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“Un racconto d’inverno”… Merry Christmas and a joyful new year!

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20 dicembre 2015 – Un racconto invernale
Preludio del ritorno

A nascondere l’emozione non ci provo neanche! Un anno di separazione dalla nave colorata di Colors on the loose ha (avuto) un certo peso. Ritornare, seppur lentamente, come pregustando uno slancio finale, mi regala un senso di liberazione, la carezza di un ritrovamento miracoloso. L’ispirazione non è mai mancata veramente. Il tempo, sì. Quello giusto, quello che scorre senza troppi affanni e che lascia quel margine di tranquillità che permette di sedersi e abbandonarsi al flusso della scrittura. E’ un lusso che, per svariati motivi, non ho avuto, tra lo scorso dicembre e il presente. Meditavo il ritorno da un po’, da quando ho iniziato a realizzare il senso di mancanza, a sentire farsi più vivo il dispiacere latente di sapere questa vecchia nave, carica di melodie e storie, ancorata da sempre più tempo. Il 2016 sarà l’anno del ritorno al viaggio. Solenne promessa alle vele… e non solo! 🙂 Prima di passare oltre, ci tengo a ringraziare alcuni affezionati lettori – sono più che certa sapranno riconoscersi – per aver contribuito ad alimentare significativamente il desiderio del ritorno. Se il vento torna, pian piano, a essere favorevole è soprattutto per merito vostro. 🙂

 

Oltre all’emozione anche lo stupore: questo è già il terzo articolo, su questa nave, dedicato alle feste natalizie e di fine anno. Nel 2016 ormai alle porte questa creatura, nata da una passione grande ma nel contempo semplice e genuina, compirà 3 anni. Questo pensiero non fa che rafforzare la voglia di continuare a darle la linfa giusta. Colors on the loose è stato un piccolo sogno divenuto realtà. Merita di continuare a brillare, come una stella intermittente la cui vita è ancora vicina all’infinito.
Il tempo non risparmia comunque nessuno ed ecco che è Natale ancora una volta. Come sempre, c’è chi la prende con gioia e con animo festante e chi non riesce a fare a meno di cedere all’angoscia per il tempo che passa e per la fretta con cui ciò avviene.
Per me questo sarà un Natale diverso: il primo lontano dalla casa di origine e da quegli affetti dai quali non si può prescindere. Il primo Natale in una terra lontana, straniera ma non per questo ostile. Non ci sarà il consueto paesaggio del mare increspato dalla brezza invernale. Non sentirò quei sapori e quegli odori che, fin da quando ero bambina, caratterizzano il periodo. Mancheranno la spensieratezza e l’ansia di un tempo. Saranno appunto un Natale e un inizio d’anno diversi ma avranno la loro bellezza, le loro peculiarità. Mi regaleranno nuovi ricordi e nuove ricchezze. Scrivo di questa situazione perché sono sicura non sia soltanto la mia ma quella di tante altre persone che, per un motivo o per un altro, per casi più o meno fortunati, si trovano lontano dalla propria casa.

 

Quest’anno il logo di Colors on the loose dedicato alle festività natalizie è chiaramente ispirato alla pace. Per situazioni personali che ho vissuto o che ho visto con i miei occhi e per quello che, senza distinzioni di sorta, è arrivato dal mondo in questo anno ora al tramonto, l’augurio di pace mi sembra quello più consono per le prossime festività e per l’anno che sta per giungere. Quando penso alla pace non mi viene in mente, in un modo che sarebbe anche semplicistico, soltanto la fine delle guerre a ogni latitudine. Penso a una serenità d’animo che non riusciamo più a provare e di cui parte del mondo è, da troppo tempo, costantemente privata. Il senso di pace di chi canta gioiosamente davanti a un camino acceso, di quei bambini che possono giocare spensierati come dovrebbe essere tipico alla loro età, di ogni persona che non è costretta da altri a sentirsi costantemente diversa, di chi riesce  a far tesoro di valori diversi traendone condivisioni e non divisioni, di chi non deve essere alla continua ricerca di modi per sopravvivere. E’ questa la serenità che vorrei augurare a tutti, per le prossime feste e per il futuro. E visto che Colors on the loose non è tale senza musica, per accompagnare questi auguri ho scelto due canzoni di uno dei miei gruppi preferiti di sempre: i Queen. Rileggendo il post-fiume del dicembre dello scorso anno, dedicato alle memorie musicali relative a questo periodo dell’anno, mi sono chiesta come abbia potuto dimenticarmi di loro. Sinceramente, credo che siano ben poche le fasi della mia vita non collegate, in qualche maniera, allo storico gruppo inglese e all’ineguagliabile voce di Freddie Mercury.
Proprio in questi giorni sono tornati alla mia memoria dei pezzi che ho sempre amato. Avevo già qualche idea in merito alle sfumature da dare a questo ritorno al blog e ho subito pensato a loro come alla veste musicale più adatta.

