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“Un racconto d’inverno”… Merry Christmas and a joyful new year!

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20 dicembre 2015 – Un racconto invernale
Preludio del ritorno

A nascondere l’emozione non ci provo neanche! Un anno di separazione dalla nave colorata di Colors on the loose ha (avuto) un certo peso. Ritornare, seppur lentamente, come pregustando uno slancio finale, mi regala un senso di liberazione, la carezza di un ritrovamento miracoloso. L’ispirazione non è mai mancata veramente. Il tempo, sì. Quello giusto, quello che scorre senza troppi affanni e che lascia quel margine di tranquillità che permette di sedersi e abbandonarsi al flusso della scrittura. E’ un lusso che, per svariati motivi, non ho avuto, tra lo scorso dicembre e il presente. Meditavo il ritorno da un po’, da quando ho iniziato a realizzare il senso di mancanza, a sentire farsi più vivo il dispiacere latente di sapere questa vecchia nave, carica di melodie e storie, ancorata da sempre più tempo. Il 2016 sarà l’anno del ritorno al viaggio. Solenne promessa alle vele… e non solo! 🙂 Prima di passare oltre, ci tengo a ringraziare alcuni affezionati lettori – sono più che certa sapranno riconoscersi – per aver contribuito ad alimentare significativamente il desiderio del ritorno. Se il vento torna, pian piano, a essere favorevole è soprattutto per merito vostro. 🙂

 

Oltre all’emozione anche lo stupore: questo è già il terzo articolo, su questa nave, dedicato alle feste natalizie e di fine anno. Nel 2016 ormai alle porte questa creatura, nata da una passione grande ma nel contempo semplice e genuina, compirà 3 anni. Questo pensiero non fa che rafforzare la voglia di continuare a darle la linfa giusta. Colors on the loose è stato un piccolo sogno divenuto realtà. Merita di continuare a brillare, come una stella intermittente la cui vita è ancora vicina all’infinito.
Il tempo non risparmia comunque nessuno ed ecco che è Natale ancora una volta. Come sempre, c’è chi la prende con gioia e con animo festante e chi non riesce a fare a meno di cedere all’angoscia per il tempo che passa e per la fretta con cui ciò avviene.
Per me questo sarà un Natale diverso: il primo lontano dalla casa di origine e da quegli affetti dai quali non si può prescindere. Il primo Natale in una terra lontana, straniera ma non per questo ostile. Non ci sarà il consueto paesaggio del mare increspato dalla brezza invernale. Non sentirò quei sapori e quegli odori che, fin da quando ero bambina, caratterizzano il periodo. Mancheranno la spensieratezza e l’ansia di un tempo. Saranno appunto un Natale e un inizio d’anno diversi ma avranno la loro bellezza, le loro peculiarità. Mi regaleranno nuovi ricordi e nuove ricchezze. Scrivo di questa situazione perché sono sicura non sia soltanto la mia ma quella di tante altre persone che, per un motivo o per un altro, per casi più o meno fortunati, si trovano lontano dalla propria casa.

 

Quest’anno il logo di Colors on the loose dedicato alle festività natalizie è chiaramente ispirato alla pace. Per situazioni personali che ho vissuto o che ho visto con i miei occhi e per quello che, senza distinzioni di sorta, è arrivato dal mondo in questo anno ora al tramonto, l’augurio di pace mi sembra quello più consono per le prossime festività e per l’anno che sta per giungere. Quando penso alla pace non mi viene in mente, in un modo che sarebbe anche semplicistico, soltanto la fine delle guerre a ogni latitudine. Penso a una serenità d’animo che non riusciamo più a provare e di cui parte del mondo è, da troppo tempo, costantemente privata. Il senso di pace di chi canta gioiosamente davanti a un camino acceso, di quei bambini che possono giocare spensierati come dovrebbe essere tipico alla loro età, di ogni persona che non è costretta da altri a sentirsi costantemente diversa, di chi riesce  a far tesoro di valori diversi traendone condivisioni e non divisioni, di chi non deve essere alla continua ricerca di modi per sopravvivere. E’ questa la serenità che vorrei augurare a tutti, per le prossime feste e per il futuro. E visto che Colors on the loose non è tale senza musica, per accompagnare questi auguri ho scelto due canzoni di uno dei miei gruppi preferiti di sempre: i Queen. Rileggendo il post-fiume del dicembre dello scorso anno, dedicato alle memorie musicali relative a questo periodo dell’anno, mi sono chiesta come abbia potuto dimenticarmi di loro. Sinceramente, credo che siano ben poche le fasi della mia vita non collegate, in qualche maniera, allo storico gruppo inglese e all’ineguagliabile voce di Freddie Mercury.
Proprio in questi giorni sono tornati alla mia memoria dei pezzi che ho sempre amato. Avevo già qualche idea in merito alle sfumature da dare a questo ritorno al blog e ho subito pensato a loro come alla veste musicale più adatta.

 

Siamo nel 1984 quando quando i Queen pubblicano per la prima volta, come B-side di un paio di singoli apparsi sull’album The works, Thank God It’s Christmas, loro contributo speciale al tema delle festività invernali. Il pezzo si muove su una ritmica che risente delle atmosfere musicali degli anni ’80. E’ gioios0, in qualche modo liberatorio e fa trasparire la speranza e l’augurio di un Natale di serenità, di pace, di affrancamento da tutto ciò che non vorremmo più né sentire né vedere né provare. Ulteriore auspicio è che possa essere Natale un po’ tutti i giorni.

 

 

 

“Oh my love we’ve had our share of tears
Oh my friend we’ve had our hopes and fears
Oh my friends it’s been a long hard year
But now it’s Christmas […]
Thank God it’s Christmas yeah
Thank God it’s Christmas
Can it be Christmas?
Let it be Christmas
Ev’ry day”
“Oh, amore mio, abbiamo condiviso molte lacrime
Oh, amico mio, abbiamo avuto le nostre speranze e le nostre paure
Oh, amici miei, è stato un anno lungo e duro
ma adesso è Natale […]
Grazie a Dio è Natale, sì
Grazie a Dio è Natale
Può essere Natale?
Facciamo che sia Natale
ogni giorno”

 

 

A distanza di poco più di 10 anni, nel 1995, questo pezzo viene rilasciato nuovamente. Questa volta compare come B-side di A winter’s tale, singolo estratto dall’album postumo – Freddie Mercury muore nel novembre del 1991 – pubblicato sempre nel 1995, Made in heaven, ultimo vero album della band. Il disco è così bello che sembra davvero sia stato concepito in paradiso. Una perla malinconica che, senza dubbi e senza ombre, riflette il destino di Freddie Mercury. Allo stesso tempo, una boccata di aria pura, di speranza; la descrizione musicale di quel momento catartico in cui le lacrime cedono il posto alla sensazione di essere prossimi ad abbracciare l’eternità. Un disco intimo, di una sensibilità tagliente che non può che attraversare tutti noi come un fascio di luce quasi accecante. E’ il saluto di Freddie dall’altra parte dell’esistenza: la sua voce è già consegnata all’eterno.

