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“Un racconto d’inverno”… Merry Christmas and a joyful new year!

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20 dicembre 2015 – Un racconto invernale
Preludio del ritorno

A nascondere l’emozione non ci provo neanche! Un anno di separazione dalla nave colorata di Colors on the loose ha (avuto) un certo peso. Ritornare, seppur lentamente, come pregustando uno slancio finale, mi regala un senso di liberazione, la carezza di un ritrovamento miracoloso. L’ispirazione non è mai mancata veramente. Il tempo, sì. Quello giusto, quello che scorre senza troppi affanni e che lascia quel margine di tranquillità che permette di sedersi e abbandonarsi al flusso della scrittura. E’ un lusso che, per svariati motivi, non ho avuto, tra lo scorso dicembre e il presente. Meditavo il ritorno da un po’, da quando ho iniziato a realizzare il senso di mancanza, a sentire farsi più vivo il dispiacere latente di sapere questa vecchia nave, carica di melodie e storie, ancorata da sempre più tempo. Il 2016 sarà l’anno del ritorno al viaggio. Solenne promessa alle vele… e non solo! 🙂 Prima di passare oltre, ci tengo a ringraziare alcuni affezionati lettori – sono più che certa sapranno riconoscersi – per aver contribuito ad alimentare significativamente il desiderio del ritorno. Se il vento torna, pian piano, a essere favorevole è soprattutto per merito vostro. 🙂

 

Oltre all’emozione anche lo stupore: questo è già il terzo articolo, su questa nave, dedicato alle feste natalizie e di fine anno. Nel 2016 ormai alle porte questa creatura, nata da una passione grande ma nel contempo semplice e genuina, compirà 3 anni. Questo pensiero non fa che rafforzare la voglia di continuare a darle la linfa giusta. Colors on the loose è stato un piccolo sogno divenuto realtà. Merita di continuare a brillare, come una stella intermittente la cui vita è ancora vicina all’infinito.
Il tempo non risparmia comunque nessuno ed ecco che è Natale ancora una volta. Come sempre, c’è chi la prende con gioia e con animo festante e chi non riesce a fare a meno di cedere all’angoscia per il tempo che passa e per la fretta con cui ciò avviene.
Per me questo sarà un Natale diverso: il primo lontano dalla casa di origine e da quegli affetti dai quali non si può prescindere. Il primo Natale in una terra lontana, straniera ma non per questo ostile. Non ci sarà il consueto paesaggio del mare increspato dalla brezza invernale. Non sentirò quei sapori e quegli odori che, fin da quando ero bambina, caratterizzano il periodo. Mancheranno la spensieratezza e l’ansia di un tempo. Saranno appunto un Natale e un inizio d’anno diversi ma avranno la loro bellezza, le loro peculiarità. Mi regaleranno nuovi ricordi e nuove ricchezze. Scrivo di questa situazione perché sono sicura non sia soltanto la mia ma quella di tante altre persone che, per un motivo o per un altro, per casi più o meno fortunati, si trovano lontano dalla propria casa.

 

Quest’anno il logo di Colors on the loose dedicato alle festività natalizie è chiaramente ispirato alla pace. Per situazioni personali che ho vissuto o che ho visto con i miei occhi e per quello che, senza distinzioni di sorta, è arrivato dal mondo in questo anno ora al tramonto, l’augurio di pace mi sembra quello più consono per le prossime festività e per l’anno che sta per giungere. Quando penso alla pace non mi viene in mente, in un modo che sarebbe anche semplicistico, soltanto la fine delle guerre a ogni latitudine. Penso a una serenità d’animo che non riusciamo più a provare e di cui parte del mondo è, da troppo tempo, costantemente privata. Il senso di pace di chi canta gioiosamente davanti a un camino acceso, di quei bambini che possono giocare spensierati come dovrebbe essere tipico alla loro età, di ogni persona che non è costretta da altri a sentirsi costantemente diversa, di chi riesce  a far tesoro di valori diversi traendone condivisioni e non divisioni, di chi non deve essere alla continua ricerca di modi per sopravvivere. E’ questa la serenità che vorrei augurare a tutti, per le prossime feste e per il futuro. E visto che Colors on the loose non è tale senza musica, per accompagnare questi auguri ho scelto due canzoni di uno dei miei gruppi preferiti di sempre: i Queen. Rileggendo il post-fiume del dicembre dello scorso anno, dedicato alle memorie musicali relative a questo periodo dell’anno, mi sono chiesta come abbia potuto dimenticarmi di loro. Sinceramente, credo che siano ben poche le fasi della mia vita non collegate, in qualche maniera, allo storico gruppo inglese e all’ineguagliabile voce di Freddie Mercury.
Proprio in questi giorni sono tornati alla mia memoria dei pezzi che ho sempre amato. Avevo già qualche idea in merito alle sfumature da dare a questo ritorno al blog e ho subito pensato a loro come alla veste musicale più adatta.

 

Siamo nel 1984 quando quando i Queen pubblicano per la prima volta, come B-side di un paio di singoli apparsi sull’album The works, Thank God It’s Christmas, loro contributo speciale al tema delle festività invernali. Il pezzo si muove su una ritmica che risente delle atmosfere musicali degli anni ’80. E’ gioios0, in qualche modo liberatorio e fa trasparire la speranza e l’augurio di un Natale di serenità, di pace, di affrancamento da tutto ciò che non vorremmo più né sentire né vedere né provare. Ulteriore auspicio è che possa essere Natale un po’ tutti i giorni.

 

 

 

“Oh my love we’ve had our share of tears
Oh my friend we’ve had our hopes and fears
Oh my friends it’s been a long hard year
But now it’s Christmas […]
Thank God it’s Christmas yeah
Thank God it’s Christmas
Can it be Christmas?
Let it be Christmas
Ev’ry day”
“Oh, amore mio, abbiamo condiviso molte lacrime
Oh, amico mio, abbiamo avuto le nostre speranze e le nostre paure
Oh, amici miei, è stato un anno lungo e duro
ma adesso è Natale […]
Grazie a Dio è Natale, sì
Grazie a Dio è Natale
Può essere Natale?
Facciamo che sia Natale
ogni giorno”

 

 

A distanza di poco più di 10 anni, nel 1995, questo pezzo viene rilasciato nuovamente. Questa volta compare come B-side di A winter’s tale, singolo estratto dall’album postumo – Freddie Mercury muore nel novembre del 1991 – pubblicato sempre nel 1995, Made in heaven, ultimo vero album della band. Il disco è così bello che sembra davvero sia stato concepito in paradiso. Una perla malinconica che, senza dubbi e senza ombre, riflette il destino di Freddie Mercury. Allo stesso tempo, una boccata di aria pura, di speranza; la descrizione musicale di quel momento catartico in cui le lacrime cedono il posto alla sensazione di essere prossimi ad abbracciare l’eternità. Un disco intimo, di una sensibilità tagliente che non può che attraversare tutti noi come un fascio di luce quasi accecante. E’ il saluto di Freddie dall’altra parte dell’esistenza: la sua voce è già consegnata all’eterno.

 

A winter’s tale è la penultima canzone dell’album ed è la sintesi perfetta dell’atmosfera del disco. Non riesco a quantificare la bellezza di questo brano. La voce di Freddie viaggia in libertà sulle note che danno vita a questa melodia invernale; si stende su un crescendo che la porta, fino alla fine, a squarciare l’ultimo velo di tristezza posto a celare la serenità finale. La canzone è un sospiro di sollievo e le parole dipingono uno scenario d’inverno che non può che regalarci tepore e gioia. E l’augurio vero, quello migliore è tutto nell’ultimo verso, nella declinazione fornita dalla voce di Mercury.

 

 

 

“[…] So quiet and peaceful
Tranquil and blissful
There’s a kind of magic in the air
What a truly magnificent view
A breathtaking scene
With the dreams of the world
In the palm of your hand… […]
A cosy fireside chat
A little this, a little that
Sound of merry laughter skippin’ by
Gentle rain beatin’ on my face
What an extraordinary place!
And the dream of the child
Is the hope of the man… [….]
My world is spinnin’ and spinnin’ and spinnin’
It’s unbelievable
Sends me reeling
Am I dreaming…
Am I dreaming…?
Oooh – it’s bliss.”

Leggi il resto di questa voce

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Memorie di Natale… e tanti auguri!!!

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21 dicembre 2014. E’ quasi Natale, decisamente! Siamo più nel nuovo anno che in questo che stiamo lasciando, ormai! Per la seconda volta mi appresto, con piacere rinnovato, a fare a tutti voi, lettrici e lettori affezionati e occasionali, i miei più grandi auguri. Vorrei, per me e per tutti voi, per Natale e per il prossimo anno, un pacco pieno di buone notizie. Non per forza di quelle che cambiano la vita. Basterebbe una dose consistente di quelle che riscaldano le giornate con i colori della speranza e che generano primavere dell’anima. Speriamo bene! Questo è il mio primo, sincero augurio per ognuna e ognuno di voi. 🙂
Qui, però, siamo a bordo di Colors on the loose e sappiamo bene che il modo migliore per apprezzare e celebrare le festività e per gioire della condivisione di pensieri, idee e auguri è per mezzo della musica. Quest’anno ho deciso di dedicare qualche riga in più al “post natalizio”. Come vedrete, la sequenza dei brani – molti! – sembrerà essere priva di nesso logico, così come la scelta delle nazioni. Ebbene, questo articolo è nato sulla base di due idee molto semplici, chiaramente personali. Idea n. 1: si dice che a Natale “siamo tutti più buoni”. Io ho deciso di essere più libera e di scrivere e condividere musica con voi, travolta dal flusso dei ricordi, anche musicali, che questo periodo dell’anno fa riaffiorare sempre con grande forza. Da qui una playlist assolutamente personale e, apparentemente, senza logica. Idea n.2: Natale e Capodanno sono feste celebrate quasi in ogni angolo del mondo. Siano esse momenti della più sentita tradizione religiosa o pretesti dei non credenti per condividere e sentirsi più uniti, le feste di fine anno conservano sempre grande fascino. Sono culla di bilanci e di speranze, di malinconie e di gioie. Sono momenti irripetibili, sebbene possano sembrarci “sempre uguali”, nei quali ciò che lasciamo e ciò che ci prepariamo ad accogliere è sempre diverso dall’anno precedente. In qualsiasi modo e con qualsiasi spirito si scelga di festeggiare, la musica non risparmia nessuno. Essa è presente sempre – e menomale! – e costruisce la colonna sonora di ciò che viviamo e la melodia su cui si innestano i nostri pensieri. E’ così tutto l’anno ma in questo periodo ancora di più. Alcune canzoni natalizie, cantate e rivisitate a tutte le latitudini, ne sono la prova. 

Partiamo,dunque! Ho scelto di organizzare i contenuti in un elenco, per chiarire meglio i pensieri e per mettere ancora più in risalto i pezzi. Seguirò un mio personale ordine cronologico, almeno per un po’. A voi poco importa. Importerà, spero, leggere e ascoltare e, sulla base di questo, costruire i vostri ricordi musicali natalizi e di fine anno.

