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Burkina Faso: nella culla con Gabin Dabirè

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Burkinfa Faso

Colors on the loose riprende le sue peregrinazioni musicali in un giorno qualunque di inizio novembre, al ritmo tra il mesto e l’incalzante della pioggia di metà autunno e nel grigiore di un pomeriggio già privo di luce prima dell’ora del tè. La cosa importante – di cui sono immensamente felice – è riprendere! E chi l’ha detto poi che queste atmosfere all’odore di crisantemo non siano affascinanti? Non portino, insieme alle foglie secche, nel turbinio dei propri venti, folate di ispirazione? Il suggerimento scorto tra la nebbia novembrina mi ha riportato in Africa, dopo aver ravvivato, come si fa con un fuoco che cede l’anima nel brillio lavico delle sue ultime braci, il ricordo di un artista e di una canzone che ero solita ascoltare con piacere tanto tempo fa. In un periodo in cui si sente parlare di Africa Occidentale solo in relazione alla devastante epidemia di ebola che sta, a mio avviso, non a caso torturando  le sue genti e in cui l’african* viene, ancora una volta, associat* a qualcosa di negativo – in questo caso, alla trasmissione della malattia, secondo pareri idioti, nel corso delle migrazioni – Colors on the loose ci porta proprio lì, in una porzione di Terra ricca di storia e cultura ancora piuttosto sconosciute. Andiamo in Africa Occidentale e, per l’esattezza, in Burkina Faso, terra dove affondano le radici di un grandissimo della musica africana e non solo: Gabin Dabirè

In un tempo in cui il Burkina Faso (questa denominazione arriva solo nel 1984, a seguito di una rivoluzione) si chiamava ancora Alto Volta, nasce, nel crogiolo delle etnie che caratterizzano il piccolo stato, Gabin Dabirè, un figlio della cultura dagarì. Rimane nel suo Paese tanto da assorbirne le tradizioni musicali e poi parte alla volta del vecchio continente. Per un periodo in Danimarca, si lascia arricchire dalla musica sperimentale europea. Non ancora completamente appagato, intraprende per anni un “vagabondaggio” culturale che lo porta ad alternare permanenze in Europa ad altre in India, alla scoperta e all’assimilazione delle tradizioni musicali di quel Paese all’apparenza lontano. Sul finire degli anni ’70 decide di stabilirsi in Italia, Paese dove tuttora risiede. Oltre all’indiscussa bravura, di cui qui di seguito si offriranno dei (video) saggi, la qualità ammirevole di questo artista è l’inclinazione allo studio, la volontà di ampliare costantemente i propri orizzonti, nell’umile consapevolezza che anche e soprattutto in tema di musica e di cultura, oltre a contribuire, c’è anche sempre da imparare. Dabirè è una persona che, nella propria vita, ha imparato e continua a imparare molto, ma è anche una persona che ha saputo mettere a frutto egregiamente quanto appreso. Ciò che lui ha imparato non è stato semplicemente interiorizzato, è stato elaborato dinamicamente e messo al servizio degli altri, nel disegno tanto semplice quanto encomiabile di supportare la propria cultura, di portarla fuori dai suoi confini di origine e di farla incontrare con altre per affievolire le differenze e le distanze, e per creare connubi splendidamente fruttuosi. Proprio questa idea lo porta a metter su nel 1980, insieme a Walter Maioli (ex Aktuala) e a Riccardo Sinigaglia, Futuro Antico, gruppo pionieristico di world music, e a fondare a Milano nel 1983 il Centro Diffusione Promozione Cultura con l’obiettivo di diffondere cinema, musica, danza e teatro della sua terra. Dal 1986 vive stabilmente in Toscana, nella regione del Chianti. Negli scenari meravigliosi di questa regione nascono, grazie all’immenso bagaglio di tradizione, viaggi ed esperienze, i primi importanti lavori discografici, affreschi coinvolgenti e preziosi di quanto imparato, vissuto ed creato. 

L’etichetta toscana Amiata Records pubblica nel 1994 il suo primo importantissimo esito discografico: Afriki Djamana: Music from Burkina Faso. Estraiamo da questo album la traccia iniziale per introdurci nell’universo musicale di Dabirè. Il video mostra un’energica versione live di Senegal, questo il titolo del pezzo, eseguita all’Auditorium Parco della Musica di Roma nel 2013. Con un po’ di impegno possiamo sorvolare sull’audio di scarsa qualità – che sfortuna! – e assaporare le sonorità di quello che sembra quasi un esperimento musicale, messo in atto da un affascinante Dabirè in tunica chiara, che unisce le tradizioni ritmiche della propria terra con un cantato dal sapore sciamanico e velatamente orientale. Strumenti tradizionali, percussioni e cordofoni appaiono nel video e la loro apparizione è da protagonisti, ruolo che hanno avuto e continuano ad avere nel percorso di studi dell’artista.

 

 

Attraverso questo ascolto giungiamo alla canzone, mio “tormentone” etnico di qualche anno fa, accennata al principio. In svariati articoli precedenti ho fatto riferimento a una collezione di cd di musiche del mondo risalente a una decina di anni fa che mi ha regalato tantissime emozioni in musica. Una di queste è stata ed è ancora oggi Siza, brano scritto da Dabirè nel 1996 e inserito nell’album Kontomè (Spiriti). Per me questa canzone ha sempre avuto il fascino dolce e ammaliante di una ninna nanna. Qui la voce di Dabirè è profonda e amorevole, ferma e delicata, come quella di un padre che accompagna la crescita di un figlio; la culla è quella delle tradizioni africane, della sua Africa che abbraccia senza cedimenti gli altri popoli, le altre voci, le altre anime. Siza è anche di più, è una canzone di consapevolezza, di dignità umana e di coraggio. Questo emerge anche dalle parole con le quali lo stesso Dabirè la descrive in un’intervista di due anni a Il Fatto Quotidiano:

Siza, in lingua dagarà, una delle tante lingue tradizionali del Burkina Faso, vuol dire verità. Si tratta di un mio brano composto negli anni ’90. Oggi più che mai ci ritroviamo a confrontarci ineluttabilmente con la Verità a ogni livello dell’esistenza, dal collettivo all’individuale. […] corrisponde quindi a una sorta di augurio per il momento delicato che le nostre società stanno attraversando per accogliere ed accettare con responsabilità quell’essenziale verità nascosta sotto tanti comodi aggiustamenti, nelle dinamiche di interessi che spesso la stravolgono ad uso e consumo di chi la proclama.”

 

 

La parte conclusiva dell’articolo non può che essere dedicata a Tieru (Riflessioni), disco del 2002, considerato da molti, non a torto, come suo capolavoro discografico. Tutto il percorso e tutte le esperienze di vita a cui si è fatto cenno convergono in questo album attraverso il quale Dabirè conferma il suo talento, la sua perseveranza, la sua ricchezza culturale e umana. Questo lavoro è stato felicemente coadiuvato da artisti e amici che hanno impreziosito del loro speciale contributo una materia già pregevole di suo. Tra questi il talentuoso artista congolese Lokua Kanza, il celebre percussionista francese di origine ivoriana Manu Katchè e Dominic Miller, magico chitarrista di Sting e anche di tanti altri grandi. Il pezzo estratto è Wo I Do (Ascolta, uomo) qui in una versione live eseguita nel 2003 durante il festival tedesco Jazz Baltica. All’evento hanno preso parte anche Paul Dabirè, fratello di Gabin, e il celebre chitarrista jazz Pat Metheny. Il brano regala agli ascoltatori una grande musicalità, come da tradizione africana, una notevole raffinatezza e un senso di coinvolgimento magico irradiato dalla voce magnetica di Dabirè

 

 

Giunta ora alla conclusione, sono soddisfatta per aver finalmente dedicato uno spazio, seppur nel mio piccolo, a un artista significativo e meritevole, che ha contribuito così tanto alla musica e che fa parte, ormai da tempo, dei miei ricordi. Spero che in tutto il tempo da voi impiegato nella lettura e negli ascolti abbiate sperimentato un piccolo viaggio in Burkina Faso e vi siate sentiti cullare dalla voce profonda e paterna di Gabin Dabirè.
Alla prossima!