 

A winter’s tale è la penultima canzone dell’album ed è la sintesi perfetta dell’atmosfera del disco. Non riesco a quantificare la bellezza di questo brano. La voce di Freddie viaggia in libertà sulle note che danno vita a questa melodia invernale; si stende su un crescendo che la porta, fino alla fine, a squarciare l’ultimo velo di tristezza posto a celare la serenità finale. La canzone è un sospiro di sollievo e le parole dipingono uno scenario d’inverno che non può che regalarci tepore e gioia. E l’augurio vero, quello migliore è tutto nell’ultimo verso, nella declinazione fornita dalla voce di Mercury.

 

 

 

“[…] So quiet and peaceful
Tranquil and blissful
There’s a kind of magic in the air
What a truly magnificent view
A breathtaking scene
With the dreams of the world
In the palm of your hand… […]
A cosy fireside chat
A little this, a little that
Sound of merry laughter skippin’ by
Gentle rain beatin’ on my face
What an extraordinary place!
And the dream of the child
Is the hope of the man… [….]
My world is spinnin’ and spinnin’ and spinnin’
It’s unbelievable
Sends me reeling
Am I dreaming…
Am I dreaming…?
Oooh – it’s bliss.”

Leggi il resto di questa voce

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Memorie di Natale… e tanti auguri!!!

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21 dicembre 2014. E’ quasi Natale, decisamente! Siamo più nel nuovo anno che in questo che stiamo lasciando, ormai! Per la seconda volta mi appresto, con piacere rinnovato, a fare a tutti voi, lettrici e lettori affezionati e occasionali, i miei più grandi auguri. Vorrei, per me e per tutti voi, per Natale e per il prossimo anno, un pacco pieno di buone notizie. Non per forza di quelle che cambiano la vita. Basterebbe una dose consistente di quelle che riscaldano le giornate con i colori della speranza e che generano primavere dell’anima. Speriamo bene! Questo è il mio primo, sincero augurio per ognuna e ognuno di voi. 🙂
Qui, però, siamo a bordo di Colors on the loose e sappiamo bene che il modo migliore per apprezzare e celebrare le festività e per gioire della condivisione di pensieri, idee e auguri è per mezzo della musica. Quest’anno ho deciso di dedicare qualche riga in più al “post natalizio”. Come vedrete, la sequenza dei brani – molti! – sembrerà essere priva di nesso logico, così come la scelta delle nazioni. Ebbene, questo articolo è nato sulla base di due idee molto semplici, chiaramente personali. Idea n. 1: si dice che a Natale “siamo tutti più buoni”. Io ho deciso di essere più libera e di scrivere e condividere musica con voi, travolta dal flusso dei ricordi, anche musicali, che questo periodo dell’anno fa riaffiorare sempre con grande forza. Da qui una playlist assolutamente personale e, apparentemente, senza logica. Idea n.2: Natale e Capodanno sono feste celebrate quasi in ogni angolo del mondo. Siano esse momenti della più sentita tradizione religiosa o pretesti dei non credenti per condividere e sentirsi più uniti, le feste di fine anno conservano sempre grande fascino. Sono culla di bilanci e di speranze, di malinconie e di gioie. Sono momenti irripetibili, sebbene possano sembrarci “sempre uguali”, nei quali ciò che lasciamo e ciò che ci prepariamo ad accogliere è sempre diverso dall’anno precedente. In qualsiasi modo e con qualsiasi spirito si scelga di festeggiare, la musica non risparmia nessuno. Essa è presente sempre – e menomale! – e costruisce la colonna sonora di ciò che viviamo e la melodia su cui si innestano i nostri pensieri. E’ così tutto l’anno ma in questo periodo ancora di più. Alcune canzoni natalizie, cantate e rivisitate a tutte le latitudini, ne sono la prova. 

Partiamo,dunque! Ho scelto di organizzare i contenuti in un elenco, per chiarire meglio i pensieri e per mettere ancora più in risalto i pezzi. Seguirò un mio personale ordine cronologico, almeno per un po’. A voi poco importa. Importerà, spero, leggere e ascoltare e, sulla base di questo, costruire i vostri ricordi musicali natalizi e di fine anno.

N.1 Tu scendi dalle stelle (Italia)

Nel mio piccolo paesino del sud, si usava e si usa tuttora cantare questa canzone della tradizione la notte di Natale. Quando ero bambina, queste note accompagnavano sempre la nascita del Bambino nel presepe di casa. Ora non la canto più come un tempo ma ascoltarla mi riporta indietro a momenti di dolce ingenuità infantile e di ignara felicità. Qui ho scelto una versione soltanto musicale, per zampogna e ciaramella, strumenti antichi che ho sempre amato. 

N.2 All alone on Christmas (USA)

Come tutti i bambini e le bambine, anche io adoravo guardare e riguardare i film Mamma, ho perso l’aereo e Mamma, ho riperso l’aereo. Mi divertivo con le avventure di quel birbante di Kevin McCallister (Macaulay Culkin) ma soprattutto apprezzavo tantissimo le canzoni, rigorosamente natalizie, che ne facevano da sfondo. Una di queste, tratta dal secondo film, è sempre stata in cima alle mie preferite. Eseguita dalla cantante afroamericana Darlene Love, All alone on Christmas, sebbene non conosciutissima come altre canzoni natalizie made in USA, rimane una delle mie canzoni preferite del periodo, per la sua energia trascinante nonostante il testo velatamente malinconico.

N.3 E così viene Natale (Italia)

Nel 1993 in casa mia, dove la musica non è mai mancata, arrivò la musicassetta di Walzer d’un blues degli Adelmo e i suoi sorapis, supergruppo composto tra gli altri da Maurizio Vandelli, Fio Zanotti, Dodi Battaglia e Zucchero. Avevo solo 8 anni ma ricordo ancora oggi quanto mi piacesse ascoltare quel disco, ancora molto valido e consigliato. Il primo pezzo dell’album, qui proposto, era tra i miei preferiti all’epoca ed è rimasto tuttora un pezzo da me molto amato, anche per il testo simpaticamente irriverente. E ogni anno ritorna con tutto il suo spirito non convenzionale!

N.4 O Tannenbuam (Germania)

Quando eravamo ragazzine, io e mia cugina preparavamo degli spettacolini da offrire ai nostri (poveri!) parenti crollati sui divani nel tragico momento del post-pranzone natalizio. Cantavamo e ballavamo per loro. La nostra passione per le lingue, già fervida all’epoca, ci portò a improvvisare l’esecuzione in lingua originale di alcuni pezzi. Ricordo che ci improvvisammo germanofone con una versione domestica di questo classico della tradizione natalizia tedesca. Decisamente meglio riascoltarlo qui nella versione della soprano Diana Damrau. 😀 A ogni modo, un caro saluto a mia cugina… con un po’ di nostalgia! 