N.1 Tu scendi dalle stelle (Italia)

Nel mio piccolo paesino del sud, si usava e si usa tuttora cantare questa canzone della tradizione la notte di Natale. Quando ero bambina, queste note accompagnavano sempre la nascita del Bambino nel presepe di casa. Ora non la canto più come un tempo ma ascoltarla mi riporta indietro a momenti di dolce ingenuità infantile e di ignara felicità. Qui ho scelto una versione soltanto musicale, per zampogna e ciaramella, strumenti antichi che ho sempre amato. 

N.2 All alone on Christmas (USA)

Come tutti i bambini e le bambine, anche io adoravo guardare e riguardare i film Mamma, ho perso l’aereo e Mamma, ho riperso l’aereo. Mi divertivo con le avventure di quel birbante di Kevin McCallister (Macaulay Culkin) ma soprattutto apprezzavo tantissimo le canzoni, rigorosamente natalizie, che ne facevano da sfondo. Una di queste, tratta dal secondo film, è sempre stata in cima alle mie preferite. Eseguita dalla cantante afroamericana Darlene Love, All alone on Christmas, sebbene non conosciutissima come altre canzoni natalizie made in USA, rimane una delle mie canzoni preferite del periodo, per la sua energia trascinante nonostante il testo velatamente malinconico.

N.3 E così viene Natale (Italia)

Nel 1993 in casa mia, dove la musica non è mai mancata, arrivò la musicassetta di Walzer d’un blues degli Adelmo e i suoi sorapis, supergruppo composto tra gli altri da Maurizio Vandelli, Fio Zanotti, Dodi Battaglia e Zucchero. Avevo solo 8 anni ma ricordo ancora oggi quanto mi piacesse ascoltare quel disco, ancora molto valido e consigliato. Il primo pezzo dell’album, qui proposto, era tra i miei preferiti all’epoca ed è rimasto tuttora un pezzo da me molto amato, anche per il testo simpaticamente irriverente. E ogni anno ritorna con tutto il suo spirito non convenzionale!

N.4 O Tannenbuam (Germania)

Quando eravamo ragazzine, io e mia cugina preparavamo degli spettacolini da offrire ai nostri (poveri!) parenti crollati sui divani nel tragico momento del post-pranzone natalizio. Cantavamo e ballavamo per loro. La nostra passione per le lingue, già fervida all’epoca, ci portò a improvvisare l’esecuzione in lingua originale di alcuni pezzi. Ricordo che ci improvvisammo germanofone con una versione domestica di questo classico della tradizione natalizia tedesca. Decisamente meglio riascoltarlo qui nella versione della soprano Diana Damrau. 😀 A ogni modo, un caro saluto a mia cugina… con un po’ di nostalgia! 

N.5 Please, come home for Christmas (USA)

Crescendo, è diventato sempre più un rito per me allestire albero e presepe in casa, già alla fine di novembre. Un bel po’ di anni fa, decisi di preparare un CD con le canzoni a tematica natalizia nelle versioni da me preferite, che potesse costituire il sottofondo migliore al momento degli addobbi. Nella tracklist non poteva mancare questo pezzo, scritto dal bluesman Charles Brown nel ’60, nella splendida versione degli Eagles

N.6 Douce nuit (versione nel francese della Martinique)

Giunta all’età adulta, ben ferrata sul panorama musicale natalizio, spinta dalle mie passioni di cui Colors on the loose è una dimostrazione, sono andata alla ricerca di versioni “più locali” di questi classici. I risultati mi hanno portato alla conoscenza di rivisitazioni dalle sonorità estremamente interessanti perché impreziosite dalle particolarità musicali delle diverse culture. La prima che voglio condividere con voi è la versione in francese del classico tedesco Stille Nacht, realizzata da Kali, musicista valido e impegnato della Martinique, che ha saputo riprodurre il celebre pezzo nell’atmosfera dello zouk, stile musicale tipico delle Antille francesi

N.7 Los Reyes Magos (versione argentina)

In lingua spagnola, non potevo non inserire un pezzo cantato dalla bravissima e mai dimenticata artista argentina Mercedes Sosa, alla quale tempo fa ho dedicato proprio su questo blog un articolo. Il pezzo conserva, grazie anche alla voce carismatica della Sosa, sonorità quasi monumentali e piene di fascino che ripercorrono la storia dei tre re magi.

N.8 O Holy Night (versione della Tanzania)

Alla metà del XIX secolo il compositore francese Adolphe Adam scriveva quella che per me è tra le composizioni natalizie più dense di significato e più musicalmente commoventi. Mi piace sempre, in tutte le lingue e quasi in ogni versione ma trovo questa versione della Tanzania a opera dell’artista Usiku Mtukufu traboccante di umanità e di pathos, esaltati dai ritmi e dai colori tipicamente africani.

N.9 White Christmas (versione portoghese)

Scoperta in questi ultimi giorni la versione leggera e piacevole in lingua portoghese di un altro classico del periodo. 

N.10 Kakhuri Mravalzhamieri (Georgia)

N.11 Alilo (Georgia)

Volgendo al termine dell’articolo, arrivo anche alle memorie più recenti. Con le due canzoni tradizionali georgiane che compariranno di seguito è possibile lasciarsi trasportare da una spiritualità intensa che rivive nell’architettura vocale straordinaria delle voci di una terra da tempo immemore culla di grande profondità religiosa e carica spirituale. La prima canzone, Kakhuri Mravalzhamieri, eseguita dall’ensemble vocale Basiani, si ripropone tradizionalmente ogni anno in occasione del capodanno e contiene auguri profondi, che mirano all’anima. Il secondo pezzo, Alilo, è invece tipico del Natale, festeggiato in Georgia e in gran parte del mondo ortodosso il 7 gennaio. Cantata soprattutto dai bambini, celebra la venuta al mondo di Gesù. Ringrazio il mio adorato marito per avermi fatto conoscere queste chicche musicali tradizionali e tanto altro!

N.12 Feliz Navidad (nella versione dei Playing for change)

Ora sono davvero giunta alla fine di questo racconto natalizio in musica. Per quello che è lo spirito di Colors on the loose avrei voluto inserire ancora più popoli, lingue e tradizioni. Ho fatto delle scelte, dettate dalle mie memorie, che spero siano piaciute e, come detto al principio, abbiano innescato in tutte e tutti voi una spirale di ricordi simile seppur differenziata in base alle vostre esperienze personali di vita. Ho pensato che il modo migliore per includere tutte le nazioni e tutti i popoli in un unico augurio musicale fosse quello di approfittare dell’ennesimo contributo speciale elaborato dai componenti del progetto Playing for change. Già precedentemente trattato in un altro post di questo blog, il progetto si propone di unire persone e musicisti di tutto il mondo attraverso la musica, la risorsa più importante da opporre a tutte le “cose brutte” che continuano a infestare il nostro pianeta. Qui i componenti del progetto augurano a tutte e tutti noi delle buone feste riproponendo Feliz Navidad, pezzo scritto da Josè Feliciano nel 1970 e rimasto nel cuore di tutti. 

Vi lascio così, su queste note e augurando ancora a ognuna e ognuno di voi un buon Natale e un felicissimo – e speriamo migliore – anno nuovo!!! 🙂 🙂 🙂

Merry Christmas and Happy New Year!

Joyeux Noel et bonne année!

გილოცავთ შობა-ახალ წელს!

Frohe/Fröhliche Weihnachten und gutes Neues!

¡Feliz Navidad!  ¡Feliz Año Nuevo!

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Alla mia cara, vecchia amica Ελλάς…

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bandiera grecia

 

Con grande gioia posso annunciarvi che, dopo due mesi intensi, la vacanza di Colors on the loose si prende finalmente… una vacanza! La sosta in Francia – l’ultima con voi condivisa – sul finir di marzo è stata per ragioni varie fin troppo lunga e ora, sulle soglie del primo compleanno di questa nave musicale, finalmente riprendiamo il largo per intraprendere un altro viaggio. Non andremo molto lontano ma approderemo su quelle che sono tra le coste più belle d’Europa e non solo. Tutti avrete già riconosciuto la bandiera che, con i suoi colori mediterranei, connota e infiocchetta questo articolo, quello del ritorno, che ci porterà a soggiornare per un po’ tra i paesaggi e le melodie della Grecia

Considerata la vicinanza di questa nazione al nostro Paese, molte persone hanno avuto l’opportunità di visitarla. A queste il presente articolo potrà rievocare ricordi e memorie di un viaggio particolare. Per altri lettori invece, leggere un articolo sulla Grecia non sarà tanto diverso dal leggerne uno su una qualsiasi altra terra. Per me la Grecia è molto di più di una nazione “a due passi dall’Italia”, è molto di più di una delle mete vacanziere preferite dai miei conterranei ed è molto, molto di più del Paese in crisi profonda spesso compatito dal resto dell’Europa. La Grecia per me è una maestra, una vecchia amica; è come una figura di riferimento che, pur vivendo ormai lontana da noi, conserva sempre un posto di rilievo nel nostro cuore e nella nostra anima. Con questo articolo e con la musica che offrirà, cercherò di rendervi partecipi di questo rapporto speciale. Precedentemente Colors on the loose vi aveva condotti in due nazioni a me molto care, la Russia e la Georgia. La Grecia, da una certa angolazione, è stata e continua a essere ancora più significativa perché è stata la prima nazione estera a cui io abbia imparato ad affezionarmi. 

La mia relazione con la Grecia è iniziata ormai 15 anni fa quando cominciai a frequentare, in parte consapevolmente e in parte no, il liceo classico. All’inizio non tutto è stato rose e fiori, devo ammetterlo. Ricordo ancora oggi con brividi di terrore e stanchezza gli insidiosi verbi greci antichi che iniziavano come paradigmi difficilissimi da ricordare e finivano con il diventare i tristi, immancabili spazi lasciati in bianco nelle versioni. Con il tempo, lo studio della filosofia e della letteratura greche antiche è stato la scintilla che dentro di me ha innescato, con il supporto di un’ età sempre più consapevole, un crescendo di ammirazione, rispetto e fascinazione che ha poi trovato trionfale conferma nel tour greco dell’ultimo anno di scuola. 