Enjoy & breathe the colors..

 

 

 

Chemi Sakartvelo : La mia Georgia – part 1

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bandiera georgia

Rieccoci finalmente qui dopo una lunga, non voluta assenza dai mari e dalle rotte musicali. La nave di Colors on the loose è nuovamente pronta a salpare e a spiegare le vele verso nuovi territori, nuove sonorità e nuove storie.

Nell’augurarvi un ottimo periodo festivo, sul finire dell’anno scorso ho fatto un breve riferimento a quello di cui ci saremmo occupati una volta tornati: ho detto che vi avrei reso partecipi e avrei condiviso con voi le scoperte musicali dell’ultimo mese. A dispetto di quanto questo plurale possa far sembrare, queste scoperte si concentrano in un unico e affascinante Paese. Per questo motivo Colors on the loose approda sulle coste orientali del Mar Nero per intraprendere un lungo e dettagliato viaggio nei territori e tra le musiche della Georgia

Prima di passare alla musica, questo “racconto” necessita di un antefatto. Per esplicitare quest’ultimo, tento di rispondere a una domanda: che cos’era e cos’è per me la Georgia? Se vi state chiedendo se, in questo mesetto di assenza, abbia avuto la possibilità di visitarla, la risposta, purtroppo, è no. Non ho ancora avuto occasione di andare in Georgia ma questa, in qualche modo, negli ultimi tempi, è venuta da me. Come specificato anche altrove sul blog, ho sempre avuto un grande interesse, talvolta privo di motivazioni specifiche, per le terre del Caucaso. Ho sempre subito il fascino dei cosiddetti “luoghi di frontiera”. Pensare a un Paese adagiato esattamente sul (presunto) confine tra Europa e Asia mi ha sempre dato quel tipo di brivido che si prova confrontandosi con qualcosa di misterioso. Dai tempi dell’università, la “questione eurasiatica” è sempre stata per me oltremodo coinvolgente e intellettualmente stimolante. Ciò detto, fino a poco tempo fa, un Paese come la Georgia era ancora da me percepito come… lontano: poche conoscenze, poche notizie e una sorta di timore reverenziale nei confronti di una lingua ancora oggi considerata un grattacapo dai linguisti, seppur dotata di uno splendido sistema alfabetico. Per quanto riguarda me, però, alle poche conoscenze non ha corrisposto una poca considerazione. Ho sempre pensato che avrei dovuto trovare un modo per approfondire, per saperne qualcosa in più. Il modo è arrivato da solo, in modo semplice, rivelandosi in tutta la sua bellezza di evento inatteso. Una esperienza entusiasmante, tuttora in corso, come insegnante di lingua italiana a stranieri, mi ha dato l’opportunità di conoscere molte, splendide persone georgiane. Sono nati subito amicizia, stima reciproca e bei sentimenti. Sono grata di tutto ciò e ancora ho poche parole per definire l’entità dell’arricchimento culturale e umano che queste conoscenze hanno comportato e stanno comportando per me. Ora la Georgia non è più un Paese lontano, è al contrario straordinariamente vicino; un paese amico e amichevole, meraviglioso nei suoi scenari e nelle sue contraddizioni, meritevole senza dubbio di essere conosciuto più approfonditamente e apprezzato. Ora sono pronta a condividere con voi almeno la parte esprimibile di questo arricchimento.

Questo articolo costituirà per Colors on the loose una specie di eccezione: per esigenze non di spazi bensì di tempo per la vostra lettura, questo racconto sulla musica georgiana sarà suddiviso in due parti, affinché possiate assorbire nel modo più agevole possibile quanto condiviso. L’antefatto volge al termine ma prima di passare ai veri contenuti del post voglio dedicare queste “pagine virtuali” a tutte le persone georgiane che mi hanno aiutato a conoscere tante cose – grazie a tutt* e un GRAZIE speciale a una persona in particolare – e, ovviamente, a tutti voi, lettori soprattutto italiani del blog: a voi, perché possiate avvicinarvi almeno un po’ allo spirito di questa terra così carica di fascino.

La prima parte di Chemi Sakartvelo – La mia Georgia sarà dedicata principalmente alla musica folk, in un breve excursus dai tempi antichi fino a quelli contemporanei, e agli scenari del pop georgiano dei nostri giorni. Se mi sono dilungata abbastanza nella parte introduttiva dell’articolo, lo stesso non potrò fare nella parte restante. Ammetto la difficoltà nel reperire informazioni dettagliate su molti artisti, specialmente quelli che saranno ospitati in questa prima parte. La quasi totale mancanza di notizie in italiano e spesso anche in inglese e russo ha reso, in certi momenti, davvero arduo mettere insieme i tasselli di questa “narrazione musicale”. Se è vero però che la musica è un linguaggio tanto potente ed efficace da sussistere autonomamente, troppe parole non saranno necessarie. Dunque, iniziamo…

I due video iniziali consentono di tornare indietro nel tempo, in un periodo in cui la Georgia, per il resto del mondo, altro non era che una piccola appendice meridionale dell’Unione Sovietica. Debi Ishkhnelebi (le sorelle Ishkhnelebi) e Hamlet Gonashvili costituiscono esempi magistrali, forse i più rappresentativi, del folk tradizionale più classico. La nascita del quartetto vocale formato dalle quattro sorelle Nina, Zinaida, Alexandra e Tamara Ishkhneli, il cui nome corrisponde al plurale del loro cognome, risale al 1941. Attivissime nel periodo della seconda guerra mondiale fino ai primi anni ’50, le sorelle erano solite eseguire pezzi sia russi che georgiani. Esse ricordano un tempo in cui la presenza sovietica nella nazione era preponderante – gli stessi nomi di battesimo delle cantanti sono di chiara origine russa piuttosto che georgiana. Il video è privo di immagini in movimento e ha un audio qualitativamente scarso. Esso costituisce però un piccolo saggio del folk di quei tempi. La canzone dovrebbe intitolarsi Da is vints’ gak’eba (E colui che per te parlava bene – in parentesi traduzioni approssimative). Il condizionale è d’obbligo. Chiedo scusa ai georgiani e alle georgiane per l’eventuale traslitterazione sbagliata! 😀

Il secondo video, anche questo di grande valenza storica, è un omaggio a Hamlet Gonashvili, vero e proprio “mostro sacro” della musica tradizionale georgiana. Nato nel 1928 e morto nel 1985, considerato “la voce della Georgia”, è stato cantante, insegnante e interprete carismatico del folk della sua terra. Dal 1970 fino alla tragica morte sopraggiunta per una fatale caduta  da un albero di mele, Gonashvili è stato voce solista ammaliante del Rustavi (una delle città più importanti del Paese) Ensemble, gruppo famoso poi in tutto il mondo per un repertorio assolutamente degno di nota nel genere. Il video, di qualità visiva sfortunatamente non eccellente, mostra l’artista eseguire  insieme al resto dell’ensemble Tu ase turpa ikhavi (Se sei stato/a così bello/a), canzone tradizionale. Il pezzo, sulle note di uno strumento popolare, mette in evidenza la raffinatezza ipnotica della voce di Gonashvili e rasenta atmosfere dal forte sapore spirituale.

Un salto temporale che ci accompagna ai nostri giorni ci consente di apprezzare un’evoluzione del folk georgiano attraverso l’esecuzione di Aluda Qetelauris Xsovnas a opera del gruppo Bani. Non ci sono informazioni sul gruppo che non siano in lingua georgiana. Il video mostra, a ogni modo, l’incontro di strumenti tradizionali tipici con una strumentazione più “moderna”. Le voci intense dei cantanti, di cui uno indossa il papakhi, tipico copricapo caucasico, e il crescendo strumentale, impreziosito sul finale da una sempre interessante fisarmonica, rendono il brano piacevole e, nel contempo, seducente, con le sue sonorità a metà tra canti quasi ascetici e ritmiche da danza popolare. 

