionali degli Shang Shang Typhoon a un pezzo più, si potrebbe dire, universale, testimonianza di quel Giappone non troppo lontano dal cosiddetto Occidente.  A fare da trait d’union tra Est e Ovest, il genere musicale in questione: il jazz. Se questo poco e niente sembra avere a che fare con la cultura giapponese, così non è per l’artista che ci apprestiamo a scoprire: Hiromi Uehara, nata e cresciuta nella cittadina di Hamamatsu, sud-est del Paese.

Hiromi, 34 anni, musicista da sempre, collaboratrice di jazzisti di fama mondiale come Chick Corea e Stanley Clarke, si forma al prestigiosissimo Berklee College of Music di Boston e dal 2003 porta in giro per il mondo il suo incommensurabile talento e le sue composizioni dal particolare gusto fusion. Osservandola in alcuni video live, colpisce la sua bravura indiscussa ma anche e, soprattutto, la carica di sensibilità e di energia che dalle dita dell’artista giapponese si trasmette ai tasti del pianoforte per poi arrivare direttamente all’ascoltatore, in tutta la sua purezza. Il video scelto mostra l’esibizione di Now or never, pezzo tratto dall’album Voice (2011), eseguito in trio con il batterista Simon Phillips e il bassista Anthony Johnson. Non è un ascolto facile ma è sicuramente rappresentativo dell’anima musicale e umana di Hiromi, orgoglio musicale giapponese nel mondo. 

L’articolo si chiude qui, dopo aver illustrato, seppur brevemente, due aspetti musicali nipponici. Sta a voi scegliere quale dei due preferire o se apprezzarli entrambi, nella loro diversità. Resta il fatto che il Giappone, come tutte le nazioni, non ha deluso. Il veliero di Colors on the Loose può, quindi, rimettersi a navigare soddisfatto. 

Enjoy and breathe the colors.