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Memorie di Natale… e tanti auguri!!!

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21 dicembre 2014. E’ quasi Natale, decisamente! Siamo più nel nuovo anno che in questo che stiamo lasciando, ormai! Per la seconda volta mi appresto, con piacere rinnovato, a fare a tutti voi, lettrici e lettori affezionati e occasionali, i miei più grandi auguri. Vorrei, per me e per tutti voi, per Natale e per il prossimo anno, un pacco pieno di buone notizie. Non per forza di quelle che cambiano la vita. Basterebbe una dose consistente di quelle che riscaldano le giornate con i colori della speranza e che generano primavere dell’anima. Speriamo bene! Questo è il mio primo, sincero augurio per ognuna e ognuno di voi. 🙂
Qui, però, siamo a bordo di Colors on the loose e sappiamo bene che il modo migliore per apprezzare e celebrare le festività e per gioire della condivisione di pensieri, idee e auguri è per mezzo della musica. Quest’anno ho deciso di dedicare qualche riga in più al “post natalizio”. Come vedrete, la sequenza dei brani – molti! – sembrerà essere priva di nesso logico, così come la scelta delle nazioni. Ebbene, questo articolo è nato sulla base di due idee molto semplici, chiaramente personali. Idea n. 1: si dice che a Natale “siamo tutti più buoni”. Io ho deciso di essere più libera e di scrivere e condividere musica con voi, travolta dal flusso dei ricordi, anche musicali, che questo periodo dell’anno fa riaffiorare sempre con grande forza. Da qui una playlist assolutamente personale e, apparentemente, senza logica. Idea n.2: Natale e Capodanno sono feste celebrate quasi in ogni angolo del mondo. Siano esse momenti della più sentita tradizione religiosa o pretesti dei non credenti per condividere e sentirsi più uniti, le feste di fine anno conservano sempre grande fascino. Sono culla di bilanci e di speranze, di malinconie e di gioie. Sono momenti irripetibili, sebbene possano sembrarci “sempre uguali”, nei quali ciò che lasciamo e ciò che ci prepariamo ad accogliere è sempre diverso dall’anno precedente. In qualsiasi modo e con qualsiasi spirito si scelga di festeggiare, la musica non risparmia nessuno. Essa è presente sempre – e menomale! – e costruisce la colonna sonora di ciò che viviamo e la melodia su cui si innestano i nostri pensieri. E’ così tutto l’anno ma in questo periodo ancora di più. Alcune canzoni natalizie, cantate e rivisitate a tutte le latitudini, ne sono la prova. 

Partiamo,dunque! Ho scelto di organizzare i contenuti in un elenco, per chiarire meglio i pensieri e per mettere ancora più in risalto i pezzi. Seguirò un mio personale ordine cronologico, almeno per un po’. A voi poco importa. Importerà, spero, leggere e ascoltare e, sulla base di questo, costruire i vostri ricordi musicali natalizi e di fine anno.

N.1 Tu scendi dalle stelle (Italia)

Nel mio piccolo paesino del sud, si usava e si usa tuttora cantare questa canzone della tradizione la notte di Natale. Quando ero bambina, queste note accompagnavano sempre la nascita del Bambino nel presepe di casa. Ora non la canto più come un tempo ma ascoltarla mi riporta indietro a momenti di dolce ingenuità infantile e di ignara felicità. Qui ho scelto una versione soltanto musicale, per zampogna e ciaramella, strumenti antichi che ho sempre amato. 

N.2 All alone on Christmas (USA)

Come tutti i bambini e le bambine, anche io adoravo guardare e riguardare i film Mamma, ho perso l’aereo e Mamma, ho riperso l’aereo. Mi divertivo con le avventure di quel birbante di Kevin McCallister (Macaulay Culkin) ma soprattutto apprezzavo tantissimo le canzoni, rigorosamente natalizie, che ne facevano da sfondo. Una di queste, tratta dal secondo film, è sempre stata in cima alle mie preferite. Eseguita dalla cantante afroamericana Darlene Love, All alone on Christmas, sebbene non conosciutissima come altre canzoni natalizie made in USA, rimane una delle mie canzoni preferite del periodo, per la sua energia trascinante nonostante il testo velatamente malinconico.

