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Burkina Faso: nella culla con Gabin Dabirè

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Burkinfa Faso

Colors on the loose riprende le sue peregrinazioni musicali in un giorno qualunque di inizio novembre, al ritmo tra il mesto e l’incalzante della pioggia di metà autunno e nel grigiore di un pomeriggio già privo di luce prima dell’ora del tè. La cosa importante – di cui sono immensamente felice – è riprendere! E chi l’ha detto poi che queste atmosfere all’odore di crisantemo non siano affascinanti? Non portino, insieme alle foglie secche, nel turbinio dei propri venti, folate di ispirazione? Il suggerimento scorto tra la nebbia novembrina mi ha riportato in Africa, dopo aver ravvivato, come si fa con un fuoco che cede l’anima nel brillio lavico delle sue ultime braci, il ricordo di un artista e di una canzone che ero solita ascoltare con piacere tanto tempo fa. In un periodo in cui si sente parlare di Africa Occidentale solo in relazione alla devastante epidemia di ebola che sta, a mio avviso, non a caso torturando  le sue genti e in cui l’african* viene, ancora una volta, associat* a qualcosa di negativo – in questo caso, alla trasmissione della malattia, secondo pareri idioti, nel corso delle migrazioni – Colors on the loose ci porta proprio lì, in una porzione di Terra ricca di storia e cultura ancora piuttosto sconosciute. Andiamo in Africa Occidentale e, per l’esattezza, in Burkina Faso, terra dove affondano le radici di un grandissimo della musica africana e non solo: Gabin Dabirè

In un tempo in cui il Burkina Faso (questa denominazione arriva solo nel 1984, a seguito di una rivoluzione) si chiamava ancora Alto Volta, nasce, nel crogiolo delle etnie che caratterizzano il piccolo stato, Gabin Dabirè, un figlio della cultura dagarì. Rimane nel suo Paese tanto da assorbirne le tradizioni musicali e poi parte alla volta del vecchio continente. Per un periodo in Danimarca, si lascia arricchire dalla musica sperimentale europea. Non ancora completamente appagato, intraprende per anni un “vagabondaggio” culturale che lo porta ad alternare permanenze in Europa ad altre in India, alla scoperta e all’assimilazione delle tradizioni musicali di quel Paese all’apparenza lontano. Sul finire degli anni ’70 decide di stabilirsi in Italia, Paese dove tuttora risiede. Oltre all’indiscussa bravura, di cui qui di seguito si offriranno dei (video) saggi, la qualità ammirevole di questo artista è l’inclinazione allo studio, la volontà di ampliare costantemente i propri orizzonti, nell’umile consapevolezza che anche e soprattutto in tema di musica e di cultura, oltre a contribuire, c’è anche sempre da imparare. Dabirè è una persona che, nella propria vita, ha imparato e continua a imparare molto, ma è anche una persona che ha saputo mettere a frutto egregiamente quanto appreso. Ciò che lui ha imparato non è stato semplicemente interiorizzato, è stato elaborato dinamicamente e messo al servizio degli altri, nel disegno tanto semplice quanto encomiabile di supportare la propria cultura, di portarla fuori dai suoi confini di origine e di farla incontrare con altre per affievolire le differenze e le distanze, e per creare connubi splendidamente fruttuosi. Proprio questa idea lo porta a metter su nel 1980, insieme a Walter Maioli (ex Aktuala) e a Riccardo Sinigaglia, Futuro Antico, gruppo pionieristico di world music, e a fondare a Milano nel 1983 il Centro Diffusione Promozione Cultura con l’obiettivo di diffondere cinema, musica, danza e teatro della sua terra. Dal 1986 vive stabilmente in Toscana, nella regione del Chianti. Negli scenari meravigliosi di questa regione nascono, grazie all’immenso bagaglio di tradizione, viaggi ed esperienze, i primi importanti lavori discografici, affreschi coinvolgenti e preziosi di quanto imparato, vissuto ed creato. 