Era il 2004 e una delle fortune più grandi fu quella di visitare la Grecia nell’anno delle Olimpiadi. Era la mia prima volta all’estero e non posso che avere cantucci di ricordi sempre vivi su cui ancora oggi, a distanza di dieci anni, mi soffermo talvolta a sorridere. Tra le tantissime cose ricordo l’indescrivibile sensazione di vedere con i miei occhi il Partenone, compagno fedele di 5 anni di storia, letteratura e arte greche; i lunghi tragitti in autobus per spostarci da una regione all’altra attraverso sorprendenti paesaggi eterogenei; l’atmosfera di pace surreale dei Monasteri delle Meteore nei pressi della cittadina di Kalambaka situata nella regione della Tessaglia; la bellezza e la soddisfazione di passeggiare per le strade del Paese e vedere dappertutto l’amato/odiato alfabeto ellenico; la cordialità dei greci e l’onnipresente sfoglia al formaggio. All’epoca ero già molto curiosa, innamorata delle culture straniere e impegnata nella scoperta di musiche altre. Per questo motivo, non sarei mai potuta tornare da quel viaggio senza portare con me un cd di musiche tradizionali che avrebbe poi finito per usurarsi sul piatto dello stereo a seguito di numerose giornate di nostalgia acuta. Questa la copertina del disco…

theodorakis

….e da qui estraiamo il primo brano dell’articolo. Si tratta di un pezzo famosissimo, da tutti conosciuto come sirtaki, ormai una delle danze greche più popolari nel mondo, scritto dal celebre compositore Μίκης Θεοδωράκης (Mikis Theodorakis) per la colonna sonora dell’altrettanto celebre film del ’64 Αλέξης Ζορμπάς (Zorba il Greco) in cui uno straordinario Anthony Quinn interpreta lo splendido protagonista del romanzo di Νίκος Καζαντζάκης (Nikos Kazantzakis) da cui è tratta l’omonima pellicola. Un assaggio della splendida composizione proprio attraverso una breve ma significativa sequenza del film, nella quale Zorba insegna a danzare allo scrittore inglese diventato ormai suo amico. Suggestiva anche l’ambientazione, la spiaggia di Σταύρος (Stavros) sull’isola di Creta

 

 

Se la danza del sirtaki è un modo di impatto per approcciarci alla musica ellenica, ben si continua con una canzone del 1972, presentata qui in un video dell’epoca. Nel periodo di transizione tra il liceo e l’università, ancora preda dei “fumi” del viaggio greco, continuavo a “frequentare” la musica di questa nazione. Fu così che mi capitò fra le mani un disco contenente varie tracce di musica mediterranea e di queste, per ovvi motivi, una buona parte era costituita da canzoni elleniche. Tra questa una mi colpì molto per le sonorità tradizionali, per la voce potente della cantante e soprattutto per certe note solenni che – mia impressione, eh! – enfatizzano i colori del brano. Νύχτα στάσου (Nixta stasouNotte, fermati!) di  Λίτσα Διαμάντη (Litsa Diamadi). Trovo particolarmente belle le atmosfere per noi ormai vintage del pezzo e il suono della lingua greca, estremamente musicale e fluido sulla voce della Diamadi

 

 

Durante il primo anno trascorso alla facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Bari mai avrei pensato che l’anno successivo e per due anni consecutivi sarei ritornata alla lingua greca. Questo “ritorno di fiamma” accadde quasi all’improvviso, senza troppa meditazione, quasi come qualche cosa giunta a riva sospinto dalle onde del destino. Il rapporto con la lingua e la letteratura greche all’università è chiaramente cambiato rispetto a quello scolastico. Ho avuto modo di affacciarmi, seppur per soli due anni, alla lingua e alla letteratura elleniche della modernità e della contemporaneità. Mi sono immersa, grazie anche a un ambiente stimolante e a splendide lezioni – tra le migliori che abbia avuto in cinque anni di percorso universitario! -, nella cultura greca con uno spirito più maturo e ancora più curioso. Ho potuto apprezzare scrittori e poeti che pochi, sfortunatamente, hanno l’opportunità di conoscere e vedere tutti i mutamenti che questa lingua meravigliosa ha subito nei secoli. La lezione più importante che ho ricavato è che, nonostante tutti i problemi storici ed economici che la penisola protesa sull’Egeo ha dovuto affrontare, questa ha sempre conservato grandi forza e dignità, doti derivate da secoli di fulgido splendore culturale che, sebbene appartengano a un passato cronologicamente remoto, non possono né potranno mai essere ignorati. Negli anni universitari, per una serie di sfortunate circostanze varie, non sono riuscita a tornare in Grecia. Quello sarebbe sicuramente stato il viaggio di conferma dell’illuminazione. Nonostante ciò, ricordo quel periodo come uno stato continuo di rapimento. Ero preda del fascino greco di cui cercavo di riempirmi attraverso libri, traduzioni, immagini e ovviamente musica. Tante le scoperte di quel periodo, agevolate anche da una conoscenza discreta della lingua – peccato adesso riesca a ricordare molto poco! Dovevo, per questo articolo e in riferimento a questo periodo, fare una scelta e questa è ricaduta su un pezzo di Δέσποινα Βανδή (Despina Vandì) e su due di Νίκος Καρβέλας (Nikos Karvelas). A distanza di tanti anni, i miei gusti sono un po’ cambiati ma l’affetto bonario con cui la mia mente ritorna a queste canzoni ha fatto sì che non potessi tralasciare di inserirle in questo articolo. Despina Vandì, classe 1969, è una cantante pop la cui musica si avvale comunque di riferimenti al panorama tradizionale del suo Paese. Non sarà una grande canzone, questa Ανάβεις Φωτιές (Anavis fotiès), ma ricordo – e ancora suscita in me – un grande entusiasmo divertito su queste note ballabili, su queste movenze e su questa atmosfera da estate mediterranea. 

 

 

Nikos Karvelas è stato invece l’artista greco che, a sua insaputa, mi ha accompagnato più di tutti gli altri in quel periodo nei miei quotidiani spostamenti in treno tra il mio paesetto e Bari. Grande affetto mi lega, fosse anche solo per questo, a lui. Karvelas, nato 63 anni fa ai piedi di Atene, è un artista di un certo livello in patria, conosciuto per le sue composizioni tra il pop/rock e il λαϊκό τραγούδι (laikò tragudi), sorta di folk tipico ellenico. La prima canzone, Ένα Χρόνο Το Περισσότερο (Ena xrono to perissotero – Un anno al massimo), si mantiene su un pop di respiro più internazionale, nonostante il testo in lingua autoctona. Qui di seguito il videoclip in cui compare anche  Άννα Βίσση (Anna Vissi), cantante popolarissima in Grecia ed ex moglie di Karvelas. Questa è una di quelle canzoni che possono facilmente non piacere ma a me piace. Semplicemente. Non so spiegare bene il perché ma mi piaceva molto e, a distanza di tempo, mi piace ancora. E’ una canzone pop che però ha per me, come si usa dire, un perché. Poi, de gustibus..

 

 

La seconda canzone di Karvelas, Ασπιρίνη (Aspirina), è invece un pezzo rock dal sapore decisamente più etnico e più incline a quel laikò tragudi a cui si accennava prima. Trovo le parti musicali estremamente interessanti, intrise di quel gusto che solo la musica greca, con le sue peculiarità, sa offrire. Seconda traccia dell’album del 1998, Ena xrono to perissotero, questa restituisce all’ascoltatore uno spaccato più esaustivo della musica dell’artista ateniese. 

 

 

Iniziamo ora ad avviarci alla conclusione di questo lungo articolo su una fetta di musica greca. Quando l’articolo era ancora in fase di bozza, ho pensato sarebbe stato un errore tralasciare un pezzo che, oltre ad aver fatto parte per un bel periodo della mia vita, è riuscito a essere in voga per un po’ di tempo anche qui in Italia, principalmente grazie, come spesso accade, all’inserimento in uno spot pubblicitario. Il brano in questione è Μου λείπεις (Mou leipeis – Mi manchi), del quarantaduenne artista ateniese Γιώργος Μαζωνάκης (Giorgos Mazonakis). La canzone è a metà tra il pop e il folk tipico greco e ha una stesura, a mio avviso, accattivante grazie all’ausilio di un coinvolgente violino. 

 

 

Non a caso ho scelto per chiudere questo articolo una canzone che si intitola “Mi manchi”. E’ quello che vorrei dire alla Grecia.. Sono un po’ di anni ormai che, purtroppo, ho smesso di studiare la lingua greca. La mancanza di tempo e altre attività mi hanno portato, mio malgrado, a un’interruzione forzata. Per questo, sento spesso la sua mancanza che equivale ad aver rinunciato a una parte di musicalità nella mia vita. Non escludo di ritornarci, in futuro, alla lingua e al Paese. Il destino mi ha permesso di ritrovare la Grecia anche dopo il liceo e chissà che non accada ancora. Tanto tempo fa nacque questo legame importante tra me e la terra ellenica e quando certi rapporti sono forti e ricchi di ispirazione non posso spezzarsi. Ci sarebbe da dire ancora tanto su questa splendida terra e sulla sua musica. Questo è solo un piccolo compendio della mia grande amicizia con la Grecia ed è un modo, umile e senza molte pretese, per ringraziarla per tutto ciò che mi ha insegnato. …ευχαριστώ πάρα πολύ!!!

 

Enjoy & breathe the colors…

Profumi mediterranei nella musica di René Aubry

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bandiera francia

 

 

Pochi giorni fa è arrivata, come sempre, la primavera. I paesaggi e i colori sono cambiati in fretta, rinnovando devotamente il rituale di transizione da una stagione all’altra. Tutto è più accentuato: il calore dell’aria, il blu del cielo e le sfumature pittoriche di ogni cosa. Io la vedo così, quando passeggio in città o in paese, in campagna o in riva al mare; quando vedo scorrere i panorami al di là dei finestrini del treno; quando ascolto musica. 

Un desiderio sempre al mio fianco, tutti i giorni dell’anno, senza distinzione stagionale è quello di viaggiare. In questo periodo, come tutto il resto, anche questo non tarda a far sentire il vigore ritrovato. Ci sono musiche, siano esse cantate o solo strumentali, che sospingono una mente e un cuore già costantemente orientati al viaggio a lasciarsi accarezzare da fantasie di movimento ed esplorazione che finiscono per colorarsi di una connotazione a metà tra il sogno ad occhi aperti e la realtà. Non so quanto questo pensiero sia chiaro. Con queste parole ho provato a trascrivere le sensazioni che provo ascoltando le composizioni dell’artista a cui è dedicato questo post di fine marzo.

Con Colors on the loose andiamo in Francia per conoscere ed apprezzare René Aubry. Scoperto – non ricordo più quando e come – ormai molto tempo fa, questo polistrumentista nato a les Vosges nel 1956, è quel genere di artista le cui produzioni musicali regalano quella leggerezza eterea di cui spesso ognuno di noi ha bisogno per rilassarsi e per lasciarsi andare al sogno. Non è solo questo. Non a caso all’inizio di questo articolo si è parlato di primavera, di paesaggi e di viaggio. Nel tentativo di collegare questi concetti ad Aubry, si può pensare alla sua musica come un mezzo di trasporto senza peso che accompagna alla scoperta di meravigliosi territori e che induce all’ammirazione degli stessi. Partendo dalla Francia, suo Paese natale, queste terre, idealmente visitate per merito della sua musica, si estendono a tutto il Mediterraneo. Sarà pure una sensazione personale ma questo è ciò che ispirano in me le composizioni di Aubry: una visione musicale delle terre mediterranee. 