N.3 E così viene Natale (Italia)

Nel 1993 in casa mia, dove la musica non è mai mancata, arrivò la musicassetta di Walzer d’un blues degli Adelmo e i suoi sorapis, supergruppo composto tra gli altri da Maurizio Vandelli, Fio Zanotti, Dodi Battaglia e Zucchero. Avevo solo 8 anni ma ricordo ancora oggi quanto mi piacesse ascoltare quel disco, ancora molto valido e consigliato. Il primo pezzo dell’album, qui proposto, era tra i miei preferiti all’epoca ed è rimasto tuttora un pezzo da me molto amato, anche per il testo simpaticamente irriverente. E ogni anno ritorna con tutto il suo spirito non convenzionale!

N.4 O Tannenbuam (Germania)

Quando eravamo ragazzine, io e mia cugina preparavamo degli spettacolini da offrire ai nostri (poveri!) parenti crollati sui divani nel tragico momento del post-pranzone natalizio. Cantavamo e ballavamo per loro. La nostra passione per le lingue, già fervida all’epoca, ci portò a improvvisare l’esecuzione in lingua originale di alcuni pezzi. Ricordo che ci improvvisammo germanofone con una versione domestica di questo classico della tradizione natalizia tedesca. Decisamente meglio riascoltarlo qui nella versione della soprano Diana Damrau. 😀 A ogni modo, un caro saluto a mia cugina… con un po’ di nostalgia! 

N.5 Please, come home for Christmas (USA)

Crescendo, è diventato sempre più un rito per me allestire albero e presepe in casa, già alla fine di novembre. Un bel po’ di anni fa, decisi di preparare un CD con le canzoni a tematica natalizia nelle versioni da me preferite, che potesse costituire il sottofondo migliore al momento degli addobbi. Nella tracklist non poteva mancare questo pezzo, scritto dal bluesman Charles Brown nel ’60, nella splendida versione degli Eagles

N.6 Douce nuit (versione nel francese della Martinique)

Giunta all’età adulta, ben ferrata sul panorama musicale natalizio, spinta dalle mie passioni di cui Colors on the loose è una dimostrazione, sono andata alla ricerca di versioni “più locali” di questi classici. I risultati mi hanno portato alla conoscenza di rivisitazioni dalle sonorità estremamente interessanti perché impreziosite dalle particolarità musicali delle diverse culture. La prima che voglio condividere con voi è la versione in francese del classico tedesco Stille Nacht, realizzata da Kali, musicista valido e impegnato della Martinique, che ha saputo riprodurre il celebre pezzo nell’atmosfera dello zouk, stile musicale tipico delle Antille francesi

N.7 Los Reyes Magos (versione argentina)

In lingua spagnola, non potevo non inserire un pezzo cantato dalla bravissima e mai dimenticata artista argentina Mercedes Sosa, alla quale tempo fa ho dedicato proprio su questo blog un articolo. Il pezzo conserva, grazie anche alla voce carismatica della Sosa, sonorità quasi monumentali e piene di fascino che ripercorrono la storia dei tre re magi.

N.8 O Holy Night (versione della Tanzania)

Alla metà del XIX secolo il compositore francese Adolphe Adam scriveva quella che per me è tra le composizioni natalizie più dense di significato e più musicalmente commoventi. Mi piace sempre, in tutte le lingue e quasi in ogni versione ma trovo questa versione della Tanzania a opera dell’artista Usiku Mtukufu traboccante di umanità e di pathos, esaltati dai ritmi e dai colori tipicamente africani.

N.9 White Christmas (versione portoghese)

Scoperta in questi ultimi giorni la versione leggera e piacevole in lingua portoghese di un altro classico del periodo. 

N.10 Kakhuri Mravalzhamieri (Georgia)

N.11 Alilo (Georgia)

Volgendo al termine dell’articolo, arrivo anche alle memorie più recenti. Con le due canzoni tradizionali georgiane che compariranno di seguito è possibile lasciarsi trasportare da una spiritualità intensa che rivive nell’architettura vocale straordinaria delle voci di una terra da tempo immemore culla di grande profondità religiosa e carica spirituale. La prima canzone, Kakhuri Mravalzhamieri, eseguita dall’ensemble vocale Basiani, si ripropone tradizionalmente ogni anno in occasione del capodanno e contiene auguri profondi, che mirano all’anima. Il secondo pezzo, Alilo, è invece tipico del Natale, festeggiato in Georgia e in gran parte del mondo ortodosso il 7 gennaio. Cantata soprattutto dai bambini, celebra la venuta al mondo di Gesù. Ringrazio il mio adorato marito per avermi fatto conoscere queste chicche musicali tradizionali e tanto altro!