N.5 Please, come home for Christmas (USA)

Crescendo, è diventato sempre più un rito per me allestire albero e presepe in casa, già alla fine di novembre. Un bel po’ di anni fa, decisi di preparare un CD con le canzoni a tematica natalizia nelle versioni da me preferite, che potesse costituire il sottofondo migliore al momento degli addobbi. Nella tracklist non poteva mancare questo pezzo, scritto dal bluesman Charles Brown nel ’60, nella splendida versione degli Eagles

N.6 Douce nuit (versione nel francese della Martinique)

Giunta all’età adulta, ben ferrata sul panorama musicale natalizio, spinta dalle mie passioni di cui Colors on the loose è una dimostrazione, sono andata alla ricerca di versioni “più locali” di questi classici. I risultati mi hanno portato alla conoscenza di rivisitazioni dalle sonorità estremamente interessanti perché impreziosite dalle particolarità musicali delle diverse culture. La prima che voglio condividere con voi è la versione in francese del classico tedesco Stille Nacht, realizzata da Kali, musicista valido e impegnato della Martinique, che ha saputo riprodurre il celebre pezzo nell’atmosfera dello zouk, stile musicale tipico delle Antille francesi

N.7 Los Reyes Magos (versione argentina)

In lingua spagnola, non potevo non inserire un pezzo cantato dalla bravissima e mai dimenticata artista argentina Mercedes Sosa, alla quale tempo fa ho dedicato proprio su questo blog un articolo. Il pezzo conserva, grazie anche alla voce carismatica della Sosa, sonorità quasi monumentali e piene di fascino che ripercorrono la storia dei tre re magi.

N.8 O Holy Night (versione della Tanzania)

Alla metà del XIX secolo il compositore francese Adolphe Adam scriveva quella che per me è tra le composizioni natalizie più dense di significato e più musicalmente commoventi. Mi piace sempre, in tutte le lingue e quasi in ogni versione ma trovo questa versione della Tanzania a opera dell’artista Usiku Mtukufu traboccante di umanità e di pathos, esaltati dai ritmi e dai colori tipicamente africani.

N.9 White Christmas (versione portoghese)

Scoperta in questi ultimi giorni la versione leggera e piacevole in lingua portoghese di un altro classico del periodo. 

N.10 Kakhuri Mravalzhamieri (Georgia)

N.11 Alilo (Georgia)

Volgendo al termine dell’articolo, arrivo anche alle memorie più recenti. Con le due canzoni tradizionali georgiane che compariranno di seguito è possibile lasciarsi trasportare da una spiritualità intensa che rivive nell’architettura vocale straordinaria delle voci di una terra da tempo immemore culla di grande profondità religiosa e carica spirituale. La prima canzone, Kakhuri Mravalzhamieri, eseguita dall’ensemble vocale Basiani, si ripropone tradizionalmente ogni anno in occasione del capodanno e contiene auguri profondi, che mirano all’anima. Il secondo pezzo, Alilo, è invece tipico del Natale, festeggiato in Georgia e in gran parte del mondo ortodosso il 7 gennaio. Cantata soprattutto dai bambini, celebra la venuta al mondo di Gesù. Ringrazio il mio adorato marito per avermi fatto conoscere queste chicche musicali tradizionali e tanto altro!

N.12 Feliz Navidad (nella versione dei Playing for change)

Ora sono davvero giunta alla fine di questo racconto natalizio in musica. Per quello che è lo spirito di Colors on the loose avrei voluto inserire ancora più popoli, lingue e tradizioni. Ho fatto delle scelte, dettate dalle mie memorie, che spero siano piaciute e, come detto al principio, abbiano innescato in tutte e tutti voi una spirale di ricordi simile seppur differenziata in base alle vostre esperienze personali di vita. Ho pensato che il modo migliore per includere tutte le nazioni e tutti i popoli in un unico augurio musicale fosse quello di approfittare dell’ennesimo contributo speciale elaborato dai componenti del progetto Playing for change. Già precedentemente trattato in un altro post di questo blog, il progetto si propone di unire persone e musicisti di tutto il mondo attraverso la musica, la risorsa più importante da opporre a tutte le “cose brutte” che continuano a infestare il nostro pianeta. Qui i componenti del progetto augurano a tutte e tutti noi delle buone feste riproponendo Feliz Navidad, pezzo scritto da Josè Feliciano nel 1970 e rimasto nel cuore di tutti. 

Vi lascio così, su queste note e augurando ancora a ognuna e ognuno di voi un buon Natale e un felicissimo – e speriamo migliore – anno nuovo!!! 🙂 🙂 🙂

Merry Christmas and Happy New Year!

Joyeux Noel et bonne année!

გილოცავთ შობა-ახალ წელს!

Frohe/Fröhliche Weihnachten und gutes Neues!

¡Feliz Navidad!  ¡Feliz Año Nuevo!

………………………………………………………………………… 🙂

Free Palestine

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COLORS ON THE LOOSE è da SEMPRE solidale al popolo PALESTINESE.

PALESTINA LIBERA!! FREE PALESTINE!!

Palestina

Da Human (2013), ultimo album dei Radiodervish, straordinario gruppo di musica world formatosi a Bari e impreziosito alla voce dalla presenza di Nabil Salameh, di origini palestinesi:

“…e mi brucia forte dentro il vento della libertà
e ripeto al cuore: “Tu resta umano, presto cambierà”…”

 

 

Ibrahim Maalouf: la tromba del Libano

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bandiera libano

Qualcuno di voi forse avrà memoria di uno dei primi articoli apparsi su questo blog, nel quale protagoniste indiscusse erano la musica e l’anima di Lhasa de Sela, espressione tra le più veritiere e autentiche della sfaccettata e selvaggia road americana. Pochi giorni fa ero, come al solito, in treno e lo shuffle del mio lettore mi regala The living road della de Sela. Non ascoltavo il pezzo da un po’ e questo tempo intercorso tra un ascolto e l’altro mi ha permesso di ri-apprezzare la sua perfezione e di riprovare la delicata soddisfazione di averlo inserito in quel vecchio articolo. The living road ha, secondo me, una completezza perfetta grazie alla voce “vissuta” dell’artista americana, alle atmosfere al gusto di libertà mistica e, soprattutto, alla tromba che si inserisce leggera per poi regalare nel finale sensazioni di rapimento estatico. Ebbene, quella tromba non è di un musicista qualunque; non è suonata in quel modo da un artista fra i tanti; la magia che si scioglie alla fine del brano è merito del libanese Ibrahim Maalouf, uno dei giovani trombettisti più promettenti a oggi sulla scena musicale mondiale. Alla luce di queste considerazioni, è bastato ben poco a farmi annotare sul primo foglietto spurio estratto dalla mia borsa il suo nome, con lo scopo di tributargli una tappa di Colors on the loose

Chi è Ibrahim Maalouf? Un ragazzo nato a Beirut, capitale del Libano, nel 1980, in una famiglia di grandissimi artisti (il padre, Nassim Maalouf, celebre trombettista conosciuto nel mondo della musica classica e di quella araba tradizionale per le sue audaci sperimentazioni sullo strumento) che ha saputo fin dall’inizio comprendere e far sbocciare il suo immenso talento. 