 

Siamo nel 1984 quando quando i Queen pubblicano per la prima volta, come B-side di un paio di singoli apparsi sull’album The works, Thank God It’s Christmas, loro contributo speciale al tema delle festività invernali. Il pezzo si muove su una ritmica che risente delle atmosfere musicali degli anni ’80. E’ gioios0, in qualche modo liberatorio e fa trasparire la speranza e l’augurio di un Natale di serenità, di pace, di affrancamento da tutto ciò che non vorremmo più né sentire né vedere né provare. Ulteriore auspicio è che possa essere Natale un po’ tutti i giorni.

 

 

 

“Oh my love we’ve had our share of tears
Oh my friend we’ve had our hopes and fears
Oh my friends it’s been a long hard year
But now it’s Christmas […]
Thank God it’s Christmas yeah
Thank God it’s Christmas
Can it be Christmas?
Let it be Christmas
Ev’ry day”
“Oh, amore mio, abbiamo condiviso molte lacrime
Oh, amico mio, abbiamo avuto le nostre speranze e le nostre paure
Oh, amici miei, è stato un anno lungo e duro
ma adesso è Natale […]
Grazie a Dio è Natale, sì
Grazie a Dio è Natale
Può essere Natale?
Facciamo che sia Natale
ogni giorno”

 

 

A distanza di poco più di 10 anni, nel 1995, questo pezzo viene rilasciato nuovamente. Questa volta compare come B-side di A winter’s tale, singolo estratto dall’album postumo – Freddie Mercury muore nel novembre del 1991 – pubblicato sempre nel 1995, Made in heaven, ultimo vero album della band. Il disco è così bello che sembra davvero sia stato concepito in paradiso. Una perla malinconica che, senza dubbi e senza ombre, riflette il destino di Freddie Mercury. Allo stesso tempo, una boccata di aria pura, di speranza; la descrizione musicale di quel momento catartico in cui le lacrime cedono il posto alla sensazione di essere prossimi ad abbracciare l’eternità. Un disco intimo, di una sensibilità tagliente che non può che attraversare tutti noi come un fascio di luce quasi accecante. E’ il saluto di Freddie dall’altra parte dell’esistenza: la sua voce è già consegnata all’eterno.

 

A winter’s tale è la penultima canzone dell’album ed è la sintesi perfetta dell’atmosfera del disco. Non riesco a quantificare la bellezza di questo brano. La voce di Freddie viaggia in libertà sulle note che danno vita a questa melodia invernale; si stende su un crescendo che la porta, fino alla fine, a squarciare l’ultimo velo di tristezza posto a celare la serenità finale. La canzone è un sospiro di sollievo e le parole dipingono uno scenario d’inverno che non può che regalarci tepore e gioia. E l’augurio vero, quello migliore è tutto nell’ultimo verso, nella declinazione fornita dalla voce di Mercury.

 

 

 

“[…] So quiet and peaceful
Tranquil and blissful
There’s a kind of magic in the air
What a truly magnificent view
A breathtaking scene
With the dreams of the world
In the palm of your hand… […]
A cosy fireside chat
A little this, a little that
Sound of merry laughter skippin’ by
Gentle rain beatin’ on my face
What an extraordinary place!
And the dream of the child
Is the hope of the man… [….]
My world is spinnin’ and spinnin’ and spinnin’
It’s unbelievable
Sends me reeling
Am I dreaming…
Am I dreaming…?
Oooh – it’s bliss.”

Leggi il resto di questa voce

Memorie di Natale… e tanti auguri!!!

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Logo Natale COTL

21 dicembre 2014. E’ quasi Natale, decisamente! Siamo più nel nuovo anno che in questo che stiamo lasciando, ormai! Per la seconda volta mi appresto, con piacere rinnovato, a fare a tutti voi, lettrici e lettori affezionati e occasionali, i miei più grandi auguri. Vorrei, per me e per tutti voi, per Natale e per il prossimo anno, un pacco pieno di buone notizie. Non per forza di quelle che cambiano la vita. Basterebbe una dose consistente di quelle che riscaldano le giornate con i colori della speranza e che generano primavere dell’anima. Speriamo bene! Questo è il mio primo, sincero augurio per ognuna e ognuno di voi. 🙂
Qui, però, siamo a bordo di Colors on the loose e sappiamo bene che il modo migliore per apprezzare e celebrare le festività e per gioire della condivisione di pensieri, idee e auguri è per mezzo della musica. Quest’anno ho deciso di dedicare qualche riga in più al “post natalizio”. Come vedrete, la sequenza dei brani – molti! – sembrerà essere priva di nesso logico, così come la scelta delle nazioni. Ebbene, questo articolo è nato sulla base di due idee molto semplici, chiaramente personali. Idea n. 1: si dice che a Natale “siamo tutti più buoni”. Io ho deciso di essere più libera e di scrivere e condividere musica con voi, travolta dal flusso dei ricordi, anche musicali, che questo periodo dell’anno fa riaffiorare sempre con grande forza. Da qui una playlist assolutamente personale e, apparentemente, senza logica. Idea n.2: Natale e Capodanno sono feste celebrate quasi in ogni angolo del mondo. Siano esse momenti della più sentita tradizione religiosa o pretesti dei non credenti per condividere e sentirsi più uniti, le feste di fine anno conservano sempre grande fascino. Sono culla di bilanci e di speranze, di malinconie e di gioie. Sono momenti irripetibili, sebbene possano sembrarci “sempre uguali”, nei quali ciò che lasciamo e ciò che ci prepariamo ad accogliere è sempre diverso dall’anno precedente. In qualsiasi modo e con qualsiasi spirito si scelga di festeggiare, la musica non risparmia nessuno. Essa è presente sempre – e menomale! – e costruisce la colonna sonora di ciò che viviamo e la melodia su cui si innestano i nostri pensieri. E’ così tutto l’anno ma in questo periodo ancora di più. Alcune canzoni natalizie, cantate e rivisitate a tutte le latitudini, ne sono la prova. 