N.12 Feliz Navidad (nella versione dei Playing for change)

Ora sono davvero giunta alla fine di questo racconto natalizio in musica. Per quello che è lo spirito di Colors on the loose avrei voluto inserire ancora più popoli, lingue e tradizioni. Ho fatto delle scelte, dettate dalle mie memorie, che spero siano piaciute e, come detto al principio, abbiano innescato in tutte e tutti voi una spirale di ricordi simile seppur differenziata in base alle vostre esperienze personali di vita. Ho pensato che il modo migliore per includere tutte le nazioni e tutti i popoli in un unico augurio musicale fosse quello di approfittare dell’ennesimo contributo speciale elaborato dai componenti del progetto Playing for change. Già precedentemente trattato in un altro post di questo blog, il progetto si propone di unire persone e musicisti di tutto il mondo attraverso la musica, la risorsa più importante da opporre a tutte le “cose brutte” che continuano a infestare il nostro pianeta. Qui i componenti del progetto augurano a tutte e tutti noi delle buone feste riproponendo Feliz Navidad, pezzo scritto da Josè Feliciano nel 1970 e rimasto nel cuore di tutti. 

Vi lascio così, su queste note e augurando ancora a ognuna e ognuno di voi un buon Natale e un felicissimo – e speriamo migliore – anno nuovo!!! 🙂 🙂 🙂

Merry Christmas and Happy New Year!

Joyeux Noel et bonne année!

გილოცავთ შობა-ახალ წელს!

Frohe/Fröhliche Weihnachten und gutes Neues!

¡Feliz Navidad!  ¡Feliz Año Nuevo!

………………………………………………………………………… 🙂

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Chemi Sakartvelo : La mia Georgia – Part 2

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La colonna sonora del nostro viaggio in Georgia che dura ormai da due settimane si è soffermata, nella prima parte, sul folk tradizionale. Ho già spiegato i motivi della suddivisione dell’articolo. Ora però mi viene in mente quanto, seppur inconsciamente, questa scelta sia stata naturale. Da dove inizia davvero l’espressione musicale più tipica di un popolo? Dove risiede la sua anima in note più autentica e meno contaminata? Dove, se non proprio nel folk?! Si tratta di un pensiero personale, non certo basato su dati scientifici da manuali di storia della musica. Molto semplicemente mi viene da pensare che la culla musicale di tutti i popoli sia proprio quella in cui sono adagiati da anni, da secoli e anche più, melodie, voci, testi e strumenti popolari. Partendo da questa base è possibile compiere un percorso più o meno breve e ritornare al punto di partenza o si può arrivare a raggiungere mete più complesse e orizzonti più ampi, frutti più o meno splendidi dell’incontro tra spirito identitario e combinazioni altre. Questo piccolo trait d’union tra la prima e la seconda parte del racconto musicale georgiano serve a dare una prima pennellata al quadro di artisti che qui saranno raffigurati. La pittura questa volta avrà i colori del jazz, dell’elettro-ambient, dell’alternative, e alcuni di questi colori avranno anche sfumature di forte impegno socio-culturale o di protesta politica. Dico la verità, questo è il tipo di musica che amo di più e, come succede spesso per le cose belle, ho preferito lasciare proprio qui, alla fine di questo cammino, i miei artisti prediletti.

Questa seconda parte, già definita the other side della musica georgiana, prende il via con quella che, in tutta probabilità, è a oggi la cantante jazz proveniente dalla Georgia più apprezzata non solo in patria ma anche nel resto del mondo: Nino Katamadze. Nata nel 1972 ad Adjara, nella Georgia orientale, la sua carriera decolla nel 1990, anno in cui entra a far parte del Batumi Music Institute e da cui inizia a prendere parte a numerosi e sempre più importanti progetti. Dai primi anni 2000 Nino Katamadze riscuote notevole successo e numerosi apprezzamenti e riconoscimenti negli Stati Uniti e in tutto il mondo. La musica della Katamadze è un jazz colorato da sfumature di musica autoctona. Si tratta di una musica complessa, profondamente intellettuale, i cui testi – stando alle fonti – sono spesso introspettivi e filosofici. Mi viene perciò da credere che il jazz georgiano si esprima al meglio proprio attraverso la voce di Nino Katamadze: impeccabile, precisa ma nel contempo decisa e appassionata. Questa è apprezzabile, insieme all’energia e alla simpatia della cantante, nel video di Olei, brano tratto dall’album White (2006), caldamente acclamato dall’ambiente jazz mondiale. 