A 34 anni ancora da compiere, Maaloouf si integra perfettamente nel tessuto sociale e culturale francese (la sua famiglia aveva lasciato il Libano allo scoppio della guerra civile); si laurea in matematica; acquisisce una formazione musicale classica e araba tradizionale vastissima sotto la supervisione del padre; stupisce il mondo suonando a soli 15 anni il 2° concerto di Brandeburgo di Bach, dalla maggior parte dei trombettisti considerato probabilmente il pezzo per tromba classica più difficile da eseguire; inizia un’attività di docenza che lo porta a collaborare e a tenere masterclass in tutto il mondo; perfeziona la sua formazione musicale abbracciando anche il jazz e pubblica cinque notevolissimi album. Ho volutamente evitato di dividere questo mirabolante elenco di attività con punti fermi proprio per evidenziare, con una scrittura/lettura tutta d’un fiato, il numero e il tipo di conquiste di questo giovanissimo artista.

Passando ora finalmente alla musica, il primo album di Maalouf esce nel 2007. Ha un titolo evocativo: Diasporas, e il Jazz Magazine ne parla come di una “grande scoperta di rara eleganza”. Da qui, Hashish, splendido esito in note che mette in luce il legame tra l’artista e la tradizione musicale del suo Paese. Ascoltando questo pezzo, ritornano nella mia mente quelle sensazioni di misticismo provate con la già menzionata The living road

Il secondo pezzo proposto in questo omaggio al trombettista libanese è tratto dal suo terzo album: Diagnostic (2011). Beirut, questo il suo titolo. Composizione musicale di estrema raffinatezza che, condensando in sé stilemi classici, jazz e della tradizione araba, dona all’ascoltatore un abbraccio musicale talvolta malinconico talvolta energico, come nella sorprendente parte finale. Il video consente di apprezzare ancora di più il brano per la contestualizzazione azzeccata: Ibrahim Maalouf suona all’interno e sullo scorrere di immagini che ritraggono la sua città di origine, miscela di bellezza e distruzione, di fascino antico e modernità. 

Solo all’anno scorso risale la pubblicazione di Illusions, ultimo album del trombettista. Con una traccia da esso estrapolata si conclude questo articolo. Nomade slang è una canzone che ben sintetizza il talento compositivo, esecutivo e comunicativo di Ibrahim Maalouf. Energia ed eleganza, crossover di generi anche se con un occhio di riguardo al jazz, qui alquanto esplicito, impreziosito dagli immancabili accenni a sonorità orientali, grande trasporto e coinvolgimento, anche in questa versione live per la TV francese.

Enjoy & breathe the colors…

Chemi Sakartvelo : La mia Georgia – Part 2

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La colonna sonora del nostro viaggio in Georgia che dura ormai da due settimane si è soffermata, nella prima parte, sul folk tradizionale. Ho già spiegato i motivi della suddivisione dell’articolo. Ora però mi viene in mente quanto, seppur inconsciamente, questa scelta sia stata naturale. Da dove inizia davvero l’espressione musicale più tipica di un popolo? Dove risiede la sua anima in note più autentica e meno contaminata? Dove, se non proprio nel folk?! Si tratta di un pensiero personale, non certo basato su dati scientifici da manuali di storia della musica. Molto semplicemente mi viene da pensare che la culla musicale di tutti i popoli sia proprio quella in cui sono adagiati da anni, da secoli e anche più, melodie, voci, testi e strumenti popolari. Partendo da questa base è possibile compiere un percorso più o meno breve e ritornare al punto di partenza o si può arrivare a raggiungere mete più complesse e orizzonti più ampi, frutti più o meno splendidi dell’incontro tra spirito identitario e combinazioni altre. Questo piccolo trait d’union tra la prima e la seconda parte del racconto musicale georgiano serve a dare una prima pennellata al quadro di artisti che qui saranno raffigurati. La pittura questa volta avrà i colori del jazz, dell’elettro-ambient, dell’alternative, e alcuni di questi colori avranno anche sfumature di forte impegno socio-culturale o di protesta politica. Dico la verità, questo è il tipo di musica che amo di più e, come succede spesso per le cose belle, ho preferito lasciare proprio qui, alla fine di questo cammino, i miei artisti prediletti.

Questa seconda parte, già definita the other side della musica georgiana, prende il via con quella che, in tutta probabilità, è a oggi la cantante jazz proveniente dalla Georgia più apprezzata non solo in patria ma anche nel resto del mondo: Nino Katamadze. Nata nel 1972 ad Adjara, nella Georgia orientale, la sua carriera decolla nel 1990, anno in cui entra a far parte del Batumi Music Institute e da cui inizia a prendere parte a numerosi e sempre più importanti progetti. Dai primi anni 2000 Nino Katamadze riscuote notevole successo e numerosi apprezzamenti e riconoscimenti negli Stati Uniti e in tutto il mondo. La musica della Katamadze è un jazz colorato da sfumature di musica autoctona. Si tratta di una musica complessa, profondamente intellettuale, i cui testi – stando alle fonti – sono spesso introspettivi e filosofici. Mi viene perciò da credere che il jazz georgiano si esprima al meglio proprio attraverso la voce di Nino Katamadze: impeccabile, precisa ma nel contempo decisa e appassionata. Questa è apprezzabile, insieme all’energia e alla simpatia della cantante, nel video di Olei, brano tratto dall’album White (2006), caldamente acclamato dall’ambiente jazz mondiale. 