Lasciando il folk, ma forse solo in parte, occorre fare un po’ di luce sull’attuale scena pop georgiana. Parlando con le mie amiche del posto, sono venuti fuori, quasi a furor di popolo oserei dire, due cantanti in particolare. Il primo risponde al nome di Dato Kenchiashvili. Per lui stesso problema: assenza totale di informazioni in qualsiasi lingua a me comprensibile. Per quanto non esattamente rispondente ai miei gusti musicali, la musica di Kenchiashvili, qui rappresentata dal brano Ar daijero (Non crederai), può essere inquadrata come una sorta di pop tradizionale. Il modo di cantare e la base “folkeggiante” del brano ricordano sonorità antiche, per quanto l’impianto della canzone viri vistosamente verso un certo genere melodico.

Il secondo nome proposto è quello di Anri Jokhadze, vera e propria popstar, nato nel 1980 nella capitale Tbilisi. Sulle scene musicali nazionali mainstream fin dalla più tenera età e acclamato come “voce d’oro della Georgia”, Jokhadze fa conoscere il pop georgiano al resto del mondo partecipando nel 2012 allo Eurovision Song Contest. Dotato di voce potente e quasi altisonante, l’artista esegue nel video qui di seguito una versione personalizzata di Tavisupleba (Libertà), inno nazionale georgiano, adottato solamente dieci anni fa all’indomani della Rivoluzione delle Rose. Il video è interessante anche da un punto di vista visivo, mettendo esso in evidenza il bianco e il rosso, colori della bandiera georgiana, e una certa enfasi patriottica. 

Con l’ultima artista di questa prima parte, ci spostiamo su un altro livello, sia musicale che di notorietà internazionale. Ketevan Melua, da tutti conosciuta come Katie, è probabilmente a oggi una delle artiste di origine georgiana più celebri al mondo. Nata nella città di Kutaisi, nella Georgia occidentale, Katie vive nel Regno Unito dal 1993, anno in cui la famiglia decide di lasciare la patria a causa della guerra civile all’epoca in corso. Dal 2005 è cittadina britannica. Per quanto profondamente legata al suo Paese d’origine – lei stessa afferma che si considererà per sempre georgiana – la sua musica, apprezzabile finora in cinque album pubblicati, ha sonorità profondamente occidentali e anglosassoni. Guidata dall’ispirazione proveniente dai suoi artisti preferiti (L. Cohen, P. Simon, Eva Cassidy, Jeff Buckley e J. Mitchell), Katie Melua si distingue per la sua voce dolce ma incisiva e per le sue composizioni raffinate ed eleganti. Il video qui proposto mostra la cantautrice in una coinvolgente versione live di On the road again, cover dei Canned heat, celebre gruppo rock-blues statunitense, contenuto nel suo secondo album Piece by piece (2005). Katie Melua rappresenta sicuramente l'”internazionalizzazione”, se così si può dire, della musica georgiana. Di quest’ultima rimane effettivamente ben poco nei dischi della cantautrice trentenne. Resta comunque il fatto che è stata pur sempre la Georgia a dare i natali a questo prezioso talento. 

La navigazione di questa settimana è partita dal folk più tradizionale ed è arrivata alle note più internazionali della Melua. Per ora occorre fermarci qui e apprezzare questo “primo capitolo” del viaggio in terra georgiana. Questa prima metà del tutto ha voluto introdurre al Paese e cominciare dagli ascolti più semplici. Il viaggio troverà il suo compimento nella prossima parte quando saranno toccate tappe sicuramente a me più vicine, per formazione e gusto musicale. Nella conclusione sarà affrontato “the other side” della musica georgiana, popolato da artisti alternativi, impegnati e, si potrebbe dire, più di nicchia. A questo punto è d’obbligo terminare con un sonoro STAY TUNED! 😉

Enjoy and breathe the colors…

Bonga Kwenda: voce di libertà per l’Angola

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L’articolo di questa settimana, ultima del mese di ottobre, nasce dalla segnalazione di un amico e affezionato lettore di questo blog. In più occasioni, nelle righe finora depositate in questo piccolo forziere colorato che va sempre più arricchendosi di tesori musicali, ho ricordato l’importanza enorme che hanno per me la collaborazione e il confronto. La condivisione è uno dei pilastri di questo spazio che sento mio ma che immagino, nel contempo, aperto a tutti. Ecco che l’idea di un’altra persona si unisce alla mia e il risultato creativo si trasforma nel punto di avvio di un altro racconto, di un’altra storia. Di musiche, di popoli e culture. 

Colors on the loose lascia l’Italia nuovamente alla scoperta di nuovi territori musicali, dopo l’improvvisa e anche un po’ improvvisata sosta toscana, la quale, tra le altre cose, ha riscosso un successo sorprendente! 😀 Dopo qualche settimana ritorniamo in Africa, fermandoci questa volta in Angola. Siamo nell’Africa subsahariana, in uno stato abbastanza vasto, che conta una discreta costa sull’Oceano Atlantico. Come tutti i paesi africani ha alle spalle una storia drammatica i cui pesanti strascichi si avvertono ancora oggi. Prima di mettermi a scrivere questo post, sapevo poco di questo paese, erroneamente associato a quelli limitrofi. Poche notizie storiche e attuali in generale, e ancora meno in campo musicale. Il suggerimento di un artista angolano, le cui bravura e particolarità mi hanno subito colpita, mi ha permesso di andare a cercare qualcosa in più sul paese, aiutandomi così a distinguerlo dalle altre realtà africane. Ben poco ci viene insegnato della storia di questo continente. Ancora meno sentiamo parlare dell’Africa nei media, a meno che non si tratti di assegnare un luogo di provenienza ai migranti che a fatica giungono sulle nostre coste. Siamo stati costantemente tenuti all’oscuro di quanto successo e continua a succedere in quelle terre perché è esattamente in quei territori che è avvenuta e continua ad avvenire una serie lunghissima di episodi che “è meglio tacere”. Spesso scegliamo di ignorare, di perseverare nell’indifferenza perché è quello a cui da sempre siamo stati abituati. Esperti e appassionati a parte, il continente africano è quello di cui sappiamo meno in assoluto. Invito voi, come ho invitato me stessa, a chiedermi il perché. Oggi sveliamo qualcosina e lo facciamo nel modo più bello: attraverso la musica. Informarsi sulla storia e le vicissitudini, spesso tragiche, di un paese non deve per forza essere un’attività noiosa o “roba da nerd”. Ogni nazione ha avuto sicuramente almeno un artista rappresentativo, che ha diffuso, per mezzo della sua arte, i suoi sentimenti e le sue lotte per la terra natia. Il post di oggi ribadisce ancora una volta il valore della musica e dimostra che le lezioni di storia e cultura non si trovano solo nei manuali, ma anche nei lyrics delle canzoni. Il risultato è anche più dinamico, interessante e coinvolgente. In questo caso, darò insieme a voi uno sguardo alla storia angolana attraverso le parole e la musica di Bonga Kwenda, LA voce dell’Angola

L’artista, il più rilevante e completo rappresentante non solo della cultura ma anche della storia travagliata di questa terra, nasce 70 anni fa nella provincia di Bengo. Scorrendo la sua biografia, ci si chiede immediatamente come abbiano fatto due genitori africani a chiamare il figlio: José Adelino Barceló de Carvalho. Questo il nome di battesimo di Bonga. Lì per lì si avverte la stessa confusione che si prova quando ci si rende conto che una cosa, qualsiasi essa sia, non è esattamente come ce l’eravamo figurata. Il vero nome di Bonga Kwenda condensa la storia di un paese africano – mi chiedo se ce ne sia stato uno a riuscire a scampare all’orda degli europei e/o occidentali, in base a come ci piace definirci, colonizzatori – che ha subito per secoli una dominazione, in questo caso portoghese, tanto radicata da penetrare nella cultura autoctona e assorbirla in sé quasi completamente.  José Adelino Barceló de Carvalho nasce in un’Angola ancora assoggettata ai portoghesi e diventa adulto durante il delicatissimo periodo che porterà il paese alla rivoluzione e alla, per quanto fragile, indipendenza. Prima atleta affermato, sceglie poi di dedicare la sua vita alla musica nel 1972, soltanto tre anni prima delle sommosse che restituiranno all’Angola la “libertà”, dopo svariati secoli di dominazione portoghese. 