Dal jazz di Nino Katamadze all’etno-jazz-fusion più spiccato di uno dei miei gruppi georgiani preferiti: The Shin. Considerati tra i migliori musicisti e compositori di tutto il Paese, Zaza Miminoshvili e Zurab Gagnidze formano il gruppo nel 1998 in Germania. A loro, nel 2002, si aggiunge Mamuka Gaganidze. Siamo qui di fronte a un gruppo fortemente incline alla sperimentazione. L’ambiente musicale in cui operano questi artisti è un caleidoscopio in cui convergono un frizzante stile vocale tradizionale, polifonie complesse, virtuosismi, jazz, funk e, a volte, anche flamenco. Le produzioni dei The Shin sono comunque tutt’altro che elitarie o sterilmente fini a se stesse per i troppi tecnicismi. The Shin, cantanti e strumentisti davvero capacissimi, riescono ad avvicinare scenari musicali indubbiamente non semplici all’anima di un numero di ascoltatori che va ben oltre quello che di solito compone un’elite. La band, il cui nome nella loro lingua madre significa “andare a casa”, collabora stabilmente con il Teatro Statale di Tbilisi, per il quale ha composto molte opere originali. Numerosissime le partecipazioni a festival internazionali e innumerevoli le critiche positive ricevute per la loro innegabile originalità e magnetismo di esecuzione. Tutto ciò basterebbe a giustificare la mia predilezione per il gruppo. A questo però deve aggiungersi l’impegno dei tre musicisti in progetti, spesso anche multidimensionali, volti a sottolineare l’importanza non solo culturale ma anche sociale e politica delle collaborazioni tra artisti di diversa nazionalità con lo scopo di promuovere ideali di avvicinamento, comprensione reciproca, condivisione e superamento delle barriere. Inutile dire quanto questa informazione abbia reso definitiva la mia ammirazione nei loro confronti. Tra questi portentosi progetti anche Egari, ideato su dimensione audiovisiva, volto a creare un mix originalissimo di elementi arcaici e moderni, di strumenti caucasici e non, e di armonie georgiane e stilemi jazz. Acharuli, qui in versione live, è esempio magistrale di questo incontro dialogico tra Est e Ovest in quello che è il puro spirito eurasiatico. Il pezzo è a mio parere magnifico, sensazionale in tutte le sue parti, compreso il finale “bidimensionale” a sorpresa. Potrebbe essere solo una mia impressione ma ancora una volta, come prima con la Katamadze, mi colpisce la simpatia, la cordialità e l’atmosfera, per l’appunto, “di casa” irradiate dalla band, qui arricchita da molti collaboratori.  

Il terzo video del post mostra, purtroppo con un fermo immagine, Shota, pezzo molto interessante della band 33a, capeggiata dal carismatico frontman Niaz Diasamidze. Questo gruppo musicale, il cui nome riprende il civico dell’abitazione di Diasamidze a Tbilisi, colpisce per il crossover degno di nota delle sue produzioni. In esse si gustano elementi pop e reggae, miscele di folk impegnato georgiano e francese, parti vocali hip hop e riferimenti alla fusion. Niaz Diasamidze, leader indiscusso del quartetto, quarantenne, premiato nel 2005 al Montpellier International Film Festival per aver scritto la migliore musica per film (la pellicola era Tbilisi – Tbilisi), fonda ormai vent’anni fa i 33a e ne diviene cantante e polistrumentista. Notevole l’inserimento in molti pezzi del panduri, un antico cordofono tradizionale georgiano a 3 corde, suonato nella band da lui stesso. Ho scelto il brano Shota perché penso sia molto bello, costruito su un impianto musicale gentile e talvolta quasi rarefatto che non manca però di una parte intermedia ben più incisiva. Il pezzo fa ascoltare il suono di strumenti tradizionali ma rivela ombreggiature ascrivibili a un certo sound simile di provenienza europeo –  occidentale. 