Dal jazz di Nino Katamadze all’etno-jazz-fusion più spiccato di uno dei miei gruppi georgiani preferiti: The Shin. Considerati tra i migliori musicisti e compositori di tutto il Paese, Zaza Miminoshvili e Zurab Gagnidze formano il gruppo nel 1998 in Germania. A loro, nel 2002, si aggiunge Mamuka Gaganidze. Siamo qui di fronte a un gruppo fortemente incline alla sperimentazione. L’ambiente musicale in cui operano questi artisti è un caleidoscopio in cui convergono un frizzante stile vocale tradizionale, polifonie complesse, virtuosismi, jazz, funk e, a volte, anche flamenco. Le produzioni dei The Shin sono comunque tutt’altro che elitarie o sterilmente fini a se stesse per i troppi tecnicismi. The Shin, cantanti e strumentisti davvero capacissimi, riescono ad avvicinare scenari musicali indubbiamente non semplici all’anima di un numero di ascoltatori che va ben oltre quello che di solito compone un’elite. La band, il cui nome nella loro lingua madre significa “andare a casa”, collabora stabilmente con il Teatro Statale di Tbilisi, per il quale ha composto molte opere originali. Numerosissime le partecipazioni a festival internazionali e innumerevoli le critiche positive ricevute per la loro innegabile originalità e magnetismo di esecuzione. Tutto ciò basterebbe a giustificare la mia predilezione per il gruppo. A questo però deve aggiungersi l’impegno dei tre musicisti in progetti, spesso anche multidimensionali, volti a sottolineare l’importanza non solo culturale ma anche sociale e politica delle collaborazioni tra artisti di diversa nazionalità con lo scopo di promuovere ideali di avvicinamento, comprensione reciproca, condivisione e superamento delle barriere. Inutile dire quanto questa informazione abbia reso definitiva la mia ammirazione nei loro confronti. Tra questi portentosi progetti anche Egari, ideato su dimensione audiovisiva, volto a creare un mix originalissimo di elementi arcaici e moderni, di strumenti caucasici e non, e di armonie georgiane e stilemi jazz. Acharuli, qui in versione live, è esempio magistrale di questo incontro dialogico tra Est e Ovest in quello che è il puro spirito eurasiatico. Il pezzo è a mio parere magnifico, sensazionale in tutte le sue parti, compreso il finale “bidimensionale” a sorpresa. Potrebbe essere solo una mia impressione ma ancora una volta, come prima con la Katamadze, mi colpisce la simpatia, la cordialità e l’atmosfera, per l’appunto, “di casa” irradiate dalla band, qui arricchita da molti collaboratori.  

Il terzo video del post mostra, purtroppo con un fermo immagine, Shota, pezzo molto interessante della band 33a, capeggiata dal carismatico frontman Niaz Diasamidze. Questo gruppo musicale, il cui nome riprende il civico dell’abitazione di Diasamidze a Tbilisi, colpisce per il crossover degno di nota delle sue produzioni. In esse si gustano elementi pop e reggae, miscele di folk impegnato georgiano e francese, parti vocali hip hop e riferimenti alla fusion. Niaz Diasamidze, leader indiscusso del quartetto, quarantenne, premiato nel 2005 al Montpellier International Film Festival per aver scritto la migliore musica per film (la pellicola era Tbilisi – Tbilisi), fonda ormai vent’anni fa i 33a e ne diviene cantante e polistrumentista. Notevole l’inserimento in molti pezzi del panduri, un antico cordofono tradizionale georgiano a 3 corde, suonato nella band da lui stesso. Ho scelto il brano Shota perché penso sia molto bello, costruito su un impianto musicale gentile e talvolta quasi rarefatto che non manca però di una parte intermedia ben più incisiva. Il pezzo fa ascoltare il suono di strumenti tradizionali ma rivela ombreggiature ascrivibili a un certo sound simile di provenienza europeo –  occidentale. 

Prima di passare all’ultimo artista, per tanti motivi il mio preferito, ci tengo a fare un cenno a un duo appena nato. The Bearfox è il nome scelto da Irakli Man e Merab Nutsubidze per il loro progetto musicale sperimentale inquadrabile, se proprio ciò è necessario, nel macrogenere indie-elettro-ambient. Sentimenti semplici e positivi, umiltà artistica e suoni della natura sono gli ingredienti con cui questa coppia di artisti di base a Tbilisi sta imboccando il sentiero avventuroso della musica. All’attivo hanno ancora soltanto due pezzi. Condivido qui il primo, Holding you, perché secondo me un certo potenziale c’è. 

Questa lunga avventura musicale attraverso la Georgia volge ormai al termine. Per quanto mi riguarda, non c’è modo migliore di concluderla se non attraverso il riferimento a quello che può essere definito un Artista a tutto tondo. Ho ascoltato molta musica georgiana ultimamente e sono giunta alla conclusione che il panorama, per così dire, alternativo di essa sia sintetizzabile nel nome di Irakli Charkviani. Scorrendo la sua biografia, ancor prima di avviare un approccio alla sua musica, Charkviani appare come una sorta di essere mitologico. Nasce a Tbilisi nel 1961 da una famiglia agiata intrisa di grande cultura: il padre era un giornalista affermato e ambasciatore georgiano nel Regno Unito; il bisnonno era stato un grandissimo artista. Si laurea in letterature occidentali e americane e diventa così poeta, scrittore e poi anche musicista e compositore. Nel 2006, la morte, ufficialmente per problemi cardiaci ma nella realtà ancora poco chiara, tra sospetti di overdose e suicidio. Tutto ciò basterebbe ad avvolgere la sua persona in un velo di conturbante mistero. Prima ancora di avvicinarsi alla sua arte, musicale o letteraria che sia, il suo personaggio, conosciuto con il soprannome di Mepe (il re), incuriosisce tremendamente. Il suo esordio musicale è databile intorno al 1976, anno in cui prende parte al progetto indie-rock Arishi. Dagli anni ’80 musica e letteratura camminano mano nella mano nella sua carriera: da un lato il suo repertorio in note si arricchisce di composizioni sempre più complesse impregnate di accattivante psichedelia e dall’altro la stampa letteraria georgiana pubblica una serie di sue liriche dal gusto audacemente e pericolosamente sovversivo e ribelle. Negli anni ’90 diventa ormai l’artista georgiano “underground” più importante e particolare, grazie anche alla creazione di progetti che lo portano a esibirsi in Russia e nel resto dell’Europa orientale. Nell’arco di tempo che va dal 1993 al 2004, poco prima della morte, pubblica i suoi interessantissimi quattro album da solista. L’ultima notizia su di lui risale al maggio 2013 quando, a 7 anni dalla scomparsa, viene insignito post mortem del prestigioso premio Rustaveli per aver significativamente contribuito allo sviluppo della cultura georgiana contemporanea. Ascoltare la musica di Irakli Charkviani non è affar semplice: la sua poetica eccentrica si amalgama a composizioni vertiginosamente eclettiche che miscelano alternative rock, blues, musica elettronica, jazz e hip hop. Detto questo, non stupisce come ogni brano sia diverso dal precedente. Districandomi nel suo repertorio, ammetto di essere stata preda di un “effetto sorpresa” continuo.  Non riesco a esprimere fino in fondo quello che la musica di questo artista rappresenti per me: percepisco con essa un legame profondo. In generale ci sono sonorità che sento particolarmente mie. Le sue canzoni hanno quasi sempre delle venature malinconiche velatamente grunge, oserei dire, che entrano ogni volta elegantemente nella mia anima e la abbracciano senza più lasciarla andare. Le due canzoni che seguiranno ora sono state scelte tra le tante che hanno avuto su di me un impatto emotivo molto forte.  La scelta, devo ammetterlo, è stata fortemente influenzata da vicende personali speciali ma, a mio parere, questi pezzi traducono in realtà l’anima del Mepe. La prima canzone, Suls mogcem (Ti darò la mia anima), è una canzone d’amore. E’ un pezzo semplice: chitarra scarna e voce splendidamente e sentitamente imprecisa. Un’interpretazione intensa per una canzone d’amore a tratti mesta ma mai melensa. 