La storia musicale e umana di José Adelino, diventato Bonga Kwenda agli inizi degli anni ’70 proprio per la volontà di assumere un nome di inequivocabile etimologia africana, assomiglia a quella di Mercedes Sosa in Argentina. Entrambi hanno incarnato lo spirito di lotta antifascista e il bisogno di libertà e cambiamento così sentiti nei propri paesi d’origine ed entrambi hanno subito l’esilio per essersi esposti in prima persona. Bonga viene spedito in Olanda nel 1972 perché i testi delle sue canzoni, veri e propri inni alla cultura angolana e alla difesa di questa dall’ingerenza spudorata di quella portoghese, vengono considerati sovversivi e pericolosi. E’ proprio lì che Bonga cambia il proprio nome e pubblica il primo, notevolissimo disco, dal titolo che trasuda un senso di attualità quasi spietato: Angola ’72. L’album contiene uno dei suoi brani più rappresentativi, per testi e per stile musicale: Mona Ki Ngi Xica

La canzone, mostrata qui in una versione live abbastanza recente trasmessa dalla tv francese, è cantata in una delle lingue angolane e parla in maniera diretta dello sfruttamento subito dai suoi conterranei. Mi ha colpito fin da subito questa sorta di discordanza tra i testi così legati alla storia angolana e le sonorità che più che richiamare i ritmi percussivi tipicamente africani rimandano a un certo tipo di musica sudamericana. Il nome di Bonga Kwenda è, iinfatti, associato al genere musicale semba, vero e proprio antesignano della più famosa samba. Ancora una volta ci troviamo di fronte a un elemento su cui riflettere: la semba è un genere musicale angolano ma reca chiaramente dentro di sé caratteristiche del folk portoghese, tanto da suonare, almeno ai primi ascolti, più simile alla musica del paese europeo che non a quella africana per antonomasia. Ad ogni modo, Bonga è riuscito a svincolare questa musica dall’influenza europea, rendendola, grazie anche alle sue parole, perfettamente angolana. Non a caso l’artista è stato più volte definito “the voice of Angola”!

Bonga ha cantato sia nei dialetti angolani che in portoghese. Proprio in quest’ultima lingua è un altro brano cardine della sua carriera, Sodade, contenuto nel secondo album dell’artista, Angola ’74, e cantato in coppia con Cesaria Evora, celebre cantante di Capo Verde, arcipelago africano nell’Oceano Atlantico, anche questo rimasto fino al 1975 sotto dominio portoghese. 

Il pezzo è, secondo me, uno dei più belli del repertorio di Bonga, grazie alla mescolanza di due voci sofferte e appassionate come la sua e quella della Evora

All’indomani dell’indipendenza, l’Angola ha cercato con estrema fatica di recuperare un’identità nazionale rimasta forse per troppo tempo occultata dalla dominazione europea. Il paese è precipitato in un caos politico e sociale tale da essere ancora ben lontano dalla dissoluzione. La voce di Bonga ha continuato e continua a essere la rappresentazione critica di uno stato basato su un equilibrio estremamente precario e in cui la cultura fa ancora fatica a trovare un posto ben definito e dignitoso. La musica di Bonga, molto amata dai connazionali, rimane come messaggera di pace e di riscatto per tutto il popolo angolano. L’ultimo video dell’articolo mostra un’esecuzione live allegra e partecipata di Ngana Ngonga, tratto dal greatest hits, O’melhor de Bonga. Apprezzabilissima la fisarmonica che fa da sottofondo a un pezzo dalla musicalità variegata e coinvolgente.

Salutiamo qui il talento e l’importanza storico-culturale di Bonga per il suo paese, e l’Angola, con la speranza che il paese riesca finalmente a lasciarsi alle spalle un periodo troppo lungo di dominazione e a trovare una propria unica e speciale dimensione. Se ci riuscirà, in un futuro si spera breve, sarà stato anche per merito di Bonga

Enjoy and breathe the colors…

Colors on the loose in .. HAWAII ALOHA! Musiche di Gabby Pahinui e Israel Kamakawiwo’ole

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bandiera hawaii

Qualche settimana fa ho avuto finalmente l’occasione di vedere Paradiso amaro (The Descendants), ultimo film del regista statunitense Alexander Payne. Dico finalmente, perché da tempo tentavo di rintracciarlo sul satellite – essendomi sfuggito sul grande schermo – dopo aver letto un numero non indifferente di opinioni positive a riguardo. Non che mi fidi o stia lì a pendere dalle labbra dei critici cinematografici e musicali, intendiamoci. Ebbene, il film ha confermato il mio “rapporto difficile” col regista. Ancora una volta – mi era già successo con Sideways, sua opera precedente del 2004, premiata con Oscar e osannata a destra e a manca – le tante aspettative, accomodatesi accanto a me sul divano all’inizio del film, hanno subito, alla fine, un ridimensionamento tanto brusco da lasciarmi vagamente inebetita. Non parliamo di pellicole inguardabili, chiariamoci, ma nemmeno di miracoli cinematografici. O forse è a me che sfugge qualcosa ogni volta che mi confronto con un film di Payne. Detto questo, se di Sideways avevo apprezzato più di tutto il salto nella California collinare e vinicola, di Paradiso amaro salvo qualcosa in più. Questa volta la leggera delusione derivata dal non esser riuscita ad appassionarmi al dramma familiare di George Clooney è stata compensata da un’attrazione per la colonna sonora e da una riflessioni sui luoghi che scorrono sullo schermo: le isole Hawaii

Le Hawaii, cinquantesimo stato degli Stati Uniti d’America, spiagge bianchissime, mare cristallino, meta da molti agognata per una vita e sede di strutture turistiche di lusso. Ma è davvero tutto qui? Ovviamente no. Come noterete, questo post non è archiviato nella sezione Americhe, bensì in Oceania. L’arcipelago hawaiano ha ben poco in comune con gli USA. Geograficamente, le isole appartengono allo stesso continente in cui ritroviamo Australia, Nuova Zelanda e le varie Polinesia, Micronesia, Melanesia, etc. etc. Arrivare alle Hawaii non è esattamente la cosa più semplice da organizzare, essendo, al mondo, tra le isole più distanti in assoluto dalla terraferma. A parte il fascino ispirato da questa posizione di isolamento in mezzo al Pacifico, le Hawaii hanno popolazioni indigene e lingua molto particolari. Vedendo il film di Payne e ascoltandone la colonna sonora, pensavo a quanto fossero distanti i suoni della lingua locale dall’inglese e a quanto fossero pacifiche – per una volta non è un gioco di parole con l’oceano! – quelle melodie. C’erano spunti sufficienti per indagare un po’ sulla musica tipica dell’arcipelago. Immaginavo che gli esiti dell'”indagine” non avrebbero deluso e così è stato. Vediamo cosa si è scoperto..

Gabby Pahinui e Israel Kamakawiwo’ole sono i due artisti di cui questa settimana parleremo e che ascolteremo. La musica hawaiana ha solitamente toni morbidi, melodie tranquille. Ascoltare le canzoni di questi cantanti/musicisti è, almeno per me, come lasciarsi cullare dalle onde lievi di un mare appena increspato. Sono pezzi nati in spiaggia ma non “da spiaggia”. Gabby Pahinui e Iz – questo l’altro nome, decisamente più pronunciabile, di Israel Kamakawiwo’ole – sono tra gli esponenti più importanti di questo tipo di musica che, seppur attraverso una dolce pacatezza, racconta la storia di popoli che rivendicano il riconoscimento e il rispetto della propria identità. 

Appartenuti a due generazioni differenti – Pahinui nato nel 1921 e Iz nel 1959 – i due musicisti hanno molto in comune. Entrambi nati nella capitale Honolulu, morti in età ancora prematura, dotati di voci che, per quanto differenti, imprimono allo stesso modo un solco nell’anima dell’ascoltare,  Gabby Pahinui e Israel Kamakawiwo’ole sono per il popolo e la musica hawaiana veri e propri esseri mitologici, alfieri nel mondo di una cultura antica e peculiare, troppo spesso erroneamente assimilata a quella del Nord America. 