Partiamo,dunque! Ho scelto di organizzare i contenuti in un elenco, per chiarire meglio i pensieri e per mettere ancora più in risalto i pezzi. Seguirò un mio personale ordine cronologico, almeno per un po’. A voi poco importa. Importerà, spero, leggere e ascoltare e, sulla base di questo, costruire i vostri ricordi musicali natalizi e di fine anno.

N.1 Tu scendi dalle stelle (Italia)

Nel mio piccolo paesino del sud, si usava e si usa tuttora cantare questa canzone della tradizione la notte di Natale. Quando ero bambina, queste note accompagnavano sempre la nascita del Bambino nel presepe di casa. Ora non la canto più come un tempo ma ascoltarla mi riporta indietro a momenti di dolce ingenuità infantile e di ignara felicità. Qui ho scelto una versione soltanto musicale, per zampogna e ciaramella, strumenti antichi che ho sempre amato. 

N.2 All alone on Christmas (USA)

Come tutti i bambini e le bambine, anche io adoravo guardare e riguardare i film Mamma, ho perso l’aereo e Mamma, ho riperso l’aereo. Mi divertivo con le avventure di quel birbante di Kevin McCallister (Macaulay Culkin) ma soprattutto apprezzavo tantissimo le canzoni, rigorosamente natalizie, che ne facevano da sfondo. Una di queste, tratta dal secondo film, è sempre stata in cima alle mie preferite. Eseguita dalla cantante afroamericana Darlene Love, All alone on Christmas, sebbene non conosciutissima come altre canzoni natalizie made in USA, rimane una delle mie canzoni preferite del periodo, per la sua energia trascinante nonostante il testo velatamente malinconico.

N.3 E così viene Natale (Italia)

Nel 1993 in casa mia, dove la musica non è mai mancata, arrivò la musicassetta di Walzer d’un blues degli Adelmo e i suoi sorapis, supergruppo composto tra gli altri da Maurizio Vandelli, Fio Zanotti, Dodi Battaglia e Zucchero. Avevo solo 8 anni ma ricordo ancora oggi quanto mi piacesse ascoltare quel disco, ancora molto valido e consigliato. Il primo pezzo dell’album, qui proposto, era tra i miei preferiti all’epoca ed è rimasto tuttora un pezzo da me molto amato, anche per il testo simpaticamente irriverente. E ogni anno ritorna con tutto il suo spirito non convenzionale!

N.4 O Tannenbuam (Germania)

Quando eravamo ragazzine, io e mia cugina preparavamo degli spettacolini da offrire ai nostri (poveri!) parenti crollati sui divani nel tragico momento del post-pranzone natalizio. Cantavamo e ballavamo per loro. La nostra passione per le lingue, già fervida all’epoca, ci portò a improvvisare l’esecuzione in lingua originale di alcuni pezzi. Ricordo che ci improvvisammo germanofone con una versione domestica di questo classico della tradizione natalizia tedesca. Decisamente meglio riascoltarlo qui nella versione della soprano Diana Damrau. 😀 A ogni modo, un caro saluto a mia cugina… con un po’ di nostalgia! 

N.5 Please, come home for Christmas (USA)

Crescendo, è diventato sempre più un rito per me allestire albero e presepe in casa, già alla fine di novembre. Un bel po’ di anni fa, decisi di preparare un CD con le canzoni a tematica natalizia nelle versioni da me preferite, che potesse costituire il sottofondo migliore al momento degli addobbi. Nella tracklist non poteva mancare questo pezzo, scritto dal bluesman Charles Brown nel ’60, nella splendida versione degli Eagles

N.6 Douce nuit (versione nel francese della Martinique)