Summa perfetta di canzone “crossover” alla Charkviani, impreziosita dalla voce della moglie e da toni psichedelici che rimandano all’India anche nel testo, Istorias, pezzo contenuto nell’album Amo (2001). Qui il video mostra una notevole versione live che consente di apprezzare al meglio tutto il carisma dell’artista. Io non aggiungerei altro, considerando anche il mio coinvolgimento emotivo totale. Lascio a voi le ultime considerazioni e il compito di tirare le (vostre) somme di questa tappa piacevolmente prolungata di Colors on the loose in Georgia. Per quanto riguarda me, riparto soddisfatta e con un corposo bagaglio di emozioni. Sulle note di Istorias, arrivederci a presto, chemi sakartvelo, e… sì, arrivederci a tutti!

Enjoy & breathe the colors…

P.s. Ringrazio ancora di cuore i miei amici e amiche georgiane ma soprattutto la persona speciale che mi ha “iniziato” agli artisti presenti in questa parte di articolo e che mi ha permesso e permette di vivere la Georgia pur rimanendo sempre in Italia

Chemi Sakartvelo : La mia Georgia – part 1

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bandiera georgia

Rieccoci finalmente qui dopo una lunga, non voluta assenza dai mari e dalle rotte musicali. La nave di Colors on the loose è nuovamente pronta a salpare e a spiegare le vele verso nuovi territori, nuove sonorità e nuove storie.

Nell’augurarvi un ottimo periodo festivo, sul finire dell’anno scorso ho fatto un breve riferimento a quello di cui ci saremmo occupati una volta tornati: ho detto che vi avrei reso partecipi e avrei condiviso con voi le scoperte musicali dell’ultimo mese. A dispetto di quanto questo plurale possa far sembrare, queste scoperte si concentrano in un unico e affascinante Paese. Per questo motivo Colors on the loose approda sulle coste orientali del Mar Nero per intraprendere un lungo e dettagliato viaggio nei territori e tra le musiche della Georgia

Prima di passare alla musica, questo “racconto” necessita di un antefatto. Per esplicitare quest’ultimo, tento di rispondere a una domanda: che cos’era e cos’è per me la Georgia? Se vi state chiedendo se, in questo mesetto di assenza, abbia avuto la possibilità di visitarla, la risposta, purtroppo, è no. Non ho ancora avuto occasione di andare in Georgia ma questa, in qualche modo, negli ultimi tempi, è venuta da me. Come specificato anche altrove sul blog, ho sempre avuto un grande interesse, talvolta privo di motivazioni specifiche, per le terre del Caucaso. Ho sempre subito il fascino dei cosiddetti “luoghi di frontiera”. Pensare a un Paese adagiato esattamente sul (presunto) confine tra Europa e Asia mi ha sempre dato quel tipo di brivido che si prova confrontandosi con qualcosa di misterioso. Dai tempi dell’università, la “questione eurasiatica” è sempre stata per me oltremodo coinvolgente e intellettualmente stimolante. Ciò detto, fino a poco tempo fa, un Paese come la Georgia era ancora da me percepito come… lontano: poche conoscenze, poche notizie e una sorta di timore reverenziale nei confronti di una lingua ancora oggi considerata un grattacapo dai linguisti, seppur dotata di uno splendido sistema alfabetico. Per quanto riguarda me, però, alle poche conoscenze non ha corrisposto una poca considerazione. Ho sempre pensato che avrei dovuto trovare un modo per approfondire, per saperne qualcosa in più. Il modo è arrivato da solo, in modo semplice, rivelandosi in tutta la sua bellezza di evento inatteso. Una esperienza entusiasmante, tuttora in corso, come insegnante di lingua italiana a stranieri, mi ha dato l’opportunità di conoscere molte, splendide persone georgiane. Sono nati subito amicizia, stima reciproca e bei sentimenti. Sono grata di tutto ciò e ancora ho poche parole per definire l’entità dell’arricchimento culturale e umano che queste conoscenze hanno comportato e stanno comportando per me. Ora la Georgia non è più un Paese lontano, è al contrario straordinariamente vicino; un paese amico e amichevole, meraviglioso nei suoi scenari e nelle sue contraddizioni, meritevole senza dubbio di essere conosciuto più approfonditamente e apprezzato. Ora sono pronta a condividere con voi almeno la parte esprimibile di questo arricchimento.

Questo articolo costituirà per Colors on the loose una specie di eccezione: per esigenze non di spazi bensì di tempo per la vostra lettura, questo racconto sulla musica georgiana sarà suddiviso in due parti, affinché possiate assorbire nel modo più agevole possibile quanto condiviso. L’antefatto volge al termine ma prima di passare ai veri contenuti del post voglio dedicare queste “pagine virtuali” a tutte le persone georgiane che mi hanno aiutato a conoscere tante cose – grazie a tutt* e un GRAZIE speciale a una persona in particolare – e, ovviamente, a tutti voi, lettori soprattutto italiani del blog: a voi, perché possiate avvicinarvi almeno un po’ allo spirito di questa terra così carica di fascino.

La prima parte di Chemi Sakartvelo – La mia Georgia sarà dedicata principalmente alla musica folk, in un breve excursus dai tempi antichi fino a quelli contemporanei, e agli scenari del pop georgiano dei nostri giorni. Se mi sono dilungata abbastanza nella parte introduttiva dell’articolo, lo stesso non potrò fare nella parte restante. Ammetto la difficoltà nel reperire informazioni dettagliate su molti artisti, specialmente quelli che saranno ospitati in questa prima parte. La quasi totale mancanza di notizie in italiano e spesso anche in inglese e russo ha reso, in certi momenti, davvero arduo mettere insieme i tasselli di questa “narrazione musicale”. Se è vero però che la musica è un linguaggio tanto potente ed efficace da sussistere autonomamente, troppe parole non saranno necessarie. Dunque, iniziamo…