Mentre si susseguono in Paradiso amaro di Payne, le scene sono accompagnate significativamente da pezzi tradizionali, eseguiti dagli artisti più rappresentativi dell’arcipelago. Tra questi, Gabby Pahinui. Uno dei brani migliori è Ka Makani Ka’ili Aloha preso in prestito, nel video qui sotto, proprio dall’original soundtrack della pellicola. 

Questo pezzo già di per sè riassume le sonorità della musica del posto, la voce calda di Pahinui, considerato un vero e proprio eroe del folk hawaiano, e dà un assaggio della lingua melodiosa delle isole. L’artista nato negli anni ’20, attivo soprattutto tra gli anni ’40 e i ’70, non è stato solo colui che, secondo molti conterranei, ha cambiato il volto della musica hawaiana, aprendola al resto del mondo. Egli è stato anche uno dei maggiori esecutori di slack-key, una tecnica di fingerstyle sulla chitarra che deve i natali proprio all’arcipelago del Pacifico. Come al solito, non sono in grado di scendere in dettagli tecnici. Quello che conta è che quello che all’origine era un modo di suonare vincolato a contesti privati, in famiglia o tra amici, con Gabby Pahinui diventa un vero e proprio stile che dalle Hawaii passa al resto del mondo. 

Ho tentato di trovare video che mostrassero il musicista in concerto ma ce ne sono davvero molto pochi. Uno di grande rilevanza è quello in cui Pahinui esegue Hi’ilawe, pezzo tra i più antichi, registrato nel 1946, introdotto dalle parole di stima del figlio, anche lui musicista. 

Se ci lasciamo scivolare su una sorta di linea generazionale all’interno del panorama musicale hawaiano, passiamo in modo del tutto naturale dalla slack-key guitar di Gabby Pahinui all’ukulele di Israel Kamakawiwo’ole. Se il suo predecessore è stato colui che ha portato la musica hawaiana nel mondo, con Iz questa ha finito per essere consacrata. Questi ha preso il folk portandolo a un livello successivo, costruendo pezzi in cui si miscelano lingua locale e lingua inglese, melodie tipiche e accenni blues e jazz. Iz, musicista dall’infanzia fino alla sua troppo prematura morte, avvenuta all’età di soli 38 anni, è stato soprattutto un artista impegnato. Ha cantato i disagi degli indigeni; ha condannato, attraverso la sua voce di una dolcezza infinita, le violazioni che la sua terra ha dovuto subire. Esempio speciale di tutto ciò Hawai’i ’78, canzone contenuta in Facing Future (1993), album più celebre di colui che è stato definito “The voice of Hawaii”.

Il pezzo, eseguito dal vivo, con l’accompagnamento del fedele ukulele, cantato in parte in lingua locale e in parte in inglese, e supportato qua e là da immagini toccanti della vita nell’arcipelago, è un atto di denuncia diretta e senza troppi giri di parole di tutto ciò che la sua patria ha dovuto sopportare, dallo sconvolgimento del territorio, deturpato per la costruzione di innumerevoli strutture turistiche tanto lussuose quanto tristi, all’assorbimento della cultura locale in un sistema, potremmo ancora dire, imperialistico. 

Ora, tutti noi conosciamo la versione di (Somewhere) Over the rainbow, classico dei classici della musica mondiale, realizzata da Iz, e postarla qui avrebbe il sapore della mossa scontata ma non posso evitare di farlo. Si tratta, secondo me, non solo della cover più riuscita del brano, ma di una delle cover migliori di sempre. Il video ufficiale, tributo realizzato all’indomani della scomparsa dell’artista, mostra fotogrammi commoventi di Iz e immagini di un paradiso che dovrebbe essere rivalutato per le sue caratteristiche specifiche e per la sua gente coraggiosa, e che non dovrebbe più essere considerato semplicemente come una “periferia dorata” degli Stati Uniti d’America. La voce di Israel Kamakawiwo’ole, come prima quella di Gabby Pahinui, si fonde alle onde dell’oceano sulle scogliere, allo scrosciare delle cascate e al vento che soffia tra le palme di una terra che, punto luminoso al largo del Pacifico, brilla di luce propria anche… al di là dell’arcobaleno. 

In chiusura di articolo, sento il dovere di ritornare sui miei passi. Paradiso amaro può anche non avermi entusiasmato nella storia e nella costruzione ma ha avuto il merito di avvicinarmi alla musica delle Hawaii e di farmi riflettere su questa meravigliosa terra. Non so se questo fosse tra gli intenti di Alexander Payne prima e durante la realizzazione del film. Credo, a ogni modo, di dovergli un piccolo ringraziamento.

Enjoy and breathe the colors…

Hasta siempre Compay! – Alma musical de Cuba

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Bandiera Cuba

Tre mesi fa nasceva Colors on the loose! Nasceva con l’intento di viaggiare, viaggiare e viaggiare, geograficamente, metaforicamente e, soprattutto, musicalmente. Nelle settimane che hanno preceduto l'”inizio della navigazione”, ho pensato parecchio a come dar forma a questo blog, a come suddividere in categorie “smart”, immediate e semplici i contenuti che lo avrebbero man mano arricchito e costruito. La sezione onde storiche – che notate nel menu appena sotto il “motto” della pagina – è nata in maniera del tutto naturale, appendice essenziale in uno spazio dedicato alla musica. Questa categoria avrebbe ospitato personalità – e ce ne sono tante! – che hanno fatto la storia della musica, tradizionale o meno, del proprio Paese e le cui onde, sonore e non, continuano a lasciare tracce significative sulle proprie terre musicali e su quelle del mondo restante. L’idea prevedeva di parlare non solo di artisti passati ormai, come si usa dire, a miglior vita, ma anche di band che, seppur non più attive, continuano a essere abbondantemente influenti. Finora onde storiche ha raccolto le storie di vita e di musica di quattro artisti, alcuni deceduti, altri ancora viventi, diversissimi tra loro ma, nel contempo, simili nell’importanza che hanno avuto nel panorama musicale locale e mondiale. Questa settimana, questa sezione si arricchirà di un’altra storia e di altre sonorità. Sono contenta perché quella che ci apprestiamo a cavalcare è un’onda storica per antonomasia! Non ci potrebbe essere articolo più adatto a questa categoria di quello che, in questa settimana alle soglie dell’autunno, racconta di un viaggio a Cuba e dell’incontro con l’alma tutta cubana di Compay Segundo

Devo ammetterlo: non sono mai stata una grande appassionata di musiche centro-sud-latino-americane e penso che mai lo diventerò. C’è tuttavia qualcosa in alcuni artisti che spazza via certe barriere di genere e fa apprezzare l’autenticità di un messaggio musicale che, oltre a diffondere ritmi caldi e ballabili, si fa testimonianza dell’anima, della storia e della vita di una terra e di un popolo. Compay Segundo occupa un posto speciale per me perché è stato uno dei pochi a farmi apprezzare una tipologia musicale di solito alquanto distante dai miei gusti e perché nel suo armonico, nella sua seconda voce, nel suo sorriso e, prima di tutto, nei suoi 95 anni di vita, c’è davvero tanto di Cuba.  Già il nomignolo, Compay Segundo, mi è estremamente simpatico. Se poi a questo si aggiungono la sua allegria, il suo sigaro e la sua sapienza quasi centenaria al sapore di rum, diventa esattamente il compare che tutti vorremmo avere. Ma chi era davvero Compay Segundo? Meglio ora dire qualcosina in proposito e passare finalmente alla parte migliore, la sua musica!