Giunta all’età adulta, ben ferrata sul panorama musicale natalizio, spinta dalle mie passioni di cui Colors on the loose è una dimostrazione, sono andata alla ricerca di versioni “più locali” di questi classici. I risultati mi hanno portato alla conoscenza di rivisitazioni dalle sonorità estremamente interessanti perché impreziosite dalle particolarità musicali delle diverse culture. La prima che voglio condividere con voi è la versione in francese del classico tedesco Stille Nacht, realizzata da Kali, musicista valido e impegnato della Martinique, che ha saputo riprodurre il celebre pezzo nell’atmosfera dello zouk, stile musicale tipico delle Antille francesi

N.7 Los Reyes Magos (versione argentina)

In lingua spagnola, non potevo non inserire un pezzo cantato dalla bravissima e mai dimenticata artista argentina Mercedes Sosa, alla quale tempo fa ho dedicato proprio su questo blog un articolo. Il pezzo conserva, grazie anche alla voce carismatica della Sosa, sonorità quasi monumentali e piene di fascino che ripercorrono la storia dei tre re magi.

N.8 O Holy Night (versione della Tanzania)

Alla metà del XIX secolo il compositore francese Adolphe Adam scriveva quella che per me è tra le composizioni natalizie più dense di significato e più musicalmente commoventi. Mi piace sempre, in tutte le lingue e quasi in ogni versione ma trovo questa versione della Tanzania a opera dell’artista Usiku Mtukufu traboccante di umanità e di pathos, esaltati dai ritmi e dai colori tipicamente africani.

N.9 White Christmas (versione portoghese)

Scoperta in questi ultimi giorni la versione leggera e piacevole in lingua portoghese di un altro classico del periodo. 

N.10 Kakhuri Mravalzhamieri (Georgia)

N.11 Alilo (Georgia)

Volgendo al termine dell’articolo, arrivo anche alle memorie più recenti. Con le due canzoni tradizionali georgiane che compariranno di seguito è possibile lasciarsi trasportare da una spiritualità intensa che rivive nell’architettura vocale straordinaria delle voci di una terra da tempo immemore culla di grande profondità religiosa e carica spirituale. La prima canzone, Kakhuri Mravalzhamieri, eseguita dall’ensemble vocale Basiani, si ripropone tradizionalmente ogni anno in occasione del capodanno e contiene auguri profondi, che mirano all’anima. Il secondo pezzo, Alilo, è invece tipico del Natale, festeggiato in Georgia e in gran parte del mondo ortodosso il 7 gennaio. Cantata soprattutto dai bambini, celebra la venuta al mondo di Gesù. Ringrazio il mio adorato marito per avermi fatto conoscere queste chicche musicali tradizionali e tanto altro!

N.12 Feliz Navidad (nella versione dei Playing for change)

Ora sono davvero giunta alla fine di questo racconto natalizio in musica. Per quello che è lo spirito di Colors on the loose avrei voluto inserire ancora più popoli, lingue e tradizioni. Ho fatto delle scelte, dettate dalle mie memorie, che spero siano piaciute e, come detto al principio, abbiano innescato in tutte e tutti voi una spirale di ricordi simile seppur differenziata in base alle vostre esperienze personali di vita. Ho pensato che il modo migliore per includere tutte le nazioni e tutti i popoli in un unico augurio musicale fosse quello di approfittare dell’ennesimo contributo speciale elaborato dai componenti del progetto Playing for change. Già precedentemente trattato in un altro post di questo blog, il progetto si propone di unire persone e musicisti di tutto il mondo attraverso la musica, la risorsa più importante da opporre a tutte le “cose brutte” che continuano a infestare il nostro pianeta. Qui i componenti del progetto augurano a tutte e tutti noi delle buone feste riproponendo Feliz Navidad, pezzo scritto da Josè Feliciano nel 1970 e rimasto nel cuore di tutti. 

Vi lascio così, su queste note e augurando ancora a ognuna e ognuno di voi un buon Natale e un felicissimo – e speriamo migliore – anno nuovo!!! 🙂 🙂 🙂

Merry Christmas and Happy New Year!

Joyeux Noel et bonne année!

გილოცავთ შობა-ახალ წელს!

Frohe/Fröhliche Weihnachten und gutes Neues!

¡Feliz Navidad!  ¡Feliz Año Nuevo!

………………………………………………………………………… 🙂

Colors on the loose in .. HAWAII ALOHA! Musiche di Gabby Pahinui e Israel Kamakawiwo’ole