A supportare queste opinioni, l’impegno dell’artista nella scrittura di musiche per balletti – grazie all’influenza del suo amore e musa Carolyn Carlson, celebre danzatrice statunitense – per spettacoli teatrali e per film. Chi scrive musiche per queste forme d’arte ha spesso, secondo me, una marcia in più: una sensibilità più spiccata e una capacità più profonda di scuotere l’anima umana. René Aubry non è da meno. Nella sua carriera ormai trentennale – il primo album, omonimo, fu registrato a Venezia nel 1983 – compaiono venti album attraverso i quali è possibile apprezzare l’affascinante amalgama di strumenti acustici, sonorità elettroniche, musica digitale e atmosfere da film che rende unico il contributo alla musica del mondo dell’artista francese.

Il primo video del post va a riprendere un pezzo del 1990 intitolato Magda e contenuto nell’album Steppe, fortemente ispirato dalla collaborazione con la Carlson. La scelta di questo brano viene esattamente da quanto scritto finora: credo che Magda sia la traduzione in musica perfetta delle atmosfere che si respirano sulle coste e nelle terre mediterranee. Ascoltare questa canzone è per me come passeggiare tra i viottoli bianchi e folkloristici di un paesino del Mediterraneo e poi sbucare sul mare.

Se con questo brano abbiamo assaporato un’atmosfera mediterranea ancora piuttosto universale, il prossimo la rende precisa. Il titolo stesso ne dà le coordinate: Salento. Si tratta di un coinvolgente pezzo acustico dove le chitarre e i violini tessono meravigliosamente le trame di un sound mediterraneo genuino e semplice. Il Salento è anche praticamente la mia terra e quindi la scelta di questo pezzo è un omaggio all’omaggio che Aubry ha reso a questi luoghi. Il brano è estratto da uno degli album più apprezzati del polistrumentista francese: Plaisirs d’amour (1998). 

Per concludere, Séduction, piccola perla estrapolata dal suo ultimo album, Forget me not, pubblicato l’anno scorso. Con questa composizione ritorniamo alle prime righe di questo post, in cui si è parlato di leggerezza eterea e di cui Séduction è uno degli esempi migliori. 

Alla prossima!

Enjoy & breathe the colors…

 

 

Fanfare Ciocărlia: l’energia esplosiva della gypsy music

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bandiera romania

Come avrete notato, specialmente voi lettori più affezionati, ultimamente gli articoli si sono un po’ diradati. Da un po’ di tempo sono – per fortuna! – molto impegnata, in varie cose. Unica nota negativa a questo notevole “assorbimento” è la mancanza del tempo necessario e della giusta tranquillità per mettermi a ricercare, a riflettere e poi a scrivere. Non vi spaventate, Colors on the loose continuerà a viaggiare e mai abbandonerà le rotte musicali del mondo. La sua navigazione procederà solo a ritmi un po’ più lenti e questo non deve per forza essere un male: più tempo ci si ferma in una tappa musicale e più se ne possono apprezzare tutte le qualità. Vediamola così! 😉 Questa settimana, a ogni modo, siamo qui e, di ritorno dal Caucaso georgiano, ci fermiamo non molto lontano. Siamo in Europa, nel piccolo villaggio di Zece Prajini, Romania nordorientale, luogo natale degli artisti al centro di questo post: la brass band dei Fanfare Ciocărlia.

Avevo in mente di trattare la musica gypsy balcanica fin dagli esordi del blog. Nell’ambito delle musiche dal mondo, questa costituisce sicuramente uno di quei generi che si classificano tra i miei preferiti e tra quelli che, come si dice, “non mi stancano mai”. Non ricordo più il momento in cui conobbi, ormai anni e anni fa, i Fanfare Ciocărlia. Mi sembra di conoscerli da sempre, o meglio, da quando sono nate la mia passione e le mie esplorazioni in merito alle musiche dei popoli del mondo. Se c’è una band che può rappresentare un certo tipo di musica gypsy, riconducibile a un ambiente gitano di stanza in Romania e arricchito da un’eredità musicale turco-ottomana, quella è proprio la band dei Fanfare Ciocărlia.

La cosa più interessante di questo simpatico ensemble, musica e bravura dei 12 componenti a parte, è senz’altro la sua storia. Zece Prajini, il già citato villaggio di provenienza, è una striminzita comunità di rom perlopiù romeni che, in un isolamento encomiabile che le ha permesso di continuare a vivere in libertà anche sotto il regime comunista, conduceva e conduce ancora una vita semplice, scandita dai ritmi della natura, inimmaginabile ormai al resto del mondo, almeno occidentale. Soltanto greggi, stradette polverose e carretti, come decenni e decenni fa. Mentre la Romania è andata avanti, anche musicalmente, a Zece Prajini, insieme a uno stile di vita arcaico, si è conservata in modo intatto anche la tradizione musicale delle band di fiati ottomane – gli Ottomani hanno a lungo dominato il territorio – legata all’accompagnamento di sfilate militari, matrimoni e funerali. Da qui e da ciò parte l’avventura di questi 12 suonatori di ottoni che, scoperti quasi per caso da un produttore tedesco, hanno iniziato a esportare nel mondo, dal 1996, questo esplosivo miscuglio di danze folk romene e rom e influenze musicali turche, bulgare, macedoni e serbe. 

La loro discografia conta, dal 1998 al 2014, 6 album in studio. Il video introduttivo alla loro musica è Lume, lume, pezzo estratto dal primo album Radio Pascani (1998). Si tratta di una canzone di autore ignoto, tradizionale, molto cara all’immaginario rom – associabile, secondo me, per importanza a Ederlezi, altra celeberrima manifestazione musicale della cultura gitana portata al successo da Goran Bregovic. Molto interessante l’alternanza delle gustose sezioni musicali e dell’ispirata parte cantata, rigorosamente in lingua romanì.

Con il secondo album, Baro Biao (1999), arriva la perla della loro discografia: Asfalt Tango. Pezzo meraviglioso che mette in luce perfettamente tutta la bravura dei musicisti, famosi anche per l’estrema velocità delle loro esecuzioni – spesso a più di 200 battiti al minuto, quasi un suonare “a rotta di collo”. Pluripremiato, pluriomaggiato da cover dei migliori artisti del genere gitano e più volte ospitato in film di varia provenienza, Asfalt Tango è senza ombra di dubbio uno dei pezzi fondamentali della gypsy music. Ne adoro il sapore a tratti altisonante, a tratti malinconico ma sempre estremamente energico e genuino. Peccato solo non essere riuscita a trovare una versione live dalla qualità audiovisiva che il pezzo merita.

A distanza di 7 anni dall’ultimo album, i Fanfare Ciocărlia, vincitori nel 2006 del prestigioso premio World Music Award della BBC Radio 3, sono tornati proprio il mese scorso con un nuovo, raffinato disco: Devil’s tale. In questo album, insieme all’ormai celebre maestria della band, si può apprezzare il talento del chitarrista gypsy jazz canadese Adrian Raso. Il sodalizio tra il gruppo romeno e Raso è nato dall’amore comune per Django Reinhardt, indimenticato mostro sacro del genere in questione. Da qui un esito discografico lodevole e di ottimo gusto. Un assaggio nel video di St. Urn Tavern, molto bello anche nelle immagini. 

Il post di questa prima settimana di febbraio deve concludersi qui. Dopo questi piccoli assaggi, invito all’approfondimento di coloro che ormai sono considerati le leggende della musica per fiati gitana e che con il loro eastern funk groove infiammano i palchi di tutto il mondo e ora anche la nave su cui viaggiamo!

I’ll see you soon! 

Enjoy & breathe the colors…

Chemi Sakartvelo : La mia Georgia – Part 2

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bandiera georgia

La colonna sonora del nostro viaggio in Georgia che dura ormai da due settimane si è soffermata, nella prima parte, sul folk tradizionale. Ho già spiegato i motivi della suddivisione dell’articolo. Ora però mi viene in mente quanto, seppur inconsciamente, questa scelta sia stata naturale. Da dove inizia davvero l’espressione musicale più tipica di un popolo? Dove risiede la sua anima in note più autentica e meno contaminata? Dove, se non proprio nel folk?! Si tratta di un pensiero personale, non certo basato su dati scientifici da manuali di storia della musica. Molto semplicemente mi viene da pensare che la culla musicale di tutti i popoli sia proprio quella in cui sono adagiati da anni, da secoli e anche più, melodie, voci, testi e strumenti popolari. Partendo da questa base è possibile compiere un percorso più o meno breve e ritornare al punto di partenza o si può arrivare a raggiungere mete più complesse e orizzonti più ampi, frutti più o meno splendidi dell’incontro tra spirito identitario e combinazioni altre. Questo piccolo trait d’union tra la prima e la seconda parte del racconto musicale georgiano serve a dare una prima pennellata al quadro di artisti che qui saranno raffigurati. La pittura questa volta avrà i colori del jazz, dell’elettro-ambient, dell’alternative, e alcuni di questi colori avranno anche sfumature di forte impegno socio-culturale o di protesta politica. Dico la verità, questo è il tipo di musica che amo di più e, come succede spesso per le cose belle, ho preferito lasciare proprio qui, alla fine di questo cammino, i miei artisti prediletti.

Questa seconda parte, già definita the other side della musica georgiana, prende il via con quella che, in tutta probabilità, è a oggi la cantante jazz proveniente dalla Georgia più apprezzata non solo in patria ma anche nel resto del mondo: Nino Katamadze. Nata nel 1972 ad Adjara, nella Georgia orientale, la sua carriera decolla nel 1990, anno in cui entra a far parte del Batumi Music Institute e da cui inizia a prendere parte a numerosi e sempre più importanti progetti. Dai primi anni 2000 Nino Katamadze riscuote notevole successo e numerosi apprezzamenti e riconoscimenti negli Stati Uniti e in tutto il mondo. La musica della Katamadze è un jazz colorato da sfumature di musica autoctona. Si tratta di una musica complessa, profondamente intellettuale, i cui testi – stando alle fonti – sono spesso introspettivi e filosofici. Mi viene perciò da credere che il jazz georgiano si esprima al meglio proprio attraverso la voce di Nino Katamadze: impeccabile, precisa ma nel contempo decisa e appassionata. Questa è apprezzabile, insieme all’energia e alla simpatia della cantante, nel video di Olei, brano tratto dall’album White (2006), caldamente acclamato dall’ambiente jazz mondiale. 