Maximo Francisco Repilado – questo il suo nome di battesimo – nacque in un piccolo villaggio nei pressi di Santiago di Cuba, nell’estremo est del Paese. Era il 1907 e, come tanti bambini del posto, alternava i giochi sulla spiaggia al lavoro nelle fabbriche di tabacco. La sua è una storia di grande semplicità, povertà e sofferenza che cerca, fin dall’inizio, un rifugio e un riscatto nella musica. Prima ho fatto riferimento all’armonico. Si tratta di una sorta di chitarra a 7 corde che un giovanissimo Francisco creò su misura per lui e per la musica che iniziò a comporre fin dall’adolescenza. Il primo pezzo dell’articolo risale al periodo compreso tra il 1942 e il 1955, anni in cui, approdato a L’Avana, il futuro Compay formò e tenne in vita con l’amico Lorenzo Hierrezuelo il duo Los Compadres

Il brano introduce sia alla musica di Francisco Repilado che alla spiegazione del suo nomignolo che proprio in quegli anni gli venne affibbiato da una radio locale. Se Lorenzo Hierrezuelo era il Primo Compay perché voce principale del duo, Francisco diventò Compay Segundo per le sue consuete seconde voci. Tale rimarrà per tutto il resto della sua carriera. La musica del duo – lo dice anche il titolo del brano ascoltato – raccontava la vita rurale delle regioni orientali dell’arcipelago caraibico, sviscerandone le peculiarità e le difficoltà. 

La vita di Compay Segundo è stata segnata, in tutta la sua durata, dalla musica ma anche dal lavoro. Dopo aver abbandonato il duo dei Los Compadres e aver formato il gruppo Compay Segundo y sus muchachos, questi ritornò nella sua fabbrica di tabacco, lavorandoci fino alla pensione nel 1970. Dedico il resto dei suoi anni alla musica, viaggiando in tutto il mondo ed esportando il suono caldo e piacevolissimo della sua patria. Son cubano, così è solitamente chiamato il genere che caratterizza il Paese, scrigno sonoro in cui è custodito un mix prezioso di ritmi ereditati dagli schiavi provenienti dall’Africa e di musica di discendenza europea. Ho letto qua e là che questo genere iniziò ad affermarsi in occasione di feste chiamate changuì che si tenevano nelle campagne cubane. Ed è proprio una sorta di gioioso ritrovo folkloristico quello che si ammira nel videoclip di El camison de Pepa, brano più recente di Compay

Il video mi è piaciuto moltissimo fin dall’inizio per la scioltezza dei ballerini, per l’atmosfera allegra e per la bravura sullo strumento di un Compay già avanti con gli anni. 

Di solito si dice che le cose più belle ce le si lascia alla fine, pregustando sornioni il loro arrivo. Ho fatto più o meno così anche io, qui, nel post di questa settimana. Il brano successivo, l’ultimo, è quello tramite cui ho conosciuto Compay Segundo – canzone, tra l’altro, resa famosissima dal film documentario Buena Vista Social Club di Wim Wenders – ed è quello con cui pensavo di aprire il post. Strada facendo, ho pensato, invece, di chiudere col botto. Chan chan per me è il “botto”! Ho sempre trovato questa canzone bellissima, traboccante di una carica ammaliante sensazionale dovuta all’impasto sonoro perfetto di chitarre/armonico e voci. Qui è in una versione live tratta da un concerto che Compay tenne a L’Olympia di Parigi nel 1999. L’onda dolce su cui si svolge il brano ci culla verso Cuba e, se chiudiamo gli occhi, riusciamo quasi a percepire il suo sole caldo sulla pelle, l’odore dei sigari e del rum, e l’anima immortale di questo grandissimo artista. 

Enjoy and breathe the colors…

Mercedes Sosa: voce universale di protesta dall’Argentina al mondo.

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bandiera argenitna

Che cos’è la musica e cosa sono le parole in musica? Si sentono, in giro, risposte di tutti i colori. La musica è amata da tantissimi: c’è chi afferma fieramente di non poter vivere senza; chi la usa per dare un sottofondo ai propri sogni; chi lega romanticamente i momenti importanti della propria vita a una canzone, e così via. La musica è, al tempo stesso, non apprezzata: alcuni la considerano un elemento superfluo e pressoché inutile della vita; altri la riducono, sbuffando, a un semplice strumento di evasione; altri ancora, semplicemente, non vi fanno caso. Le risposte non si contano perché la musica è materia incandescente che ognuno di noi plasma seguendo i propri parametri, le proprie sensazioni e esperienze di vita. Allo stesso modo, le parole in musica, filtrate dal nostro vocabolario personale, si adagiano dentro di noi sul comodo letto della nostra interpretazione. Che cos’è la musica? Per me, è talmente tante cose da sfuggire a una definizione univoca. So per certo, però, che essa ha un potere immenso, il più importante: quello di cambiare il mondo. Tra i vari esempi, innumerevoli, di ciò, ho scelto, per questo primo spazio di colori  musicali di agosto, una delle espressioni più alte del potere positivo della musica a servizio del cambiamento per un mondo migliore: la voce argentina e universale di Mercedes Sosa

Questo post è nato contemporaneamente dall’idea di mettere a tacere quel pregiudizio secondo cui la musica sarebbe solo un inutile ornamento dell’esistenza e dalla voglia di celebrare e ricordare un’artista che è stata un esempio di Donna e una voce musicale e politica  di una grandezza tale da essere ormai immortale. Mercedes Sosa (1935-2009), che definiva se stessa una cantora popolar, che gli altri chiamavano la negra e che,successivamente, il mondo riconobbe come la voz de América, è stata l’essenza musicale più significativa della protesta contro le dittature militari in Argentina negli anni tra il 1967 e il 1982. A metà degli anni ’60, quando la dittatura non aveva ancora mostrato i suoi aspetti più brutali, la giovane Mercedes cantava già per gli oppressi. La cancion del derrumbe indio (1966), canzone di denuncia dei soprusi da parte degli uomini bianchi sulle donne indigene, dà il via a quarant’anni di attività musicale impegnata politicamente e socialmente. Il seguente video mostra una Mercedes trentenne che esegue il pezzo accompagnandosi semplicemente con un tamburo e cantando con una voce fiera e ispirata. 

Mercedes Sosa già dalla metà degli anni ’50 era entrata a far parte del Nuevo Cancionero, movimento che si impegnava, da un lato, a recuperare il patrimonio folcloristico musicale argentino e, dall’altro, a diventare guida, attraverso testi impegnati, degli ultimi e degli oppressi nelle loro lotte per la giustizia e la libertà. Gli esponenti della cosiddetta nueva cancion ebbero quasi tutti un destino poco felice: molti di loro finirono negli elenchi tristemente famosi delle migliaia di desaparecidos; molti altri conobbero l’esperienza umiliante dell’esilio. Tra questi ultimi anche lei, rimasta (soltanto fisicamente, mai con l’anima!) lontana dalla patria dal 1979 al 1982, dopo aver conosciuto l’asprezza della censura.  

Album come Mujeres argentinas e Hasta la victoria entrano nella storia dell’Argentina e del mondo come testimonianze di presenza attiva della musica nei processi di protesta e di lotta. Sul finire degli anni ’70, la voce di Mercedes intona uno dei brani più significativi del suo repertorio. Solo le pido a Dios viene prontamente censurata dal regime nel 1978. Nonostante ciò, stringe in un abbraccio pieno di speranza il popolo argentino e da lì si trasmette al resto del mondo, diventando uno dei canti più importanti contro la guerra e contro l’indifferenza. Una parte del testo recita: 

Solamente chiedo a Dio
che la guerra non mi sia indifferente
è un mostro grande e calpesta ferocemente
tutta la povera innocenza della gente

La versione qui proposta è tratta da un live del 1984 nel quale la Cantora è accompagnata da Leon Gieco, celebre cantautore argentino e autore della canzone.