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bandiera hawaii

Qualche settimana fa ho avuto finalmente l’occasione di vedere Paradiso amaro (The Descendants), ultimo film del regista statunitense Alexander Payne. Dico finalmente, perché da tempo tentavo di rintracciarlo sul satellite – essendomi sfuggito sul grande schermo – dopo aver letto un numero non indifferente di opinioni positive a riguardo. Non che mi fidi o stia lì a pendere dalle labbra dei critici cinematografici e musicali, intendiamoci. Ebbene, il film ha confermato il mio “rapporto difficile” col regista. Ancora una volta – mi era già successo con Sideways, sua opera precedente del 2004, premiata con Oscar e osannata a destra e a manca – le tante aspettative, accomodatesi accanto a me sul divano all’inizio del film, hanno subito, alla fine, un ridimensionamento tanto brusco da lasciarmi vagamente inebetita. Non parliamo di pellicole inguardabili, chiariamoci, ma nemmeno di miracoli cinematografici. O forse è a me che sfugge qualcosa ogni volta che mi confronto con un film di Payne. Detto questo, se di Sideways avevo apprezzato più di tutto il salto nella California collinare e vinicola, di Paradiso amaro salvo qualcosa in più. Questa volta la leggera delusione derivata dal non esser riuscita ad appassionarmi al dramma familiare di George Clooney è stata compensata da un’attrazione per la colonna sonora e da una riflessioni sui luoghi che scorrono sullo schermo: le isole Hawaii

Le Hawaii, cinquantesimo stato degli Stati Uniti d’America, spiagge bianchissime, mare cristallino, meta da molti agognata per una vita e sede di strutture turistiche di lusso. Ma è davvero tutto qui? Ovviamente no. Come noterete, questo post non è archiviato nella sezione Americhe, bensì in Oceania. L’arcipelago hawaiano ha ben poco in comune con gli USA. Geograficamente, le isole appartengono allo stesso continente in cui ritroviamo Australia, Nuova Zelanda e le varie Polinesia, Micronesia, Melanesia, etc. etc. Arrivare alle Hawaii non è esattamente la cosa più semplice da organizzare, essendo, al mondo, tra le isole più distanti in assoluto dalla terraferma. A parte il fascino ispirato da questa posizione di isolamento in mezzo al Pacifico, le Hawaii hanno popolazioni indigene e lingua molto particolari. Vedendo il film di Payne e ascoltandone la colonna sonora, pensavo a quanto fossero distanti i suoni della lingua locale dall’inglese e a quanto fossero pacifiche – per una volta non è un gioco di parole con l’oceano! – quelle melodie. C’erano spunti sufficienti per indagare un po’ sulla musica tipica dell’arcipelago. Immaginavo che gli esiti dell'”indagine” non avrebbero deluso e così è stato. Vediamo cosa si è scoperto..

Gabby Pahinui e Israel Kamakawiwo’ole sono i due artisti di cui questa settimana parleremo e che ascolteremo. La musica hawaiana ha solitamente toni morbidi, melodie tranquille. Ascoltare le canzoni di questi cantanti/musicisti è, almeno per me, come lasciarsi cullare dalle onde lievi di un mare appena increspato. Sono pezzi nati in spiaggia ma non “da spiaggia”. Gabby Pahinui e Iz – questo l’altro nome, decisamente più pronunciabile, di Israel Kamakawiwo’ole – sono tra gli esponenti più importanti di questo tipo di musica che, seppur attraverso una dolce pacatezza, racconta la storia di popoli che rivendicano il riconoscimento e il rispetto della propria identità. 

Appartenuti a due generazioni differenti – Pahinui nato nel 1921 e Iz nel 1959 – i due musicisti hanno molto in comune. Entrambi nati nella capitale Honolulu, morti in età ancora prematura, dotati di voci che, per quanto differenti, imprimono allo stesso modo un solco nell’anima dell’ascoltare,  Gabby Pahinui e Israel Kamakawiwo’ole sono per il popolo e la musica hawaiana veri e propri esseri mitologici, alfieri nel mondo di una cultura antica e peculiare, troppo spesso erroneamente assimilata a quella del Nord America. 

Mentre si susseguono in Paradiso amaro di Payne, le scene sono accompagnate significativamente da pezzi tradizionali, eseguiti dagli artisti più rappresentativi dell’arcipelago. Tra questi, Gabby Pahinui. Uno dei brani migliori è Ka Makani Ka’ili Aloha preso in prestito, nel video qui sotto, proprio dall’original soundtrack della pellicola. 

Questo pezzo già di per sè riassume le sonorità della musica del posto, la voce calda di Pahinui, considerato un vero e proprio eroe del folk hawaiano, e dà un assaggio della lingua melodiosa delle isole. L’artista nato negli anni ’20, attivo soprattutto tra gli anni ’40 e i ’70, non è stato solo colui che, secondo molti conterranei, ha cambiato il volto della musica hawaiana, aprendola al resto del mondo. Egli è stato anche uno dei maggiori esecutori di slack-key, una tecnica di fingerstyle sulla chitarra che deve i natali proprio all’arcipelago del Pacifico. Come al solito, non sono in grado di scendere in dettagli tecnici. Quello che conta è che quello che all’origine era un modo di suonare vincolato a contesti privati, in famiglia o tra amici, con Gabby Pahinui diventa un vero e proprio stile che dalle Hawaii passa al resto del mondo. 

Ho tentato di trovare video che mostrassero il musicista in concerto ma ce ne sono davvero molto pochi. Uno di grande rilevanza è quello in cui Pahinui esegue Hi’ilawe, pezzo tra i più antichi, registrato nel 1946, introdotto dalle parole di stima del figlio, anche lui musicista. 