Prima di passare all’ultimo artista, per tanti motivi il mio preferito, ci tengo a fare un cenno a un duo appena nato. The Bearfox è il nome scelto da Irakli Man e Merab Nutsubidze per il loro progetto musicale sperimentale inquadrabile, se proprio ciò è necessario, nel macrogenere indie-elettro-ambient. Sentimenti semplici e positivi, umiltà artistica e suoni della natura sono gli ingredienti con cui questa coppia di artisti di base a Tbilisi sta imboccando il sentiero avventuroso della musica. All’attivo hanno ancora soltanto due pezzi. Condivido qui il primo, Holding you, perché secondo me un certo potenziale c’è. 

Questa lunga avventura musicale attraverso la Georgia volge ormai al termine. Per quanto mi riguarda, non c’è modo migliore di concluderla se non attraverso il riferimento a quello che può essere definito un Artista a tutto tondo. Ho ascoltato molta musica georgiana ultimamente e sono giunta alla conclusione che il panorama, per così dire, alternativo di essa sia sintetizzabile nel nome di Irakli Charkviani. Scorrendo la sua biografia, ancor prima di avviare un approccio alla sua musica, Charkviani appare come una sorta di essere mitologico. Nasce a Tbilisi nel 1961 da una famiglia agiata intrisa di grande cultura: il padre era un giornalista affermato e ambasciatore georgiano nel Regno Unito; il bisnonno era stato un grandissimo artista. Si laurea in letterature occidentali e americane e diventa così poeta, scrittore e poi anche musicista e compositore. Nel 2006, la morte, ufficialmente per problemi cardiaci ma nella realtà ancora poco chiara, tra sospetti di overdose e suicidio. Tutto ciò basterebbe ad avvolgere la sua persona in un velo di conturbante mistero. Prima ancora di avvicinarsi alla sua arte, musicale o letteraria che sia, il suo personaggio, conosciuto con il soprannome di Mepe (il re), incuriosisce tremendamente. Il suo esordio musicale è databile intorno al 1976, anno in cui prende parte al progetto indie-rock Arishi. Dagli anni ’80 musica e letteratura camminano mano nella mano nella sua carriera: da un lato il suo repertorio in note si arricchisce di composizioni sempre più complesse impregnate di accattivante psichedelia e dall’altro la stampa letteraria georgiana pubblica una serie di sue liriche dal gusto audacemente e pericolosamente sovversivo e ribelle. Negli anni ’90 diventa ormai l’artista georgiano “underground” più importante e particolare, grazie anche alla creazione di progetti che lo portano a esibirsi in Russia e nel resto dell’Europa orientale. Nell’arco di tempo che va dal 1993 al 2004, poco prima della morte, pubblica i suoi interessantissimi quattro album da solista. L’ultima notizia su di lui risale al maggio 2013 quando, a 7 anni dalla scomparsa, viene insignito post mortem del prestigioso premio Rustaveli per aver significativamente contribuito allo sviluppo della cultura georgiana contemporanea. Ascoltare la musica di Irakli Charkviani non è affar semplice: la sua poetica eccentrica si amalgama a composizioni vertiginosamente eclettiche che miscelano alternative rock, blues, musica elettronica, jazz e hip hop. Detto questo, non stupisce come ogni brano sia diverso dal precedente. Districandomi nel suo repertorio, ammetto di essere stata preda di un “effetto sorpresa” continuo.  Non riesco a esprimere fino in fondo quello che la musica di questo artista rappresenti per me: percepisco con essa un legame profondo. In generale ci sono sonorità che sento particolarmente mie. Le sue canzoni hanno quasi sempre delle venature malinconiche velatamente grunge, oserei dire, che entrano ogni volta elegantemente nella mia anima e la abbracciano senza più lasciarla andare. Le due canzoni che seguiranno ora sono state scelte tra le tante che hanno avuto su di me un impatto emotivo molto forte.  La scelta, devo ammetterlo, è stata fortemente influenzata da vicende personali speciali ma, a mio parere, questi pezzi traducono in realtà l’anima del Mepe. La prima canzone, Suls mogcem (Ti darò la mia anima), è una canzone d’amore. E’ un pezzo semplice: chitarra scarna e voce splendidamente e sentitamente imprecisa. Un’interpretazione intensa per una canzone d’amore a tratti mesta ma mai melensa. 