Guardo il sorriso materno di Mercedes indirizzato al pubblico/popolo e ascolto la sua voce che è stata stratificazione delle voci di migliaia di argentini e, improvvisamente, è come se mi sentissi parte di loro. Sento una grande solidarietà che è la vicinanza di chi vive condizioni di disagio, di coloro a cui viene negata la possibilità di esprimersi appieno e liberamente. Oggi ci saranno pure situazioni diverse, sarà pure più difficile rintracciare l’autenticità di certi ideali ma le sofferenze dei popoli, le privazioni, l’affossamento della libertà, l’annichilimento dei valori di pace e comunanza non sono poi così diversi. Figlia di questo XXI secolo, mi trovo più volte a dubitare del senso della lotta e delle possibilità di riscatto. La voce di Mercedes Sosa, che è quella di tutti i “non privilegiati”, mi dà motivo, invece, di continuare a credere in un futuro migliore e, prima ancora, nella necessità e nell’importanza di non rimanere in silenzio, di non indugiare nell’indifferenza. Todo cambia, tutto cambia, recita il titolo di uno dei pezzi più famosi de La Negra (composta dall’artista cileno Julio Numhauser). Il suo modo di cantare e il testo del brano danno ancora valore alla speranza e alla fiducia nel cambiamento. Concludo questo post con il video della canzone – sottotitolato in italiano affinché si possa apprezzare il testo senza difficoltà – e con una piccola e semplicissima parola da parte mia per la grande Mercedes: gracias! 

Enjoy and breathe the colors!

United States of Colors

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bandiera usa

Dopo la Russia, gli Stati Uniti d’America. Solo un caso, lo giuro! Nessun confronto/scontro premeditato. Nessun proposito di enfatizzare una rivalità/luogo comune anche sul piano musicale. Tutt’altro.

Nel mio immaginario la Russia e gli USA sono entrambe, prima di ogni altra cosa, due nazioni enormi, vastissimi spazi geografici, animati da una varietà di culture e voci tale da rendere difficile e forzato qualsiasi tentativo di categorizzazione. Si tratta, anzitutto, di zone ampie che si offrono a esplorazioni di ogni sorta e a esiti sorprendenti.

Questa volta siamo capitati negli USA e, no, non parleremo di cowboys e musica country – non questa volta, almeno! Devo confessarlo, sono la prima ad avere grossissime riserve sulla cultura statunitense, regina di contraddizioni troppo spesso più inquietanti che affascinanti. Individualismo, cibo spazzatura, rodeo, venerazione delle armi, self-made men, giustizia fai da te, etc. sono tratti tipici di questa cultura. A volte, però, insistere su queste caratteristiche è un po’ come insistere su pizza, spaghetti, mafia e mandolino descrivendo l’Italia. Parleremo di altro qui, perché c’è molto altro, e lo faremo attraverso la musica. 

Scegliere un’artista che rappresentasse gli USA è stato, da un lato, compito tanto arduo quanto tentare di disegnare la bandiera del Paese – qui in cima all’articolo – utilizzando un finto spray da murales con un software da disegno da quattro soldi. Dall’altro lato, considerando quanto detto finora, ho avuto ben pochi dubbi. Ho scelto una cantante, un’artista dalle mille sfaccettature, scoperta grazie a una mia carissima amica – che leggerà e si riconoscerà! (Le scoperte per merito di altre persone sono tra le più belle; significative come tutto quel patrimonio di storie popolari tramandate di generazione in generazione) – rappresentazione perfetta, a mio parere, di certa cultura statunitense, intesa come miscuglio creativo di genti e colori. Lei è Lhasa De Sela

Lhasa nasce vicino New York nel 1972 e proprio in lei si anima un incontro di culture diverse. Padre messicano, madre statunitense, nonno panamense e bisnonno libanese, chiamata come la città sacra del Tibet, cresce in un’ambiente di grande condivisione e vive una vita on the road. Canta le canzoni che lei scrive e arrangia in inglese, francese e spagnolo. Si assiste, attraverso esse, alla fusione di generi musicali diversi, dal blues alla musica gitana dell’Est Europa, specchio dell’unione di tradizioni lontane l’una dall’altra ma confluite nelle sue note e nelle sfumature della sua voce.

Il pezzo che mi appresto a condividere è tratto dal suo secondo album, The living road (2003), nominato tra i migliori album “cross-culturali”. Non si tratta di un ascolto facile eppure su di me ha agito come una sorta di ipnosi e, nel contempo, come mezzo di trasporto per luoghi lontani ma profondamente intimi. Eccolo qui, Anywhere on this road

Non sono riuscita a trovare un videoclip della canzone. All’inizio pensavo fosse un peccato, poi ho pensato alla bellezza di poter immaginare, senza condizionamenti visivi, tutto il mondo simbolico evocato dal pezzo. Ascoltandolo, si muovono nella mia mente, in slow-motion, immagini di lunghi percorsi, reali e metaforici, che culminano in una specie di danza sciamanica, sorretta dal crescendo mistico dell’incantevole tromba del jazzista fusion libanese Ibrahim Maalouf. Ecco un primo, meraviglioso incontro di culture e sonorità. 

Il secondo e ultimo brano che voglio qui proporre, in un’intensa versione live, è Rising, tratto dal suo terzo album, Lhasa (2009): 

Il brano è chiaramente un blues, sia nella musica che nel testo sofferto, ma ha qualcosa in più: il suono cullante dell’arpa, strumento inusuale per il genere ma simbolo, ancora una volta, dell’abbattimento di certi confini musicali. Come possa a voi suonare la voce di Lhasa è del tutto soggettivo. Personalmente, essa ha sulle mie orecchie lo stesso effetto di una carezza che su una guancia asciuga le lacrime. Una voce carica, seducente ma,  contemporaneamente, soothing, calmante, rassicurante. 

Lhasa ha lasciato questo mondo il 1° gennaio di tre anni fa. Mi piace pensare a lei come a un esempio positivo di cultura e musica statunitensi. La sua persona e la sua voce hanno abbattuto muri di genere e costruito ponti culturali. 

There is nowhere to stop/anywhere on this road, recita una parte del testo del primo pezzo qui postato, ossia, non c’è alcun posto dove fermarsi/qui su questa strada. La road, così frequente nella vita e nei testi di Lhasa, rimanda qui a qualcosa di più vasto, di universale. Sì, non ci si può fermare. Ecco perché, nonostante la sua prematura scomparsa, mi piace immaginare che certe strade d’America, e non solo, risuonino ancora della sua voce, quella dell’umanità intera. 

Enjoy!

Un angolo russo

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Russia

Parlando di cose che amiamo e che seguiamo con attenzione, spunta sempre qualcosa che, per un motivo o per un altro, spicca per noi più di altre. Gli amanti dei fiori li apprezzano tutti, ne ammirano i colori e ne annusano i profumi, ma certamente preferiscono poi il girasole al gladiolo o la rosa all’iris. I cinefili hanno i loro film preferiti e i lettori appassionati hanno quei libri che rileggerebbero più e più volte nella vita senza mai stancarsi. Questo post, devo ammetterlo, si basa per me su una preferenza. Pur appassionata di tutti i colori e di tutte le bandiere, quella che svetta all’inizio di questa pagina ha un significato importante nella mia vita e si colloca in cima alle mie preferenze, sotto vari punti di vista. Non potevo aspettare molto prima di dedicare un articolo alla mia amata Russia! Per anni studentessa di lingua e letteratura russa, sarò per sempre appassionata della cultura di questa nazione davvero fuori dall’ordinario. Abituatevi perché tornerò spesso in Russia, almeno attraverso le pagine di questo blog! 😉

Di fronte al ventaglio di possibili scelte riguardanti artisti russi, ho imboccato ancora una volta la strada della preferenza personale. Rassegnatevi, questo è davvero un post “di parte”! 😀 Proverò ora a immaginare qualcuna delle vostre domande, arrivati a questo punto.

Sì, ma di cosa/chi parleremo?

Parleremo di Федор Чистяков/Fedor Čistjakov (pietroburghese, classe 1967) e dei Ноль/Nol’, sua ex band.

Ma perché proprio lui?

Se c’è qualcuno di voi che conosce un po’ di musica russa, starà di sicuro strabuzzando gli occhi di fronte alla scelta di non parlare di artisti decisamente più famosi, Кино/Kino e ДДТ/DDT primi fra tutti – su cui comunque, tranquilli, tornerò in futuro! Ok, devo ammettere che quando vivevo a Mosca ho avuto più volte la sensazione che addirittura gli autoctoni ne sapessero ben poco di questo particolarissimo personaggio. Io, a ogni modo, lo ritengo un grandissimo artista, meritevole di essere conosciuto e apprezzato ad ampio raggio. E poi lo adoro, non vi basta? O, meglio, non vi incuriosisce? 😉

Ma come lo hai scovato?