Se ci lasciamo scivolare su una sorta di linea generazionale all’interno del panorama musicale hawaiano, passiamo in modo del tutto naturale dalla slack-key guitar di Gabby Pahinui all’ukulele di Israel Kamakawiwo’ole. Se il suo predecessore è stato colui che ha portato la musica hawaiana nel mondo, con Iz questa ha finito per essere consacrata. Questi ha preso il folk portandolo a un livello successivo, costruendo pezzi in cui si miscelano lingua locale e lingua inglese, melodie tipiche e accenni blues e jazz. Iz, musicista dall’infanzia fino alla sua troppo prematura morte, avvenuta all’età di soli 38 anni, è stato soprattutto un artista impegnato. Ha cantato i disagi degli indigeni; ha condannato, attraverso la sua voce di una dolcezza infinita, le violazioni che la sua terra ha dovuto subire. Esempio speciale di tutto ciò Hawai’i ’78, canzone contenuta in Facing Future (1993), album più celebre di colui che è stato definito “The voice of Hawaii”.

Il pezzo, eseguito dal vivo, con l’accompagnamento del fedele ukulele, cantato in parte in lingua locale e in parte in inglese, e supportato qua e là da immagini toccanti della vita nell’arcipelago, è un atto di denuncia diretta e senza troppi giri di parole di tutto ciò che la sua patria ha dovuto sopportare, dallo sconvolgimento del territorio, deturpato per la costruzione di innumerevoli strutture turistiche tanto lussuose quanto tristi, all’assorbimento della cultura locale in un sistema, potremmo ancora dire, imperialistico. 

Ora, tutti noi conosciamo la versione di (Somewhere) Over the rainbow, classico dei classici della musica mondiale, realizzata da Iz, e postarla qui avrebbe il sapore della mossa scontata ma non posso evitare di farlo. Si tratta, secondo me, non solo della cover più riuscita del brano, ma di una delle cover migliori di sempre. Il video ufficiale, tributo realizzato all’indomani della scomparsa dell’artista, mostra fotogrammi commoventi di Iz e immagini di un paradiso che dovrebbe essere rivalutato per le sue caratteristiche specifiche e per la sua gente coraggiosa, e che non dovrebbe più essere considerato semplicemente come una “periferia dorata” degli Stati Uniti d’America. La voce di Israel Kamakawiwo’ole, come prima quella di Gabby Pahinui, si fonde alle onde dell’oceano sulle scogliere, allo scrosciare delle cascate e al vento che soffia tra le palme di una terra che, punto luminoso al largo del Pacifico, brilla di luce propria anche… al di là dell’arcobaleno. 

In chiusura di articolo, sento il dovere di ritornare sui miei passi. Paradiso amaro può anche non avermi entusiasmato nella storia e nella costruzione ma ha avuto il merito di avvicinarmi alla musica delle Hawaii e di farmi riflettere su questa meravigliosa terra. Non so se questo fosse tra gli intenti di Alexander Payne prima e durante la realizzazione del film. Credo, a ogni modo, di dovergli un piccolo ringraziamento.

Enjoy and breathe the colors…

E Australia SIA ♪

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bandiera australia

Questa settimana è diversa. Tutti gli articoli scritti finora mi hanno emozionato. Nonostante, ancora,  non ne abbia riletto nemmeno uno, li ricordo tutti e li lego a precise particolarità, a momenti ben definiti. Questa settimana è diversa. Tutto, fino all’articolo di oggi, si è originato dall’incontro tra interesse personale e ricerche di informazioni, dalla compenetrazione di passione e studio. Articoli, talvolta, alquanto lunghi, somme di pensieri soggettivi e notizie sugli artisti. Questa settimana è diversa. La questione ora si fa più intima. Diventa estremamente personale e lo diventa nel momento in cui, nei momenti che precedono la scrittura, non penso a niente. Non penso al genere musicale di cui parlare, non mi interrogo su quale continente e quale nazione focalizzarmi questa volta e non avvio la benché minima ricerca, riguardi questa informazioni o videoclip. Questa settimana è diversa perché tutto nasce esclusivamente dall’amore – sì, mi permetto di usare questa parola – che nutro nei confronti dell’artista di cui mi appresto a scrivere. La bandiera in apertura ne specifica la provenienza. Siamo in Australia. Terra sensazionale, non c’è che dire, eppure questa volta semplicemente funzionale al racconto breve e sentito su … Sia Furler

Rivelato finalmente il nome della cantante/cantautrice a cui questa settimana Colors on the loose dedica tutta la sua attenzione, a differenza degli altri articoli, ben poche notizie ci saranno, questa volta, sull’artista. Preferisco non dilungarmi molto con le parole e lasciare che sia l’immensa forza comunicativa della voce e della scrittura musicale di Sia a essere al centro di tutto.