Summa perfetta di canzone “crossover” alla Charkviani, impreziosita dalla voce della moglie e da toni psichedelici che rimandano all’India anche nel testo, Istorias, pezzo contenuto nell’album Amo (2001). Qui il video mostra una notevole versione live che consente di apprezzare al meglio tutto il carisma dell’artista. Io non aggiungerei altro, considerando anche il mio coinvolgimento emotivo totale. Lascio a voi le ultime considerazioni e il compito di tirare le (vostre) somme di questa tappa piacevolmente prolungata di Colors on the loose in Georgia. Per quanto riguarda me, riparto soddisfatta e con un corposo bagaglio di emozioni. Sulle note di Istorias, arrivederci a presto, chemi sakartvelo, e… sì, arrivederci a tutti!

Enjoy & breathe the colors…

P.s. Ringrazio ancora di cuore i miei amici e amiche georgiane ma soprattutto la persona speciale che mi ha “iniziato” agli artisti presenti in questa parte di articolo e che mi ha permesso e permette di vivere la Georgia pur rimanendo sempre in Italia

Chemi Sakartvelo : La mia Georgia – part 1

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Rieccoci finalmente qui dopo una lunga, non voluta assenza dai mari e dalle rotte musicali. La nave di Colors on the loose è nuovamente pronta a salpare e a spiegare le vele verso nuovi territori, nuove sonorità e nuove storie.

Nell’augurarvi un ottimo periodo festivo, sul finire dell’anno scorso ho fatto un breve riferimento a quello di cui ci saremmo occupati una volta tornati: ho detto che vi avrei reso partecipi e avrei condiviso con voi le scoperte musicali dell’ultimo mese. A dispetto di quanto questo plurale possa far sembrare, queste scoperte si concentrano in un unico e affascinante Paese. Per questo motivo Colors on the loose approda sulle coste orientali del Mar Nero per intraprendere un lungo e dettagliato viaggio nei territori e tra le musiche della Georgia

Prima di passare alla musica, questo “racconto” necessita di un antefatto. Per esplicitare quest’ultimo, tento di rispondere a una domanda: che cos’era e cos’è per me la Georgia? Se vi state chiedendo se, in questo mesetto di assenza, abbia avuto la possibilità di visitarla, la risposta, purtroppo, è no. Non ho ancora avuto occasione di andare in Georgia ma questa, in qualche modo, negli ultimi tempi, è venuta da me. Come specificato anche altrove sul blog, ho sempre avuto un grande interesse, talvolta privo di motivazioni specifiche, per le terre del Caucaso. Ho sempre subito il fascino dei cosiddetti “luoghi di frontiera”. Pensare a un Paese adagiato esattamente sul (presunto) confine tra Europa e Asia mi ha sempre dato quel tipo di brivido che si prova confrontandosi con qualcosa di misterioso. Dai tempi dell’università, la “questione eurasiatica” è sempre stata per me oltremodo coinvolgente e intellettualmente stimolante. Ciò detto, fino a poco tempo fa, un Paese come la Georgia era ancora da me percepito come… lontano: poche conoscenze, poche notizie e una sorta di timore reverenziale nei confronti di una lingua ancora oggi considerata un grattacapo dai linguisti, seppur dotata di uno splendido sistema alfabetico. Per quanto riguarda me, però, alle poche conoscenze non ha corrisposto una poca considerazione. Ho sempre pensato che avrei dovuto trovare un modo per approfondire, per saperne qualcosa in più. Il modo è arrivato da solo, in modo semplice, rivelandosi in tutta la sua bellezza di evento inatteso. Una esperienza entusiasmante, tuttora in corso, come insegnante di lingua italiana a stranieri, mi ha dato l’opportunità di conoscere molte, splendide persone georgiane. Sono nati subito amicizia, stima reciproca e bei sentimenti. Sono grata di tutto ciò e ancora ho poche parole per definire l’entità dell’arricchimento culturale e umano che queste conoscenze hanno comportato e stanno comportando per me. Ora la Georgia non è più un Paese lontano, è al contrario straordinariamente vicino; un paese amico e amichevole, meraviglioso nei suoi scenari e nelle sue contraddizioni, meritevole senza dubbio di essere conosciuto più approfonditamente e apprezzato. Ora sono pronta a condividere con voi almeno la parte esprimibile di questo arricchimento.