I due video iniziali consentono di tornare indietro nel tempo, in un periodo in cui la Georgia, per il resto del mondo, altro non era che una piccola appendice meridionale dell’Unione Sovietica. Debi Ishkhnelebi (le sorelle Ishkhnelebi) e Hamlet Gonashvili costituiscono esempi magistrali, forse i più rappresentativi, del folk tradizionale più classico. La nascita del quartetto vocale formato dalle quattro sorelle Nina, Zinaida, Alexandra e Tamara Ishkhneli, il cui nome corrisponde al plurale del loro cognome, risale al 1941. Attivissime nel periodo della seconda guerra mondiale fino ai primi anni ’50, le sorelle erano solite eseguire pezzi sia russi che georgiani. Esse ricordano un tempo in cui la presenza sovietica nella nazione era preponderante – gli stessi nomi di battesimo delle cantanti sono di chiara origine russa piuttosto che georgiana. Il video è privo di immagini in movimento e ha un audio qualitativamente scarso. Esso costituisce però un piccolo saggio del folk di quei tempi. La canzone dovrebbe intitolarsi Da is vints’ gak’eba (E colui che per te parlava bene – in parentesi traduzioni approssimative). Il condizionale è d’obbligo. Chiedo scusa ai georgiani e alle georgiane per l’eventuale traslitterazione sbagliata! 😀

Il secondo video, anche questo di grande valenza storica, è un omaggio a Hamlet Gonashvili, vero e proprio “mostro sacro” della musica tradizionale georgiana. Nato nel 1928 e morto nel 1985, considerato “la voce della Georgia”, è stato cantante, insegnante e interprete carismatico del folk della sua terra. Dal 1970 fino alla tragica morte sopraggiunta per una fatale caduta  da un albero di mele, Gonashvili è stato voce solista ammaliante del Rustavi (una delle città più importanti del Paese) Ensemble, gruppo famoso poi in tutto il mondo per un repertorio assolutamente degno di nota nel genere. Il video, di qualità visiva sfortunatamente non eccellente, mostra l’artista eseguire  insieme al resto dell’ensemble Tu ase turpa ikhavi (Se sei stato/a così bello/a), canzone tradizionale. Il pezzo, sulle note di uno strumento popolare, mette in evidenza la raffinatezza ipnotica della voce di Gonashvili e rasenta atmosfere dal forte sapore spirituale.

Un salto temporale che ci accompagna ai nostri giorni ci consente di apprezzare un’evoluzione del folk georgiano attraverso l’esecuzione di Aluda Qetelauris Xsovnas a opera del gruppo Bani. Non ci sono informazioni sul gruppo che non siano in lingua georgiana. Il video mostra, a ogni modo, l’incontro di strumenti tradizionali tipici con una strumentazione più “moderna”. Le voci intense dei cantanti, di cui uno indossa il papakhi, tipico copricapo caucasico, e il crescendo strumentale, impreziosito sul finale da una sempre interessante fisarmonica, rendono il brano piacevole e, nel contempo, seducente, con le sue sonorità a metà tra canti quasi ascetici e ritmiche da danza popolare. 

Lasciando il folk, ma forse solo in parte, occorre fare un po’ di luce sull’attuale scena pop georgiana. Parlando con le mie amiche del posto, sono venuti fuori, quasi a furor di popolo oserei dire, due cantanti in particolare. Il primo risponde al nome di Dato Kenchiashvili. Per lui stesso problema: assenza totale di informazioni in qualsiasi lingua a me comprensibile. Per quanto non esattamente rispondente ai miei gusti musicali, la musica di Kenchiashvili, qui rappresentata dal brano Ar daijero (Non crederai), può essere inquadrata come una sorta di pop tradizionale. Il modo di cantare e la base “folkeggiante” del brano ricordano sonorità antiche, per quanto l’impianto della canzone viri vistosamente verso un certo genere melodico.

Il secondo nome proposto è quello di Anri Jokhadze, vera e propria popstar, nato nel 1980 nella capitale Tbilisi. Sulle scene musicali nazionali mainstream fin dalla più tenera età e acclamato come “voce d’oro della Georgia”, Jokhadze fa conoscere il pop georgiano al resto del mondo partecipando nel 2012 allo Eurovision Song Contest. Dotato di voce potente e quasi altisonante, l’artista esegue nel video qui di seguito una versione personalizzata di Tavisupleba (Libertà), inno nazionale georgiano, adottato solamente dieci anni fa all’indomani della Rivoluzione delle Rose. Il video è interessante anche da un punto di vista visivo, mettendo esso in evidenza il bianco e il rosso, colori della bandiera georgiana, e una certa enfasi patriottica. 

Con l’ultima artista di questa prima parte, ci spostiamo su un altro livello, sia musicale che di notorietà internazionale. Ketevan Melua, da tutti conosciuta come Katie, è probabilmente a oggi una delle artiste di origine georgiana più celebri al mondo. Nata nella città di Kutaisi, nella Georgia occidentale, Katie vive nel Regno Unito dal 1993, anno in cui la famiglia decide di lasciare la patria a causa della guerra civile all’epoca in corso. Dal 2005 è cittadina britannica. Per quanto profondamente legata al suo Paese d’origine – lei stessa afferma che si considererà per sempre georgiana – la sua musica, apprezzabile finora in cinque album pubblicati, ha sonorità profondamente occidentali e anglosassoni. Guidata dall’ispirazione proveniente dai suoi artisti preferiti (L. Cohen, P. Simon, Eva Cassidy, Jeff Buckley e J. Mitchell), Katie Melua si distingue per la sua voce dolce ma incisiva e per le sue composizioni raffinate ed eleganti. Il video qui proposto mostra la cantautrice in una coinvolgente versione live di On the road again, cover dei Canned heat, celebre gruppo rock-blues statunitense, contenuto nel suo secondo album Piece by piece (2005). Katie Melua rappresenta sicuramente l'”internazionalizzazione”, se così si può dire, della musica georgiana. Di quest’ultima rimane effettivamente ben poco nei dischi della cantautrice trentenne. Resta comunque il fatto che è stata pur sempre la Georgia a dare i natali a questo prezioso talento. 

La navigazione di questa settimana è partita dal folk più tradizionale ed è arrivata alle note più internazionali della Melua. Per ora occorre fermarci qui e apprezzare questo “primo capitolo” del viaggio in terra georgiana. Questa prima metà del tutto ha voluto introdurre al Paese e cominciare dagli ascolti più semplici. Il viaggio troverà il suo compimento nella prossima parte quando saranno toccate tappe sicuramente a me più vicine, per formazione e gusto musicale. Nella conclusione sarà affrontato “the other side” della musica georgiana, popolato da artisti alternativi, impegnati e, si potrebbe dire, più di nicchia. A questo punto è d’obbligo terminare con un sonoro STAY TUNED! 😉

Enjoy and breathe the colors…

Yuna: pop raffinato dalla Malesia

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Bandiera Malesia

Colors on the loose ritorna a navigare dopo una settimana di assenza e dalla Turchia, tappa precedente, si spinge sempre più a Oriente fino ad approdare sulle coste della Malesia. Per la verità, sono due settimane che la nave è ferma in terra malese. Avrei voluto scrivere prima ma non ho avuto il tempo per farlo: impegni vari hanno diluito la mia concentrazione e accorciato irrimediabilmente le mie giornate. Nonostante tutto, però, anche nelle giornate più impegnative o più stressanti la musica è sempre stata lì, pronta ad accogliermi nei brevi momenti di pause tanto sospirate o nella quiete di fine giornata. In questo modo, in uno di questi spazi preziosi di tempo, sono venuta a conoscenza di Yuna, una giovane cantautrice malese. Ho pensato così di “virare” verso il Sud-Est asiatico e di dedicare a lei questo articolo, il primo di questo ultimo mese dell’anno. 