A chi di voi questo nome suonerà familiare, avrà sicuramente sentito parlare della cantante trentottenne australiana come voce collaboratrice di famosissimi dj, primo fra tutti David Guetta. Sia Furler è, comunque, anzitutto, una grande compositrice, autrice di una serie di splendidi album da solista di cui in Italia sembra non sia arrivata nemmeno un’ombra sbiadita. Scrivo anche per questo motivo. Ora, senza dirvi quasi nulla di Sia, vi introduco a lei attraverso un primo brano, qui proposto in una esibizione live a dir poco PERFETTA. 

Questo pezzo, Breathe me, tratto da Colour the small one (2004), terzo album in studio di Sia, è entrato a far parte della mia vita come una scossa positiva. La prima volta che l’ho ascoltato mi ha dolcemente destabilizzato, mi ha astratto dal contesto spazio-temporale in cui mi trovavo, sospingendomi verso un qualcosa di non ben identificato, facendomi provare più o meno la sensazione di vastità che si prova guardando il mare, di cui l’orizzonte è, in realtà, solo un confine fittizio. Innumerevoli volte ho ascoltato questa canzone durante gli altrettanto innumerevoli viaggi in treno del mio passato da pendolare. Colonna sonora sul film dei paesaggi, fuori dal finestrino, sempre uguali eppure vissuti, di volta in volta, in modo differente. Il testo malinconico, bisognoso di essere ascoltato e accolto quasi come un appello accorato risulta, in questa versione live, ancora più sentito grazie agli archi preponderanti e al cantato di Sia che raggiunge la perfezione, soprattutto nel passaggio dal quasi sussurrato delle strofe all’esplosione finale. Ogni volta, ogni singola volta, è commozione. 

Il live in Sydney da cui Breathe me è tratto è un concerto magistrale e ne consiglio la visione integrale. Tutte le canzoni inserite in questo articolo sono da esso estrapolate. Il secondo pezzo che propongo, Lentil, è incluso nell’album successivo della cantautrice, Some people have real problems (2008) ed è sicuramente uno degli esempi più completi di ballata malinconica e surreale in tipico stile Furler

Nel repertorio di Sia non ci sono solamente canzoni struggenti. Gli ultimi tempi hanno visto la cantante cimentarsi con pezzi più allegri e più, si potrebbe dire, ricchi di colore. Tantissime, anche, le collaborazioni tra l’australiana e altri artisti, prova di una sua grande e apprezzabile versatilità. Una delle migliori quella con il duo inglese di musica elettronica degli Zero 7, di cui è stata voce di spicco a lungo. L’ultimo video di oggi riguarda Destiny, uno dei pezzi più famosi incisi con gli Zero 7 che Sia esegue sempre nel suo concerto di Sydney. 

Si chiude qui il post di quest’ultima settimana di agosto; probabilmente, nella sua quasi totale mancanza di notizie sull’artista e nella contemporanea abbondanza di pensieri soggettivi, il più personale scritto finora. Mi auguro che la maestria e la purezza di Sia si diffondano di più nel nostro paese e che regalino più o meno le stesse emozioni indelebili che hanno lasciato e che continuano a lasciare a me. Su quest’ultimo punto ho, comunque, ben pochi dubbi.. 😉

Enjoy and breathe the colors!

Colorful holidays

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La barca a vela di Colors on the loose, dopo aver visitato già due volte, in un mese e mezzo circa di navigazione, quasi tutti i continenti, si ormeggia per un po’ in un porticciolo nei pressi di Brindisi, in attesa di riprendere i suoi giretti per il mondo intorno al 20 agosto. Questa frase “a effetto” per dirvi che vado giusto un po’ in vacanza visto che le temperature calde di questo periodo sciolgono le mie possibilità di pensiero intelligente e creativo! 😀

Come già detto, tra una decina di giorni o poco più, riprenderemo a navigare e chissà in quale Paese approderemo questa volta – non lo so, ancora, nemmeno io! 😀 Nel frattempo, ho pensato di scrivere questo post per augurare a tutti delle buone vacanze, in qualsiasi modo decidiate o siate costretti a passarle. Mi e vi auguro che siano giorni di spensieratezza e relax ma anche di coesione e condivisione, di piacevoli scoperte, e di musica colorata per giornate colorate. (Okay, non fate troppo caso a questo esemplare di slogan arrangiato!)

Quale migliore occasione per mettervi al corrente di un progetto musicale e culturale meraviglioso? Playing for change, il cui motto è connecting the world through music (unire il mondo attraverso la musica), è ciò che ho scelto per salutarvi prima della pausa vacanze.