Questo articolo costituirà per Colors on the loose una specie di eccezione: per esigenze non di spazi bensì di tempo per la vostra lettura, questo racconto sulla musica georgiana sarà suddiviso in due parti, affinché possiate assorbire nel modo più agevole possibile quanto condiviso. L’antefatto volge al termine ma prima di passare ai veri contenuti del post voglio dedicare queste “pagine virtuali” a tutte le persone georgiane che mi hanno aiutato a conoscere tante cose – grazie a tutt* e un GRAZIE speciale a una persona in particolare – e, ovviamente, a tutti voi, lettori soprattutto italiani del blog: a voi, perché possiate avvicinarvi almeno un po’ allo spirito di questa terra così carica di fascino.

La prima parte di Chemi Sakartvelo – La mia Georgia sarà dedicata principalmente alla musica folk, in un breve excursus dai tempi antichi fino a quelli contemporanei, e agli scenari del pop georgiano dei nostri giorni. Se mi sono dilungata abbastanza nella parte introduttiva dell’articolo, lo stesso non potrò fare nella parte restante. Ammetto la difficoltà nel reperire informazioni dettagliate su molti artisti, specialmente quelli che saranno ospitati in questa prima parte. La quasi totale mancanza di notizie in italiano e spesso anche in inglese e russo ha reso, in certi momenti, davvero arduo mettere insieme i tasselli di questa “narrazione musicale”. Se è vero però che la musica è un linguaggio tanto potente ed efficace da sussistere autonomamente, troppe parole non saranno necessarie. Dunque, iniziamo…

I due video iniziali consentono di tornare indietro nel tempo, in un periodo in cui la Georgia, per il resto del mondo, altro non era che una piccola appendice meridionale dell’Unione Sovietica. Debi Ishkhnelebi (le sorelle Ishkhnelebi) e Hamlet Gonashvili costituiscono esempi magistrali, forse i più rappresentativi, del folk tradizionale più classico. La nascita del quartetto vocale formato dalle quattro sorelle Nina, Zinaida, Alexandra e Tamara Ishkhneli, il cui nome corrisponde al plurale del loro cognome, risale al 1941. Attivissime nel periodo della seconda guerra mondiale fino ai primi anni ’50, le sorelle erano solite eseguire pezzi sia russi che georgiani. Esse ricordano un tempo in cui la presenza sovietica nella nazione era preponderante – gli stessi nomi di battesimo delle cantanti sono di chiara origine russa piuttosto che georgiana. Il video è privo di immagini in movimento e ha un audio qualitativamente scarso. Esso costituisce però un piccolo saggio del folk di quei tempi. La canzone dovrebbe intitolarsi Da is vints’ gak’eba (E colui che per te parlava bene – in parentesi traduzioni approssimative). Il condizionale è d’obbligo. Chiedo scusa ai georgiani e alle georgiane per l’eventuale traslitterazione sbagliata! 😀

Il secondo video, anche questo di grande valenza storica, è un omaggio a Hamlet Gonashvili, vero e proprio “mostro sacro” della musica tradizionale georgiana. Nato nel 1928 e morto nel 1985, considerato “la voce della Georgia”, è stato cantante, insegnante e interprete carismatico del folk della sua terra. Dal 1970 fino alla tragica morte sopraggiunta per una fatale caduta  da un albero di mele, Gonashvili è stato voce solista ammaliante del Rustavi (una delle città più importanti del Paese) Ensemble, gruppo famoso poi in tutto il mondo per un repertorio assolutamente degno di nota nel genere. Il video, di qualità visiva sfortunatamente non eccellente, mostra l’artista eseguire  insieme al resto dell’ensemble Tu ase turpa ikhavi (Se sei stato/a così bello/a), canzone tradizionale. Il pezzo, sulle note di uno strumento popolare, mette in evidenza la raffinatezza ipnotica della voce di Gonashvili e rasenta atmosfere dal forte sapore spirituale.