Dal jazz di Nino Katamadze all’etno-jazz-fusion più spiccato di uno dei miei gruppi georgiani preferiti: The Shin. Considerati tra i migliori musicisti e compositori di tutto il Paese, Zaza Miminoshvili e Zurab Gagnidze formano il gruppo nel 1998 in Germania. A loro, nel 2002, si aggiunge Mamuka Gaganidze. Siamo qui di fronte a un gruppo fortemente incline alla sperimentazione. L’ambiente musicale in cui operano questi artisti è un caleidoscopio in cui convergono un frizzante stile vocale tradizionale, polifonie complesse, virtuosismi, jazz, funk e, a volte, anche flamenco. Le produzioni dei The Shin sono comunque tutt’altro che elitarie o sterilmente fini a se stesse per i troppi tecnicismi. The Shin, cantanti e strumentisti davvero capacissimi, riescono ad avvicinare scenari musicali indubbiamente non semplici all’anima di un numero di ascoltatori che va ben oltre quello che di solito compone un’elite. La band, il cui nome nella loro lingua madre significa “andare a casa”, collabora stabilmente con il Teatro Statale di Tbilisi, per il quale ha composto molte opere originali. Numerosissime le partecipazioni a festival internazionali e innumerevoli le critiche positive ricevute per la loro innegabile originalità e magnetismo di esecuzione. Tutto ciò basterebbe a giustificare la mia predilezione per il gruppo. A questo però deve aggiungersi l’impegno dei tre musicisti in progetti, spesso anche multidimensionali, volti a sottolineare l’importanza non solo culturale ma anche sociale e politica delle collaborazioni tra artisti di diversa nazionalità con lo scopo di promuovere ideali di avvicinamento, comprensione reciproca, condivisione e superamento delle barriere. Inutile dire quanto questa informazione abbia reso definitiva la mia ammirazione nei loro confronti. Tra questi portentosi progetti anche Egari, ideato su dimensione audiovisiva, volto a creare un mix originalissimo di elementi arcaici e moderni, di strumenti caucasici e non, e di armonie georgiane e stilemi jazz. Acharuli, qui in versione live, è esempio magistrale di questo incontro dialogico tra Est e Ovest in quello che è il puro spirito eurasiatico. Il pezzo è a mio parere magnifico, sensazionale in tutte le sue parti, compreso il finale “bidimensionale” a sorpresa. Potrebbe essere solo una mia impressione ma ancora una volta, come prima con la Katamadze, mi colpisce la simpatia, la cordialità e l’atmosfera, per l’appunto, “di casa” irradiate dalla band, qui arricchita da molti collaboratori.  

Il terzo video del post mostra, purtroppo con un fermo immagine, Shota, pezzo molto interessante della band 33a, capeggiata dal carismatico frontman Niaz Diasamidze. Questo gruppo musicale, il cui nome riprende il civico dell’abitazione di Diasamidze a Tbilisi, colpisce per il crossover degno di nota delle sue produzioni. In esse si gustano elementi pop e reggae, miscele di folk impegnato georgiano e francese, parti vocali hip hop e riferimenti alla fusion. Niaz Diasamidze, leader indiscusso del quartetto, quarantenne, premiato nel 2005 al Montpellier International Film Festival per aver scritto la migliore musica per film (la pellicola era Tbilisi – Tbilisi), fonda ormai vent’anni fa i 33a e ne diviene cantante e polistrumentista. Notevole l’inserimento in molti pezzi del panduri, un antico cordofono tradizionale georgiano a 3 corde, suonato nella band da lui stesso. Ho scelto il brano Shota perché penso sia molto bello, costruito su un impianto musicale gentile e talvolta quasi rarefatto che non manca però di una parte intermedia ben più incisiva. Il pezzo fa ascoltare il suono di strumenti tradizionali ma rivela ombreggiature ascrivibili a un certo sound simile di provenienza europeo –  occidentale. 

Prima di passare all’ultimo artista, per tanti motivi il mio preferito, ci tengo a fare un cenno a un duo appena nato. The Bearfox è il nome scelto da Irakli Man e Merab Nutsubidze per il loro progetto musicale sperimentale inquadrabile, se proprio ciò è necessario, nel macrogenere indie-elettro-ambient. Sentimenti semplici e positivi, umiltà artistica e suoni della natura sono gli ingredienti con cui questa coppia di artisti di base a Tbilisi sta imboccando il sentiero avventuroso della musica. All’attivo hanno ancora soltanto due pezzi. Condivido qui il primo, Holding you, perché secondo me un certo potenziale c’è. 

Questa lunga avventura musicale attraverso la Georgia volge ormai al termine. Per quanto mi riguarda, non c’è modo migliore di concluderla se non attraverso il riferimento a quello che può essere definito un Artista a tutto tondo. Ho ascoltato molta musica georgiana ultimamente e sono giunta alla conclusione che il panorama, per così dire, alternativo di essa sia sintetizzabile nel nome di Irakli Charkviani. Scorrendo la sua biografia, ancor prima di avviare un approccio alla sua musica, Charkviani appare come una sorta di essere mitologico. Nasce a Tbilisi nel 1961 da una famiglia agiata intrisa di grande cultura: il padre era un giornalista affermato e ambasciatore georgiano nel Regno Unito; il bisnonno era stato un grandissimo artista. Si laurea in letterature occidentali e americane e diventa così poeta, scrittore e poi anche musicista e compositore. Nel 2006, la morte, ufficialmente per problemi cardiaci ma nella realtà ancora poco chiara, tra sospetti di overdose e suicidio. Tutto ciò basterebbe ad avvolgere la sua persona in un velo di conturbante mistero. Prima ancora di avvicinarsi alla sua arte, musicale o letteraria che sia, il suo personaggio, conosciuto con il soprannome di Mepe (il re), incuriosisce tremendamente. Il suo esordio musicale è databile intorno al 1976, anno in cui prende parte al progetto indie-rock Arishi. Dagli anni ’80 musica e letteratura camminano mano nella mano nella sua carriera: da un lato il suo repertorio in note si arricchisce di composizioni sempre più complesse impregnate di accattivante psichedelia e dall’altro la stampa letteraria georgiana pubblica una serie di sue liriche dal gusto audacemente e pericolosamente sovversivo e ribelle. Negli anni ’90 diventa ormai l’artista georgiano “underground” più importante e particolare, grazie anche alla creazione di progetti che lo portano a esibirsi in Russia e nel resto dell’Europa orientale. Nell’arco di tempo che va dal 1993 al 2004, poco prima della morte, pubblica i suoi interessantissimi quattro album da solista. L’ultima notizia su di lui risale al maggio 2013 quando, a 7 anni dalla scomparsa, viene insignito post mortem del prestigioso premio Rustaveli per aver significativamente contribuito allo sviluppo della cultura georgiana contemporanea. Ascoltare la musica di Irakli Charkviani non è affar semplice: la sua poetica eccentrica si amalgama a composizioni vertiginosamente eclettiche che miscelano alternative rock, blues, musica elettronica, jazz e hip hop. Detto questo, non stupisce come ogni brano sia diverso dal precedente. Districandomi nel suo repertorio, ammetto di essere stata preda di un “effetto sorpresa” continuo.  Non riesco a esprimere fino in fondo quello che la musica di questo artista rappresenti per me: percepisco con essa un legame profondo. In generale ci sono sonorità che sento particolarmente mie. Le sue canzoni hanno quasi sempre delle venature malinconiche velatamente grunge, oserei dire, che entrano ogni volta elegantemente nella mia anima e la abbracciano senza più lasciarla andare. Le due canzoni che seguiranno ora sono state scelte tra le tante che hanno avuto su di me un impatto emotivo molto forte.  La scelta, devo ammetterlo, è stata fortemente influenzata da vicende personali speciali ma, a mio parere, questi pezzi traducono in realtà l’anima del Mepe. La prima canzone, Suls mogcem (Ti darò la mia anima), è una canzone d’amore. E’ un pezzo semplice: chitarra scarna e voce splendidamente e sentitamente imprecisa. Un’interpretazione intensa per una canzone d’amore a tratti mesta ma mai melensa. 

Summa perfetta di canzone “crossover” alla Charkviani, impreziosita dalla voce della moglie e da toni psichedelici che rimandano all’India anche nel testo, Istorias, pezzo contenuto nell’album Amo (2001). Qui il video mostra una notevole versione live che consente di apprezzare al meglio tutto il carisma dell’artista. Io non aggiungerei altro, considerando anche il mio coinvolgimento emotivo totale. Lascio a voi le ultime considerazioni e il compito di tirare le (vostre) somme di questa tappa piacevolmente prolungata di Colors on the loose in Georgia. Per quanto riguarda me, riparto soddisfatta e con un corposo bagaglio di emozioni. Sulle note di Istorias, arrivederci a presto, chemi sakartvelo, e… sì, arrivederci a tutti!

Enjoy & breathe the colors…

P.s. Ringrazio ancora di cuore i miei amici e amiche georgiane ma soprattutto la persona speciale che mi ha “iniziato” agli artisti presenti in questa parte di articolo e che mi ha permesso e permette di vivere la Georgia pur rimanendo sempre in Italia

Chemi Sakartvelo : La mia Georgia – part 1

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bandiera georgia

Rieccoci finalmente qui dopo una lunga, non voluta assenza dai mari e dalle rotte musicali. La nave di Colors on the loose è nuovamente pronta a salpare e a spiegare le vele verso nuovi territori, nuove sonorità e nuove storie.

Nell’augurarvi un ottimo periodo festivo, sul finire dell’anno scorso ho fatto un breve riferimento a quello di cui ci saremmo occupati una volta tornati: ho detto che vi avrei reso partecipi e avrei condiviso con voi le scoperte musicali dell’ultimo mese. A dispetto di quanto questo plurale possa far sembrare, queste scoperte si concentrano in un unico e affascinante Paese. Per questo motivo Colors on the loose approda sulle coste orientali del Mar Nero per intraprendere un lungo e dettagliato viaggio nei territori e tra le musiche della Georgia

Prima di passare alla musica, questo “racconto” necessita di un antefatto. Per esplicitare quest’ultimo, tento di rispondere a una domanda: che cos’era e cos’è per me la Georgia? Se vi state chiedendo se, in questo mesetto di assenza, abbia avuto la possibilità di visitarla, la risposta, purtroppo, è no. Non ho ancora avuto occasione di andare in Georgia ma questa, in qualche modo, negli ultimi tempi, è venuta da me. Come specificato anche altrove sul blog, ho sempre avuto un grande interesse, talvolta privo di motivazioni specifiche, per le terre del Caucaso. Ho sempre subito il fascino dei cosiddetti “luoghi di frontiera”. Pensare a un Paese adagiato esattamente sul (presunto) confine tra Europa e Asia mi ha sempre dato quel tipo di brivido che si prova confrontandosi con qualcosa di misterioso. Dai tempi dell’università, la “questione eurasiatica” è sempre stata per me oltremodo coinvolgente e intellettualmente stimolante. Ciò detto, fino a poco tempo fa, un Paese come la Georgia era ancora da me percepito come… lontano: poche conoscenze, poche notizie e una sorta di timore reverenziale nei confronti di una lingua ancora oggi considerata un grattacapo dai linguisti, seppur dotata di uno splendido sistema alfabetico. Per quanto riguarda me, però, alle poche conoscenze non ha corrisposto una poca considerazione. Ho sempre pensato che avrei dovuto trovare un modo per approfondire, per saperne qualcosa in più. Il modo è arrivato da solo, in modo semplice, rivelandosi in tutta la sua bellezza di evento inatteso. Una esperienza entusiasmante, tuttora in corso, come insegnante di lingua italiana a stranieri, mi ha dato l’opportunità di conoscere molte, splendide persone georgiane. Sono nati subito amicizia, stima reciproca e bei sentimenti. Sono grata di tutto ciò e ancora ho poche parole per definire l’entità dell’arricchimento culturale e umano che queste conoscenze hanno comportato e stanno comportando per me. Ora la Georgia non è più un Paese lontano, è al contrario straordinariamente vicino; un paese amico e amichevole, meraviglioso nei suoi scenari e nelle sue contraddizioni, meritevole senza dubbio di essere conosciuto più approfonditamente e apprezzato. Ora sono pronta a condividere con voi almeno la parte esprimibile di questo arricchimento.