Immaginate tantissimi musicisti provenienti da ogni continente suonare e cantare INSIEME pezzi importanti della storia musicale mondiale per opera di un progetto – ora anche fondazione – che mette a disposizione una sorta di studio di registrazione itinerante per portare la musica dappertutto e per riceverla da ogni luogo. Tutto ciò allo scopo di adoperare il suo enorme potere per creare condivisione, comprensione e solidarietà al di là di qualsiasi tipo di barriera. Lontano da stupidi pregiudizi. Vicino, invece, il più possibile, a un’ideale di comunanza, uguaglianza e rispetto reciproco che bisognerebbe avere come obiettivo comune primario (per quanto, gli eventi di queste settimane in Italia abbiano dimostrato e stiano dimostrando il contrario. Ma questa è solo una parentesi.). Gli artisti che hanno aderito a Playing for change sono, perlopiù, artisti di strada. Questo contribuisce a incrementare il valore e l’autenticità dell’iniziativa.

Primo esempio della musicalità colorata, allegra e transnazionale del progetto, nonché pezzo che mi portò, qualche anno fa, a venirne a conoscenza, la celeberrima Stand by me in versione Playing for change.

Talento di questi musicisti e cantanti – che nulla hanno da invidiare ai loro colleghi “famosi” e membri dello star system – a parte, il video mette in evidenza semplicità umana, amore per la musica, partecipazione sentita e fiducia nel potenziale costruttivo e positivo della musica. Vedendolo per la prima volta, questo video mi ha fatto commuovere ed è ancora così. Sento quel tipo di commozione che uno ha di fronte alla prova che le cose belle, le collaborazioni positive, all’insegna della pace e dell’uguaglianza, possono effettivamente realizzarsi.

Numerosi i pezzi realizzati da questa straordinaria iniziativa, di cui fanno parte anche alcuni ottimi artisti italiani. Vorrei farne parte anche io! Sul sito ufficiale di Playing for change, viene specificato che anche soltanto aiutare a diffondere il progetto, attraverso blog, siti web personali e social network, è sinonimo di partecipazione. Date un’occhiata:  http://www.playingforchange.com

Vorrei postare qui tutti i video ma non è possibile. Lascio a voi il resto della scoperta.

Arrivati al momenti dei saluti, concludo con due video altrettanto straordinari: una toccante versione di What a wonderful world (Louis Armstrong) eseguita con passione dal simpaticissimo cantante di strada statunitense Grandpa Elliot  con cori di bambini da tre continenti…

… e un’emozionante versione di Imagine (John Lennon) con contributi da tutto il mondo e con la testimonianza visiva delle cose belle ottenute da Playing for change.

Buone vacanze!!! 🙂

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Enjoy, breathe the colors and…. join the movement!

“From here to there, to everywhere…” – Tappa in Nuova Zelanda

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Bandiera NZ

Non c’è stato bisogno di ricerche, stavolta, per finire in Nuova Zelanda. L’Oceania era il continente mancante in questa prima tornata di musiche del mondo. La Nuova Zelanda è poi uno dei posti, se non IL posto, in cui vorrei trovarmi ora. Si tratta, probabilmente, di uno dei luoghi che immaginiamo meno, rappresentazione del cosiddetto “altro capo del mondo”, per il quale l’aggettivo lontano diventa un eufemismo. Miniera di speranze, di questi tempi, rispetto a un’Europa e, soprattutto, un’Italia martoriate. E che importa se lì adesso è inverno…

Terra degli all blacks e non solo, il pacifico complesso neozelandese di isole felici ha dato i natali a un’artista leggera ma raffinata dalla voce delicata e soave formatasi nel jazz, polistrumentista pop-folk-rock al femminile di discendenza maori: Bic Runga

A me capita piuttosto frequentemente di associare una canzone a una stagione in particolare. Un’estate di parecchi anni fa ormai, incrociai, ignara, a metà strada tra qui e la Nuova Zelanda, un pezzo di questo tipo. Un brano “normalissimo”, per niente distante dal pop rock anglo-americano a cui siamo fin troppo abituati. Get some sleep, composto da Bic Runga nel 2002, si adattava però perfettamente ai lunghi viaggi in macchina, illuminati da un sole deciso e movimentati da venti ristoratori, che immaginavo per l’estate (e la cui colonna sonora immaginaria per una volta non era a stelle e strisce!!). A distanza di anni, il brano e gli scenari evocati continuano a ritornare. Il bel videoclip conferma tali sensazioni: un on the road in stile neozelandese, che mostra lampi di paesaggi, già apprezzati nei riadattamenti cinematografici de Il signore degli anelli, e simpatici biker maori. 

Bic è ormai una grande star in patria ed è discretamente conosciuta negli USA e in UK. Nel resto d’Europa e in Italia ha un seguito minimo. Io penso meriterebbe un pubblico più vasto. Vale decisamente la pena dedicare un po’ del nostro tempo all’ascolto di un esempio di pop raffinato, scritto, suonato e cantato da una donna in grado di suonare molti strumenti e di cantare in modo dolce ed elegante, proveniente, per giunta, da uno dei paradisi del Pacifico! Per avere un’idea più precisa e, soprattutto, visiva e sonora di questa descrizione, consiglio il live acustico di Say after me (2005).

Enjoy!