Un salto temporale che ci accompagna ai nostri giorni ci consente di apprezzare un’evoluzione del folk georgiano attraverso l’esecuzione di Aluda Qetelauris Xsovnas a opera del gruppo Bani. Non ci sono informazioni sul gruppo che non siano in lingua georgiana. Il video mostra, a ogni modo, l’incontro di strumenti tradizionali tipici con una strumentazione più “moderna”. Le voci intense dei cantanti, di cui uno indossa il papakhi, tipico copricapo caucasico, e il crescendo strumentale, impreziosito sul finale da una sempre interessante fisarmonica, rendono il brano piacevole e, nel contempo, seducente, con le sue sonorità a metà tra canti quasi ascetici e ritmiche da danza popolare. 

Lasciando il folk, ma forse solo in parte, occorre fare un po’ di luce sull’attuale scena pop georgiana. Parlando con le mie amiche del posto, sono venuti fuori, quasi a furor di popolo oserei dire, due cantanti in particolare. Il primo risponde al nome di Dato Kenchiashvili. Per lui stesso problema: assenza totale di informazioni in qualsiasi lingua a me comprensibile. Per quanto non esattamente rispondente ai miei gusti musicali, la musica di Kenchiashvili, qui rappresentata dal brano Ar daijero (Non crederai), può essere inquadrata come una sorta di pop tradizionale. Il modo di cantare e la base “folkeggiante” del brano ricordano sonorità antiche, per quanto l’impianto della canzone viri vistosamente verso un certo genere melodico.

Il secondo nome proposto è quello di Anri Jokhadze, vera e propria popstar, nato nel 1980 nella capitale Tbilisi. Sulle scene musicali nazionali mainstream fin dalla più tenera età e acclamato come “voce d’oro della Georgia”, Jokhadze fa conoscere il pop georgiano al resto del mondo partecipando nel 2012 allo Eurovision Song Contest. Dotato di voce potente e quasi altisonante, l’artista esegue nel video qui di seguito una versione personalizzata di Tavisupleba (Libertà), inno nazionale georgiano, adottato solamente dieci anni fa all’indomani della Rivoluzione delle Rose. Il video è interessante anche da un punto di vista visivo, mettendo esso in evidenza il bianco e il rosso, colori della bandiera georgiana, e una certa enfasi patriottica. 

Con l’ultima artista di questa prima parte, ci spostiamo su un altro livello, sia musicale che di notorietà internazionale. Ketevan Melua, da tutti conosciuta come Katie, è probabilmente a oggi una delle artiste di origine georgiana più celebri al mondo. Nata nella città di Kutaisi, nella Georgia occidentale, Katie vive nel Regno Unito dal 1993, anno in cui la famiglia decide di lasciare la patria a causa della guerra civile all’epoca in corso. Dal 2005 è cittadina britannica. Per quanto profondamente legata al suo Paese d’origine – lei stessa afferma che si considererà per sempre georgiana – la sua musica, apprezzabile finora in cinque album pubblicati, ha sonorità profondamente occidentali e anglosassoni. Guidata dall’ispirazione proveniente dai suoi artisti preferiti (L. Cohen, P. Simon, Eva Cassidy, Jeff Buckley e J. Mitchell), Katie Melua si distingue per la sua voce dolce ma incisiva e per le sue composizioni raffinate ed eleganti. Il video qui proposto mostra la cantautrice in una coinvolgente versione live di On the road again, cover dei Canned heat, celebre gruppo rock-blues statunitense, contenuto nel suo secondo album Piece by piece (2005). Katie Melua rappresenta sicuramente l'”internazionalizzazione”, se così si può dire, della musica georgiana. Di quest’ultima rimane effettivamente ben poco nei dischi della cantautrice trentenne. Resta comunque il fatto che è stata pur sempre la Georgia a dare i natali a questo prezioso talento. 

La navigazione di questa settimana è partita dal folk più tradizionale ed è arrivata alle note più internazionali della Melua. Per ora occorre fermarci qui e apprezzare questo “primo capitolo” del viaggio in terra georgiana. Questa prima metà del tutto ha voluto introdurre al Paese e cominciare dagli ascolti più semplici. Il viaggio troverà il suo compimento nella prossima parte quando saranno toccate tappe sicuramente a me più vicine, per formazione e gusto musicale. Nella conclusione sarà affrontato “the other side” della musica georgiana, popolato da artisti alternativi, impegnati e, si potrebbe dire, più di nicchia. A questo punto è d’obbligo terminare con un sonoro STAY TUNED! 😉

Enjoy and breathe the colors…