L’etichetta toscana Amiata Records pubblica nel 1994 il suo primo importantissimo esito discografico: Afriki Djamana: Music from Burkina Faso. Estraiamo da questo album la traccia iniziale per introdurci nell’universo musicale di Dabirè. Il video mostra un’energica versione live di Senegal, questo il titolo del pezzo, eseguita all’Auditorium Parco della Musica di Roma nel 2013. Con un po’ di impegno possiamo sorvolare sull’audio di scarsa qualità – che sfortuna! – e assaporare le sonorità di quello che sembra quasi un esperimento musicale, messo in atto da un affascinante Dabirè in tunica chiara, che unisce le tradizioni ritmiche della propria terra con un cantato dal sapore sciamanico e velatamente orientale. Strumenti tradizionali, percussioni e cordofoni appaiono nel video e la loro apparizione è da protagonisti, ruolo che hanno avuto e continuano ad avere nel percorso di studi dell’artista.

 

 

Attraverso questo ascolto giungiamo alla canzone, mio “tormentone” etnico di qualche anno fa, accennata al principio. In svariati articoli precedenti ho fatto riferimento a una collezione di cd di musiche del mondo risalente a una decina di anni fa che mi ha regalato tantissime emozioni in musica. Una di queste è stata ed è ancora oggi Siza, brano scritto da Dabirè nel 1996 e inserito nell’album Kontomè (Spiriti). Per me questa canzone ha sempre avuto il fascino dolce e ammaliante di una ninna nanna. Qui la voce di Dabirè è profonda e amorevole, ferma e delicata, come quella di un padre che accompagna la crescita di un figlio; la culla è quella delle tradizioni africane, della sua Africa che abbraccia senza cedimenti gli altri popoli, le altre voci, le altre anime. Siza è anche di più, è una canzone di consapevolezza, di dignità umana e di coraggio. Questo emerge anche dalle parole con le quali lo stesso Dabirè la descrive in un’intervista di due anni a Il Fatto Quotidiano:

Siza, in lingua dagarà, una delle tante lingue tradizionali del Burkina Faso, vuol dire verità. Si tratta di un mio brano composto negli anni ’90. Oggi più che mai ci ritroviamo a confrontarci ineluttabilmente con la Verità a ogni livello dell’esistenza, dal collettivo all’individuale. […] corrisponde quindi a una sorta di augurio per il momento delicato che le nostre società stanno attraversando per accogliere ed accettare con responsabilità quell’essenziale verità nascosta sotto tanti comodi aggiustamenti, nelle dinamiche di interessi che spesso la stravolgono ad uso e consumo di chi la proclama.”

 

 

La parte conclusiva dell’articolo non può che essere dedicata a Tieru (Riflessioni), disco del 2002, considerato da molti, non a torto, come suo capolavoro discografico. Tutto il percorso e tutte le esperienze di vita a cui si è fatto cenno convergono in questo album attraverso il quale Dabirè conferma il suo talento, la sua perseveranza, la sua ricchezza culturale e umana. Questo lavoro è stato felicemente coadiuvato da artisti e amici che hanno impreziosito del loro speciale contributo una materia già pregevole di suo. Tra questi il talentuoso artista congolese Lokua Kanza, il celebre percussionista francese di origine ivoriana Manu Katchè e Dominic Miller, magico chitarrista di Sting e anche di tanti altri grandi. Il pezzo estratto è Wo I Do (Ascolta, uomo) qui in una versione live eseguita nel 2003 durante il festival tedesco Jazz Baltica. All’evento hanno preso parte anche Paul Dabirè, fratello di Gabin, e il celebre chitarrista jazz Pat Metheny. Il brano regala agli ascoltatori una grande musicalità, come da tradizione africana, una notevole raffinatezza e un senso di coinvolgimento magico irradiato dalla voce magnetica di Dabirè

 

 

Giunta ora alla conclusione, sono soddisfatta per aver finalmente dedicato uno spazio, seppur nel mio piccolo, a un artista significativo e meritevole, che ha contribuito così tanto alla musica e che fa parte, ormai da tempo, dei miei ricordi. Spero che in tutto il tempo da voi impiegato nella lettura e negli ascolti abbiate sperimentato un piccolo viaggio in Burkina Faso e vi siate sentiti cullare dalla voce profonda e paterna di Gabin Dabirè.
Alla prossima!

Enjoy & breathe the colors..