Questo articolo costituirà per Colors on the loose una specie di eccezione: per esigenze non di spazi bensì di tempo per la vostra lettura, questo racconto sulla musica georgiana sarà suddiviso in due parti, affinché possiate assorbire nel modo più agevole possibile quanto condiviso. L’antefatto volge al termine ma prima di passare ai veri contenuti del post voglio dedicare queste “pagine virtuali” a tutte le persone georgiane che mi hanno aiutato a conoscere tante cose – grazie a tutt* e un GRAZIE speciale a una persona in particolare – e, ovviamente, a tutti voi, lettori soprattutto italiani del blog: a voi, perché possiate avvicinarvi almeno un po’ allo spirito di questa terra così carica di fascino.

La prima parte di Chemi Sakartvelo – La mia Georgia sarà dedicata principalmente alla musica folk, in un breve excursus dai tempi antichi fino a quelli contemporanei, e agli scenari del pop georgiano dei nostri giorni. Se mi sono dilungata abbastanza nella parte introduttiva dell’articolo, lo stesso non potrò fare nella parte restante. Ammetto la difficoltà nel reperire informazioni dettagliate su molti artisti, specialmente quelli che saranno ospitati in questa prima parte. La quasi totale mancanza di notizie in italiano e spesso anche in inglese e russo ha reso, in certi momenti, davvero arduo mettere insieme i tasselli di questa “narrazione musicale”. Se è vero però che la musica è un linguaggio tanto potente ed efficace da sussistere autonomamente, troppe parole non saranno necessarie. Dunque, iniziamo…

I due video iniziali consentono di tornare indietro nel tempo, in un periodo in cui la Georgia, per il resto del mondo, altro non era che una piccola appendice meridionale dell’Unione Sovietica. Debi Ishkhnelebi (le sorelle Ishkhnelebi) e Hamlet Gonashvili costituiscono esempi magistrali, forse i più rappresentativi, del folk tradizionale più classico. La nascita del quartetto vocale formato dalle quattro sorelle Nina, Zinaida, Alexandra e Tamara Ishkhneli, il cui nome corrisponde al plurale del loro cognome, risale al 1941. Attivissime nel periodo della seconda guerra mondiale fino ai primi anni ’50, le sorelle erano solite eseguire pezzi sia russi che georgiani. Esse ricordano un tempo in cui la presenza sovietica nella nazione era preponderante – gli stessi nomi di battesimo delle cantanti sono di chiara origine russa piuttosto che georgiana. Il video è privo di immagini in movimento e ha un audio qualitativamente scarso. Esso costituisce però un piccolo saggio del folk di quei tempi. La canzone dovrebbe intitolarsi Da is vints’ gak’eba (E colui che per te parlava bene – in parentesi traduzioni approssimative). Il condizionale è d’obbligo. Chiedo scusa ai georgiani e alle georgiane per l’eventuale traslitterazione sbagliata! 😀

Il secondo video, anche questo di grande valenza storica, è un omaggio a Hamlet Gonashvili, vero e proprio “mostro sacro” della musica tradizionale georgiana. Nato nel 1928 e morto nel 1985, considerato “la voce della Georgia”, è stato cantante, insegnante e interprete carismatico del folk della sua terra. Dal 1970 fino alla tragica morte sopraggiunta per una fatale caduta  da un albero di mele, Gonashvili è stato voce solista ammaliante del Rustavi (una delle città più importanti del Paese) Ensemble, gruppo famoso poi in tutto il mondo per un repertorio assolutamente degno di nota nel genere. Il video, di qualità visiva sfortunatamente non eccellente, mostra l’artista eseguire  insieme al resto dell’ensemble Tu ase turpa ikhavi (Se sei stato/a così bello/a), canzone tradizionale. Il pezzo, sulle note di uno strumento popolare, mette in evidenza la raffinatezza ipnotica della voce di Gonashvili e rasenta atmosfere dal forte sapore spirituale.

Un salto temporale che ci accompagna ai nostri giorni ci consente di apprezzare un’evoluzione del folk georgiano attraverso l’esecuzione di Aluda Qetelauris Xsovnas a opera del gruppo Bani. Non ci sono informazioni sul gruppo che non siano in lingua georgiana. Il video mostra, a ogni modo, l’incontro di strumenti tradizionali tipici con una strumentazione più “moderna”. Le voci intense dei cantanti, di cui uno indossa il papakhi, tipico copricapo caucasico, e il crescendo strumentale, impreziosito sul finale da una sempre interessante fisarmonica, rendono il brano piacevole e, nel contempo, seducente, con le sue sonorità a metà tra canti quasi ascetici e ritmiche da danza popolare. 

Lasciando il folk, ma forse solo in parte, occorre fare un po’ di luce sull’attuale scena pop georgiana. Parlando con le mie amiche del posto, sono venuti fuori, quasi a furor di popolo oserei dire, due cantanti in particolare. Il primo risponde al nome di Dato Kenchiashvili. Per lui stesso problema: assenza totale di informazioni in qualsiasi lingua a me comprensibile. Per quanto non esattamente rispondente ai miei gusti musicali, la musica di Kenchiashvili, qui rappresentata dal brano Ar daijero (Non crederai), può essere inquadrata come una sorta di pop tradizionale. Il modo di cantare e la base “folkeggiante” del brano ricordano sonorità antiche, per quanto l’impianto della canzone viri vistosamente verso un certo genere melodico.

Il secondo nome proposto è quello di Anri Jokhadze, vera e propria popstar, nato nel 1980 nella capitale Tbilisi. Sulle scene musicali nazionali mainstream fin dalla più tenera età e acclamato come “voce d’oro della Georgia”, Jokhadze fa conoscere il pop georgiano al resto del mondo partecipando nel 2012 allo Eurovision Song Contest. Dotato di voce potente e quasi altisonante, l’artista esegue nel video qui di seguito una versione personalizzata di Tavisupleba (Libertà), inno nazionale georgiano, adottato solamente dieci anni fa all’indomani della Rivoluzione delle Rose. Il video è interessante anche da un punto di vista visivo, mettendo esso in evidenza il bianco e il rosso, colori della bandiera georgiana, e una certa enfasi patriottica. 

Con l’ultima artista di questa prima parte, ci spostiamo su un altro livello, sia musicale che di notorietà internazionale. Ketevan Melua, da tutti conosciuta come Katie, è probabilmente a oggi una delle artiste di origine georgiana più celebri al mondo. Nata nella città di Kutaisi, nella Georgia occidentale, Katie vive nel Regno Unito dal 1993, anno in cui la famiglia decide di lasciare la patria a causa della guerra civile all’epoca in corso. Dal 2005 è cittadina britannica. Per quanto profondamente legata al suo Paese d’origine – lei stessa afferma che si considererà per sempre georgiana – la sua musica, apprezzabile finora in cinque album pubblicati, ha sonorità profondamente occidentali e anglosassoni. Guidata dall’ispirazione proveniente dai suoi artisti preferiti (L. Cohen, P. Simon, Eva Cassidy, Jeff Buckley e J. Mitchell), Katie Melua si distingue per la sua voce dolce ma incisiva e per le sue composizioni raffinate ed eleganti. Il video qui proposto mostra la cantautrice in una coinvolgente versione live di On the road again, cover dei Canned heat, celebre gruppo rock-blues statunitense, contenuto nel suo secondo album Piece by piece (2005). Katie Melua rappresenta sicuramente l'”internazionalizzazione”, se così si può dire, della musica georgiana. Di quest’ultima rimane effettivamente ben poco nei dischi della cantautrice trentenne. Resta comunque il fatto che è stata pur sempre la Georgia a dare i natali a questo prezioso talento. 

La navigazione di questa settimana è partita dal folk più tradizionale ed è arrivata alle note più internazionali della Melua. Per ora occorre fermarci qui e apprezzare questo “primo capitolo” del viaggio in terra georgiana. Questa prima metà del tutto ha voluto introdurre al Paese e cominciare dagli ascolti più semplici. Il viaggio troverà il suo compimento nella prossima parte quando saranno toccate tappe sicuramente a me più vicine, per formazione e gusto musicale. Nella conclusione sarà affrontato “the other side” della musica georgiana, popolato da artisti alternativi, impegnati e, si potrebbe dire, più di nicchia. A questo punto è d’obbligo terminare con un sonoro STAY TUNED! 😉

Enjoy and breathe the colors…

“Viaggio di andata, senza ritorno” – Livorno secondo Bobo Rondelli

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bandiera italiana

Pensando alle eventuali rotte che Colors on the loose avrebbe seguito nelle sue avventure, non mi era mai venuta l’Italia. L’obiettivo principale, quello di andare alla scoperta delle musiche del mondo, sembrava quasi escludere a priori il soffermarsi, di tanto in tanto, sugli esiti musicali del nostro Paese. A distanza di qualche mese dall’inizio della “navigazione”, questa, chiamiamola, posizione sembra iniziare un po’ a vacillare. Perché non includere anche l’Italia tra le varie tappe di questa peregrinazione musicale? Solcare le nostre coste, per quanto raramente, può aiutare a respirare la ricchezza culturale dei nostri territori – quella che riesce ancora a sopravvivere! – apprezzandone le varianti popolari e gli esempi cantautorali impegnati locali. Avverto coloro che ogni tanto incrociano la nostra nave che non sarà, questa, una cosa frequente, soprattutto perché non sono una grande conoscitrice delle diverse realtà musicali regionali, e ne approfitto, anche per questo, per chiedere a voi qualche suggerimento per post futuri sul nostro Paese. Per ora, vediamo cosa succede questa settimana…

…scrivo da Via dell’Angiolo, a due passi, non metaforici, da Via Grande e da Piazza della Repubblica. Chiunque sia stato a Livorno, riconoscerà questi posti e saprà che qui si è in pieno centro città. Livorno e la Toscana. E’ tanto tempo che ci vengo almeno un paio di volte all’anno e, per certi versi, anche questi luoghi sono un po’ casa mia. Conosco abbastanza bene questa regione per apprezzarla in tutti i suoi aspetti: da quello collinare dagli splendidi paesaggi da tele su cavalletto e dalle ottime produzioni vinicole a quello marittimo della lunga costa tirrenica con le tante isole e isolette, passando per quello storico-culturale delle meravigliose città d’arte. Livorno è un ottimo esempio di marina toscana. Entrando in città da sud, le scogliere che decorano il profilo cittadino, sebbene le conosca ormai molto bene, riescono ancora a togliermi il fiato, soprattutto in certe ore al tramonto. Rimarrei ancora sempre molto tempo sulla maestosa Terrazza Mascagni, in pieno lungomare livornese, a osservare, nelle giornate di particolare nitidezza, le sagome delle isole che si stagliano di fronte. Siamo in una città portuale, per questo, colorata e colorita, ricca di etnie diverse, attraversata da un lieve caos folkloristico, e nella cui aria si percepiscono i passaggi dei flussi di persone giunte e ripartite, nella storia, da questo porto. Una città semplice, popolare e proletaria, senza troppi orpelli, e dalle rosse radici politiche ancora, per fortuna, fortemente sentite. 