Anni fa in edicola si trovavano ancora collane interessanti. Pagavamo già in euro ma erano ancora i tempi dei cd e dei rispettivi, oggi ingombrantissimi, lettori. Una di queste collane/collezioni dispensava, a pochi soldi, cd dedicati alle musiche del mondo. Quella fu, per me, un’ “annata” felice! Ero agli inizi dei miei studi di russo quando mi capitò tra le mani l’uscita con il cd dedicato alla Russia. Devo ammettere che la maggior parte delle canzoni in esso contenuto, non fosse stato per la lingua, avrebbe potuto trovarsi benissimo anche su un disco di un certo genere neomelodico italiano che, con tutto il rispetto, inquieta alquanto il mio stomaco. Tra queste, però, c’era una vera e propria gemma che avrebbe fatto sbocciare di lì a poco la mia curiosità e il mio amore per Fedor Čistjakov e per i Nol’. La canzone era Человек и кошка/L’uomo e la gatta. Eccola qui: 

Il suono di questa fisarmonica così perfettamente amalgamata alle parole e alle immagini di un video, direi, tipicamente russo, hanno destato subito il mio interesse.

Fedor Čistjakov è un personaggio affascinante ed estremo, tratti che sembrano essere peculiari per i russi! Virtuoso della fisarmonica – la suona dall’età di 8 anni – talento allo stato puro e precursore di sonorità originali. 

Siamo alla metà degli anni ’80 quando il giovane musicista, in una Leningrado in piena perestrojka, forma una band, i Nol’ (Zero), e mette a punto, attraverso la loro musica, il suo insolito piano musicale: la fisarmonica non è solo uno strumento folk; la fisarmonica è ROCK! La canzone appena postata dà forse poco l’idea ma i Nol’ degli esordi erano davvero punk-rock’n’roll. I virtuosismi allo strumento di cui Čistjakov è maestro, uniti alle chitarre, spesso rozze e urlanti, e ai testi audaci e taglienti, rappresentano la stanchezza di moltissimi giovani russi, schiacciati da una realtà sovietica ormai terminale e priva di senso, e danno voce al loro desiderio di ribellione e di risveglio dal torpore culturale. 

Un ottimo esempio è il pezzo Кислотный дождь/Pioggia acida, quadretto al grigiore e all’ipocrisia della realtà loro contemporanea. Questa versione live (1988) è davvero superba!

Allo scioglimento dei Nol’ – nei primi anni ’90 – la vita di Čistjakov prosegue tra musica e mistero, oscillando tra legalità e illegalità – trascorre gli anni tra il 1992 e il 1994 tra il carcere e un ospedale psichiatrico -, in equilibrio precario tra misticismo e concretezza. Il ritorno alla musica effettivo avviene nel 1997 e da quella data in poi Čistjakov pubblica diversi album, tutti molto validi, apprezzati soprattutto per il mix di melodie dei primi del ‘900, canzoni sovietiche, ritmi latinoamericani e blues. 

Negli anni scompaiono certe sonorità tipiche degli anni ’80, percepibili in molte canzoni dei Nol’, ed emerge una maggiore raffinatezza, dovuta forse a un avvicinamento alla musica classica e al blues. Restano più o meno gli stessi i testi significativi e  il modo di cantare impreciso ma pieno di pathos di  Čistjakov. 

Concludo l’articolo con un video live recentissimo di Верещагин/Vereščaghin,  una canzone a cui tengo particolarmente e che, secondo me, sancisce il raggiungimento, per questo grande artista, della COMPLETEZZA! 

Enjoy!

Intro

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Da brava amante delle esplorazioni in generale, con una spiccata predilezione per quelle musicali, sono molto contenta di poter dare inizio a questa nuova “avventura”. 

Un po’ come se corressi in aeroporto a prendere il primo aereo disponibile, ignorandone la destinazione, non so come andrà né dove arriverò. Non importa. Del resto, fior fiori di scrittori hanno più volte sottolineato quanto ciò che conti di più non sia l’arrivo, la fine di un viaggio, bensì il percorso che si compie per giungervi. Sarà così anche per Colors on the loose!

Cos’è effettivamente Colors on the loose (Colori in libertà!)? Un blog personale? Un blog musicale informativo?

Beh, di sicuro di musica si parlerà ma non sarà un blog, come dire, tecnico. Gli amici musicisti mi scuseranno – anzi, sono invitati a partecipare e commentare – ma le mie “recensioni” nulla avranno di tecnico e di astruso. Sicuramente ho un orecchio musicale parecchio allenato ma tutto quello che scriverò sarà dettato dall’emozione, dall’irrazionalità, dalla passione e dai colori che immaginerò fondersi in una canzone o in artista. Perché è così che io vivo la musica!

Un blog di musica etnica?

Se si sceglie di adottare questa dicitura, come spesso accade, per creare delle etichette, delle divisioni e, soprattutto, per perseverare nel considerare “diversa” tutta la musica non propriamente occidentale, allora… semplicemente… giammai! Siamo qui, al contrario, per diventare spettatori e, in questo caso, soprattutto ascoltatori, dello sgretolamento dei confini perché la libertà di espressione ricercata attraverso la musica è la stessa a tutte le latitudini e perché la musica stessa, TUTTA la musica, di ogni popolo, ha pari dignità, pari bellezza e pari arcobaleni di colori. 

Sogno da tempo di poter assistere a un evento in cui musicisti di ogni parte del mondo siano invitati a esprimere se stessi e le proprie culture liberamente, nell’ammirazione e nel rispetto reciproci, in un’atmosfera festante di pace e libertà. In attesa di ciò, navigo alla scoperta di nuovi colori e nuovi ritmi da poter condividere anche qui! 😉

Ora concludiamo questa intro e avviamo il tutto! Ho pensato e ripensato a un modo per iniziare. Alla fine, mi è venuto in mente di rispondere a una domanda molto semplice: qual è stata una delle prime canzoni ad alimentare la mia curiosità verso le musiche del mondo? Ho dovuto rifletterci un bel po’ e tornare indietro, a tempi ancora ignari di parecchie scoperte e di altrettanti ricordi. La risposta, infine, è giunta!

Dovevano essere gli ultimi anni ’90 e, sebbene sia passata anche io, come molti altri, dalla “fase Spice Girls & Backstreet Boys”, iniziavo fortunatamente a essere attratta da orizzonti più vasti, da sonorità musicali ancora inusuali per il mio orecchio adolescenziale. Una prima folgorazione avvenne grazie a uno spot pubblicitario che qui ovviamente non citerò – anche perché non lo ricordo nemmeno! Negli anni di che spot si trattasse non so più dire, ma la canzone scoperta è rimasta ed è tuttora una delle mie preferite. Eccola qui….

Siamo nella Repubblica Democratica del Congo e chiunque sia appassionato di musiche del mondo conosce Papa Wemba, grandissimo artista, sulle scene internazionali da diversi decenni e con all’attivo innumerevoli album. Non è un mistero che la musica africana sia solitamente allegra e solare, con ritmiche in grado di smuovere e far ballare anche i più legnosi. Niente luoghi comuni ma 15 anni fa Yolele mi metteva di buon umore, mi faceva immaginare spazi aperti e soleggiati – il che è già un merito notevole considerando che si aveva a che fare con l’umore nero di un’adolescente – e suscitava in me emozioni più profonde e forti di quanto non facessero i cantanti miei coetanei o poco più anglo-americani. Ancora oggi, Yolele non manca mai nelle mie playlist di musiche del mondo. Sono ancora ammaliata dalla voce traboccante di anima di Papa Wemba e non ho ancora smesso di essere alla ricerca di tutti i colori che si fondono in questo brano. 

Di questo grande artista, in versione live, consiglio anche Sala Keba:

Just enjoy!!!