Affacciandomi alla finestra di questa viuzza centrale, scorgo il traffico e il passeggio della via principale, vedo i gabbiani svolazzare a ricordarci che qui siamo in una  città di mare e, spesso, ammiro aggirarsi, proprio qui giù, con fare semplice ma vivace Bobo Rondelli, cantautore celeberrimo qui per i concittadini e ambasciatore dello spirito livornese in giro per l’Italia. Se l’artista non ha certo bisogno di pubblicità in questa regione, merita sicuramente di “essere diffuso” al resto del Paese – per chi ancora, ovviamente, non lo conoscesse. E’ a lui e a questa città, che mi “ospita” da anni, che dedico questo post! Ma chi è Bobo Rondelli

Roberto Rondelli – credo comunque nessuno qui lo identificherebbe immediatamente sotto questo nome! – nasce qui a Livorno esattamente 50 anni fa anche se a vederlo, onestamente, non si direbbe. Il suo fare da ragazzo ribelle gli toglie qualche annetto. Ha ormai alle spalle una carriera ventennale che, iniziata con vari gruppi, primo fra tutti Ottavo Padiglione, prosegue tra album solisti e collaborazioni con altri artisti. Se affidare a un genere specifico la musica di Rondelli non è impresa proprio facilissima, muovendosi essa sinuosa tra canzone d’autore, jazz, reggae, musica balcanica  e swing, molto più chiaro è ciò che traspare dai suoi testi, spesso condensazioni delle tipicità di una città che, nonostante un’identità forte e fiera, si è trovata ad affrontare, e lo fa ancora, tante difficoltà. Tutta la produzione musicale del cantautore è attraversata dall’anima livornese, presente nei titoli e nei temi affrontati in molti brani e album. Il nome stesso del gruppo in cui Rondelli ha suonato e cantato fino, approssimativamente, al 2000, Ottavo padiglione, fa riferimento a uno dei reparti che erano presenti nell’ospedale psichiatrico della città. Ascoltare le sue canzoni è uno dei modi migliori per conoscere Livorno. Per questo motivo, ho scelto come primo video da mostrare, non un brano vero e proprio, bensì un piccolo frammento tratto dal documentario girato dal celebre regista, sempre livornese, Paolo Virzì, e dedicato proprio all’amico cantautore. E’ un estratto di appena due minuti, molto divertente, in cui i due fanno un giro in macchina in città ricordando Gigiballa, un orso che, anni fa ormai, viveva nello zoo cittadino e che aveva conquistato tutti con il suo particolarissimo “verso”. 

Chiunque a Livorno, tranne forse i giovanissimi, ricorda quest’orso, tenuto in cattività, sfruttato e, per questo, sofferente. Bobo Rondelli gli dedicò questa canzone esattamente 20 anni fa. Essa è presente nel primo album, omonimo, pubblicato come Ottavo padiglione. E’ una ballata, dagli accenni folk e, a tratti gitani, e dal testo che ispira tenerezza e tristezza e che ricorda e denuncia le condizioni in cui versava l’animale. Nel video tratto da L’uomo che aveva picchiato la testa di Virzì si può sentire, non in altissima qualità, un assaggio del pezzo. Devo dire che si tratta di uno dei miei preferiti in assoluto e avrei potuto postarlo integralmente. Il frammento tratto dal documentario mi sembrava, a ogni modo, perfetto in veste introduttiva alla musica e alla personalità del cantautore e, più in generale, alla città. Gigiballa è un pezzo della memoria livornese reso immortale da un brano sofferto e intenso che riproduce il verso di lamento dell’orso e fa luce, nel contempo, su uno dei tanti aspetti difficili della città. 

Nel corso della sua lunga carriera Rondelli si è avvalso di collaborazioni con diversi ottimi artisti, primo fra tutti il grandioso maestro Stefano Bollani che ho avuto il piacere di apprezzare in un MAGNIFICO concerto lo scorso luglio nello storico teatro Petruzzelli di Bari. Bollani, che ha anche ospitato Bobo nel suo programma tv Sostiene Bollani, ha prodotto, arrangiato e suonato in tutti i pezzi del disco Disperati, intellettuali, ubriaconi, uscito nel 2002 e secondo da solista del cantautore. Tra i brani presenti nell’album, una versione riarrangiata de I Vitelloni, pezzo del 1995, comparso per la prima volta nel secondo album dell’Ottavo padiglione, Fuori posto. Si tratta di una canzone in pieno stile “rondelliano”, in cui si mescolano ritmiche e fiati dal sapore balcanico e testi canzonatori e profondamente irriverenti. 

Dopo alcuni anni di silenzio, nel 2009, Rondelli ritorna con uno dei suoi dischi più maturi e più riflessivi, Per amor del cielo. E’ un album più introspettivo in cui il cantautore si lascia andare a sonorità più malinconiche e intime, attraverso cui canta l’amore per la sua città e le tante problematiche che questa, quotidianamente, cerca di fronteggiare. Esempio rappresentativo, il brano Madame Sitrì, dal nome di una maîtresse realmente esistita in passato in questa città. Nel video, la voce di Rondelli, cavernosa ma dolce come i fiumi di vino che scorrono tra le varie, tante, osterie livornesi, si muove su alcune belle immagini della città e racconta una storia di mare e marinai e di tutto quello che c’è intorno, nel pieno spirito di una città portuale che tante e tanti ne ha visti arrivare, passare e ripartire.

Bobo Rondelli mi piace per la sua musica e per i suoi testi, per il suo atteggiamento spontaneo e genuino che traspare dai suoi live entusiasmanti e molto coinvolgenti. Qualche anno fa ho avuto il piacere di assistere a un suo concerto a Lari, piccolo, molto piccolo, paesotto in provincia di Pisa. Un live divertente e di alta qualità nella piazzetta di questa rocca adagiata su una collina e animata, in quell’occasione, da una bella atmosfera carnevalesca da fiera paesana. Davvero un bel concerto, intenso e soddisfacente. Anche se non tratto da quella serata, il prossimo video mostra Bobo eseguire Non voglio crescere mai, cover di I don’t wanna grow up del musicista americano Tom Waits. La versione del cantautore è diventata un vero e proprio inno di protesta contro le brutture del nostro Paese e contro le assurdità vere e proprie che sono entrate nella nostra cultura, quella italiana in generale, da un po’ di tempo a questa parte. In passato, altri cantautori italiani avevano provato a tradurre il pezzo di Waits ma con esiti poco felici. Rondelli invece è riuscito a rendere la canzone quasi “italiana” e il testo di denuncia è semplice, essenziale, corrosivo e senza peli sulla lingua, proprio come lui. 

Ultimamente Bobo Rondelli collabora con l’Orchestrino, band di fiati e strumenti ritmici che spazia dal jazz al blues e con una forte inclinazione per l’improvvisazione libera. Insieme hanno realizzato proprio quest’anno il disco A famous local singer, un assaggio del quale si può apprezzare nel pezzo Puccio Sterza. Il nome del brano, che a molti potrà sembrare singolare, qui a Livorno, in realtà, rappresenta qualcosa di stranamente illustre. Sul muro che fiancheggia un curvone all’ingresso della città da sud, da anni compare questa scritta. Ogni volta che qualcuno, forse il comune, la cancella, qualcun altro la riscrive. Non sono ancora riuscita a scoprire quale storia o leggenda si celi dietro questa cosa ma, ancora ora, tutte le volte che passo da lì, questa sorta di “motto” mi fa sorridere. In questo pezzo, quindi, come negli altri, si ritrova qualcosa di rappresentativo di questa terra. 

Per concludere questo lunghissimo, non me ne vogliate, articolo, un ultimo piccolo aneddoto. All’inizio di luglio di quest’anno, nella calura di un mezzogiorno barese, io e una mia amica, passeggiando e chiacchierando, sentiamo note musicali venirci letteralmente incontro. Non potete immaginare quale enorme sorpresa abbia avuto vedendo che la band che suonava camminandoci incontro era proprio l’Orchestrino con a capo proprio Bobo Rondelli che cantava nel suo megafono. Il gruppo, itinerante per le vie centrali di Bari, è riuscito a formare dietro di sé una vera e propria processione di gente incuriosita e divertita. Per me è stato un po’ come essere a Livorno pur essendo a Bari, in un mix perfetto delle mie due “città di adozione”! Chiudo inserendo qui una foto, per quanto di bassa qualità, strappata a Bobo e all’Orchestrino in un momento di sosta in Piazza Cesare Battisti. Quella sera il gruppo avrebbe suonato sempre a Bari, prima di ripartire per un tour che li ha portati, per tutta l’estate, in moltissime città italiane. E chissà che non capitino, prima o poi, anche dalle vostre parti!

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Enjoy and breathe the colors..

La poesia musicale inglese di Johnny Flynn

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bandiera inglese

Hello everyone! Questa settimana, per vari motivi, tra i quali soprattutto la mancanza di tempo, non potrò scrivere molto. Più spazio, quindi, alla musica, e meno alle parole, per la gioia di molti ma, specialmente, per la mia: sogno da una vita il dono della sintesi e, forse, con un po’ di sforzo, prima o poi lo otterrò. Poche parole, spero efficaci, per rendervi partecipi di una recentissima scoperta che, almeno secondo me, merita una cabina sulla nostra nave

“Sono giornate furibonde” – canterebbe De André – queste, in un periodo di transizione, personale e generale. Un po’ di musica in sottofondo di solito, c’è sempre e comunque, qualsiasi cosa io faccia o si faccia: c’è quella, poca, che si ascolta nei luoghi vari ed eventuali, e quella, tantissima, che si sceglie di ascoltare. A questa seconda categoria appartengono, almeno per me, quegli artisti e quelle canzoni che vengono fuori quasi dal nulla, o meglio, dal caos di quei rimandi internettiani che portano da un sito o da un link all’altro facendo perdere, così, di vista il punto di partenza. Circoscriviamo la situazione e descriviamone una ormai all’ordine del giorno, si potrebbe dire, dell’ora, per tutti: apriamo youtube per cercare un video, se riusciamo a vederlo fino alla fine è già una specie miracolo, visto che l’occhio destro è già automaticamente partito verso la colonnina di destra che ci offre di tutto di più. Finito, ci si augura, il video iniziale, ne scegliamo un altro, quello che ci colpisce di più, dalla famigerata colonnina e da lì si avvia una catena che rischia seriamente di essere infinita e che se, alla fine, si interrompe, arriva a farlo solo dopo moooolto tempo! Ecco, immagino abbiate presente la situazione. E’ proprio durante una di queste “storie di ordinaria follia” targate youtube che, un giorno, salta fuori un video. Non c’è immagine del cantante/gruppo. Il nome però è piuttosto affascinante: Johnny Flynn and the Sussex Wit. Il titolo del pezzo, se vogliamo, lo è ancora di più: The Wrote and The Writ. Lo so, non si giudica un libro dalla copertina, né una canzone dal titolo, lo so.. questa volta, comunque, nome e titolo non hanno deluso. Un’ottima, affascinante e poetica canzone…

Questo brano mi è piaciuto subito: la chitarra acustica, la voce ferma e profonda, e le atmosfere da English countryside. Ho continuato ad ascoltare l’artista in questione usufruendo sempre di lei, della colonnina di youtube, e poi sono andata a leggere qualcosa qua e là. Johnny Flynn, cantautore, musicista – pare suoni svariati strumenti -, poeta e, addirittura, attore shakespeariano molto apprezzato in patria. Ha all’attivo 3 album: A Larum (2008), da cui è tratto il brano appena ascoltato; Been listening (2010) e Country mile (2013), con il gruppo dei Sussex Wit. L’artista si colloca a metà strada, per formazione e interessi, tra il delta blues e il bluegrass americani, e la tradizione bardica in tipico stile anglosassone. Personalmente, lo preferisco in quei pezzi che rievocano atmosfere folk antiche, impreziosite da testi dal forte valore poetico. In questo senso, The water, contenuto nel secondo album e cantato insieme a Laura Marling, attualmente una delle più stimate cantanti folk britanniche, costituisce l’esempio perfetto. 

Il talento di Johnny Flynn non si esprime unicamente attraverso la sua voce e la chitarra acustica. A un ascolto veloce, mi è sembrato di percepire una progressione intensa che, dal 1° all’ultimo album, ha portato a un’arricchimento notevole degli arrangiamenti e a costruzioni più complete dei pezzi. Ho scelto, a questo proposito, un brano estratto dall’ultimo album a cui, peraltro, dà il nome: Country mile. In chiusura di articolo, ascoltiamo qui una chitarra elettrica che, per quanto piuttosto scarna, si inserisce comodamente nell’impianto di un pezzo particolare, supportato da un bel video black’n’white e da un testo – sì, ancora un altro – molto espressivo.

Enjoy and breathe the colors…

L’Eurasia e gli esperimenti etnomusicali dei Deti Picasso

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bandiera russarmena

Alcuni di voi non ci faranno caso, altri staranno cercando di indovinare, con qualche difficoltà, a che razza di nazione può appartenere una bandiera del genere, all’apparenza una sorta di immagine vista, attraverso uno specchio, da occhi traballanti. Non vi disturbate oltre. La bandiera qui sopra non esiste; non appartiene ad alcuno stato. Eppure esiste ed è la fusione di due bandiere, simboli di due nazioni. Questa settimana noi ci adagiamo esattamente su quella bianca, labile linea a zig zag che separa o collega – decidete voi! – la Russia e l’Armenia

Ogni articolo del blog deve essere associato a una categoria. Per comodità nelle ricerche, decisi, a suo tempo, di creare categorie che corrispondessero ai cosiddetti continenti geografici. Il tema di questa settimana non fa che suggerire quanto, talvolta, i confini e le divisioni siano invenzioni i cui valori e validità lasciano il tempo che trovano. Questo articolo sarà compreso contemporaneamente nella sezione Europa e nella sezione Asia. Rendergli giustizia significherebbe, però, creare una categoria intermedia, perfetta per il tentativo di definizione di quella terra di mezzo – non quella di tolkeniana memoria! – che risponde al nome di Eurasia

Non lo nego. Molto in questo articolo ha a che fare con quelle che sono state mie esperienze di studio e di vita. Non lo nascondo. Sento tutto molto vicino, caro alla memoria. L’Eurasia, la Russia, l’Armenia e i Deti Picasso – con un sussurro vi introduco alla band ospite sulla barca di Colors on the loose questa settimana – sono parole chiave di un percorso intenso che, preso avvio un po’ di anni fa ormai, mi ha portato dai banchi dell’università alla Russia reale dei miei soggiorni a Mosca e a Pietroburgo, e all’Armenia metaforica del mio più recente viaggio intellettuale, oggetto della mia tesi di laurea. Non voglio e non parlerò di me nello specifico. La musica è la cosa più importante, con tutto il bagaglio di significati culturali che si porta dietro. Tutto è perfettamente collegato qui: da un lato, i Deti Picasso sono un gruppo di armeni trapiantati in Russia la cui musica è esempio magistrale di “in-between” eurasiatico, dall’altro io ho sempre amato il concetto di Eurasia, tuttora sfuggente a definizioni nette, ho camminato per le strade della Russia europea e visto l’Armenia attraverso gli occhi del poeta Mandel’štam ma, soprattutto, ho conosciuto i Deti Picasso all’università e ho, oltretutto, vissuto la rarità di una loro esibizione dal vivo. L’avevo detto, è tutto collegato; intricato, sì, abbastanza, ma tutto torna! 😉

Durante i primi anni di università le classi di russo erano solite partecipare a  un incontro in cui si mettevano in standby per un giorno la “depressione da verbi di moto” e gli elevati ma malinconici pensieri generati dalla letteratura e, semplicemente, si faceva la conoscenza di gruppi e cantanti russi, ascoltandone alcune canzoni in un’atmosfera rilassata e da festicciola post-esami. Fu così che comparvero per la prima volta al mio orecchio i Deti Picasso, gruppo attivo dalla metà degli anni ’90. La canzone di quella giornata universitaria di euforia musicale era Kak Budda (Come Buddha), qui in uno dei pochi videoclip ufficiali della band. 

Devo dirlo, tranne la parte di violino, il pezzo non è esattamente uno dei miei preferiti. Partecipa di questo articolo come simbolo di memoria personale e, in quanto uno dei primi singoli di maggior successo, come introduzione alla musica del gruppo. Esso è infatti contenuto nel primo vero album della band, Mesjac ulybok (Il mese dei sorrisi, 2002), caratterizzato principalmente da sonorità miste tra rock e pop, ancora acerbe in quello spirito folk che diventerà preponderante negli album successivi. Come già detto, i Deti Picasso sono una formazione composta da musicisti armeni, i cui leader sono la cantante Gayane Arutyunyan e il chitarrista Karen Arutyunyan, sorella e fratello. Iniziano la loro carriera a Mosca e la proseguono a Budapest, città in cui, da qualche tempo, sono stabiliti. Fin dall’esordio considerati una delle band più interessanti nel panorama musicale russo ed eurasiatico, tanto particolari da divenire spalla di gruppi come Depeche Mode e Massive Attack nei concerti in Russia di questi ultimi, i Deti Picasso si distinguono per la capacità e il merito di aver mescolato a uno stile musicale rock sporco, aggressivo, quasi grunge nei suoi accenni droning, alle sonorità del più antico e tradizionale folk armeno, il tutto enfatizzato dalla voce eurasiatica dell’Arutyunyan, tagliente e a tratti violenta ma, nel contempo, solida e ardente come le montagne del piccolo paese del Caucaso. Qui di seguito, Merik, uno dei pezzi più rappresentativi di questo stile, nonché uno dei miei preferiti, cantato non più in russo come il brano precedente, bensì in lingua armena (di cui, ahimè, non posso fornirvi traduzioni). 

Merik è tratto dal secondo album dal titolo inequivocabile, Etničeskie eksperimenty (Esperimenti etnici, 2004). La base di chitarre “dirrty” sul motivo orientale, apprezzabilissimo negli ultimi due minuti, fa del brano una manifestazione perfetta dell’originalità dei Deti Picasso. L’album in questione è tutto molto suggestivo. Da sempre amante della musica folk tipica delle varie nazioni e, contemporaneamente, per quanto possa sembrare stridente, con una lunga parentesi di ascolto di musica grunge alle spalle (che ancora reca i suoi segni), non potevo non farmi coinvolgere dal sound di questo disco, sicuramente uno dei miei preferiti. 

Dopo Etničeskie eksperimenty, i Deti Picasso hanno alternato album con canzoni in russo e in armeno, costruendo impianti musicali e canori sempre più inclini a una psichedelia dal sapore etnico e dal sound magnetico. Altri 3 album dal 2004 al 2010, di cui l’ultimo, costituito in realtà da due album gemelli, Gerda e Kaj, sfiora l’aspetto e la costruzione di un concept. Un esempio di tutto ciò in Mal’čik, pezzo tratto proprio da Gerda, qui in versione live. Sonorità elettriche, violini tipici del gruppo, testo russo e psichedelia a metà tra Occidente e Oriente.

Prima ho accennato a un concerto dei Deti Picasso a cui ho avuto la fortuna di prendere parte. Non stavo scherzando; è accaduto davvero. No, non li ho visti in Russia – cosa che sarebbe suonata alquanto scontata – li ho visti in.. Italia…

Livorno, estate 2008, Italia Wave Love Festival (supplente del più famoso Arezzo Wave). Il piano era di adagiarsi sul prato dello stadio Armando Picchi e ascoltare la performance dei Verve, incuranti delle altre band in scaletta che avrebbero cantato poi, quanto? al massimo due canzoni? Il simpatico cantante Richard Ashcroft si fa venire il giorno prima una sorta di laringite. I Verve annullano il concerto. Ormai lì, anche se delusi, si va comunque allo stadio. Quanto grandi siano state per me la sorpresa e il piacere di scoprire tra le “band altre” i Deti Picasso non riesco ancora a quantificare. Merik è stata una delle canzoni cantate e suonate quella sera. Da quel giorno apprezzo ancora di più il gruppo e l’incredibile presenza scenica di Gaya Arutyunyan e… sì, certo, quanto si tratta di festival musicali, leggo fino in fondo tutte le scalette degli artisti.

Non ho video di quella serata – non era ancora l’epoca degli smartphone facili – solo qualche scatto di una malandata macchina fotografica. Ho pensato di chiudere questo articolo di musica e memorie facendo l’eccezione di condividere una foto personale sperando vi guidi verso un ulteriore approfondimento di questo gruppo.

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Deti Picasso, Livorno, Italia Wave Love Festival, 2008.

Enjoy and breathe the colors…