Yuna (Yunalis Zara’ai) nasce soltanto 27 anni fa ad Alor Setar, cresce a Kuala Lumpur, capitale malese, e inizia a suonare la chitarra e a comporre musica nei primi anni 2000. Fin dagli esordi, si fa notare nel suo Paese per la sua voce delicata e pura, e per la sua musica, miscela carismatica di pop elegante, folk acustico e soul. Scrive e canta sia in inglese che in malese. Il primo EP pubblicato in patria risale al 2008. Da quella data a oggi, Yuna pubblica 2 EP e 2 album in Malesia e altri 2 EP e 2 album nel resto del mondo, grazie a produttori statunitensi indie-pop che hanno apprezzato il suo talento e che si sono prodigati per diffonderlo. 

Colors on the loose è arrivata a Yuna attraverso il video, scoperto casualmente, di Dan Sebenarnya, canzone contenuta nel primo EP della cantautrice (Yuna Demo, 2008), eseguita dal vivo negli Stati Uniti. Il pezzo, cantato in lingua malese, è di una semplicità disarmante: una canzone leggera ma intensa. Più che la canzone mi ha colpito molto la sua voce: cristallina, limpida, impeccabilmente pulita e sincera. 

Sentendo una voce come questa e uno modo di cantare così elegante ho pensato che avrei dovuto certamente ascoltare ancora qualcosa. Il prosieguo è stato decisamente, almeno per me, degno di nota. La seconda canzone rintracciata si intitola Mermaid e pare sia una canzone “extra”, non contenuta in nessuno degli EP o album pubblicati. Un’altra canzone positivamente leggera, quasi sognante, in cui la voce di Yuna si mantiene tersa e carismatica e in cui si dipinge un’atmosfera incantata e quasi fatata. 

Le ultime due canzoni dell’articolo sono rispettivamente in malese e in inglese, e aiutano a completare, nel nostro piccolo, il ritratto di questa giovane artista asiatica. La prima canzone, Gadis Semasa, contenuta in Decorate (2010), primo album inciso in patria da Yuna, accompagnata da un simpatico video, regala un ascolto piacevole, a proposito del quale la parola d’ordine resta “raffinatezza”. Ascoltando questa canzone, come le altre dell’artista, non ho pensato a molte cose. L’approccio alle sue canzoni non è stato intellettuale, bensì istintivo ed emozionale. Mi sono resa semplicemente conto di apprezzare la sua voce e le sue sonorità e questa semplicità si sposa perfettamente con quella regalata da Yuna al suo pubblico. La sua musica è la dimostrazione che il pop contemporaneo, se ben concepito ed eseguito con eleganza e buon gusto, può ancora dire qualcosa e coinvolgere.

L’ultimo pezzo è, ovviamente, il mio preferito! 😛 Ancora una volta c’è qualcosa nella musica di Yuna che mi interessa e attrae. Questo pezzo è per me particolarmente ipnotico. Mi piace la dolcezza e la delicatezza della voce e dell’assetto musicale, impreziosito da un’altrettanto dolce e delicata elettronica. Concludo con una breve metafora che mi pare possa sintetizzare quello che sento mentre ascolto questa canzone: è come essere al buio in uno spazio aperto, illuminato qua e là da lievi scintille, e, a un certo punto assistere, a un’inaspettata pioggia di stelle. 

Enjoy and breathe the colors…

Musica e politica: l’altra Turchia dei Kardeş Türküler

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Bandiera Turchia

Questa settimana il viaggio di Colors on the loose fa tappa in Turchia, terra di grande fascino e colori, porta d’Oriente o d’Occidente, a seconda della prospettiva da cui la si guarda, anticamente chiamata Asia Minore e oggi ponte prezioso tra l’Europa e il Medio Oriente. Per via della posizione geografica “intermedia” e della composizione etnica oltremodo variegata, la Turchia ha quasi sempre convissuto, nel corso della sua storia, con turbolenze e agitazioni, confronti e scontri, violenze e tentativi, spesso ardui, di ristabilire una base di atmosfera pacifica. Oggi nel Paese convivono o, nei casi più difficili, semplicemente coesistono, almeno dieci etnie: turchi e curdi formano la maggioranza della popolazione nazionale ma la presenza, seppur in numero inferiore, di armeni, greci, arabi, georgiani, lazi, bulgari, rom, albanesi, abkhazi e circassi, non può non essere rilevante. La Turchia è un Paese in prevalenza musulmano ma ospita comunità cattoliche, ortodosse ed ebraiche. Uno stato laico, a volte però pericolosamente a rischio di slittamento verso una gestione politica fortemente influenzata dai precetti religiosi; una democrazia che di democratico ha ancora molto poco, come condannato dalla “primavera turca” (Maggio 2013) delle proteste partite per il Parco Gezi in Piazza Taksim a Istanbul, poi estese alle molteplici problematiche del Paese. La Turchia è un concentrato esplosivo di tutto ciò. 

La questione della formazione etnica composita nel Paese è molto vecchia. Per quanto mi riguarda, qualsiasi opinione positiva possa avere di questo Stato, questa risulta sempre macchiata da un episodio della storia turca che non posso dimenticare e che non dovrebbe mai essere dimenticato né occultato. La vicenda a cui faccio riferimento è il genocidio degli armeni messo in atto dai turchi nel 1915. Il fatto che ciò sia accaduto ormai un secolo fa, in un periodo in cui  la Turchia si chiamava ancora Impero Ottomano e in cui il mondo era impegnato a combattere la 1° guerra mondiale non cambia la natura e l’esito del tragico avvenimento: uno sterminio giustificato dal principio de “la Turchia ai turchi” – già sentito e risentito nella storia e ancora oggi, seppur con attori diversi – che causò almeno un milione di morti tra gli armeni che vivevano in Turchia. La stragrande maggioranza delle nazioni continua a non riconoscere l’eccidio e la Turchia non ha mai apertamente ammesso le proprie responsabilità. Per me conoscere questa triste fetta di storia è importante, non solo perché appassionata delle culture millenarie del Caucaso, come quella armena, ma semplicemente perché tutti i genocidi sono uguali e se ogni anno ne ricordiamo uno, non è giusto ignorare gli altri. (Per chi volesse saperne di più, consiglio La masseria delle allodole, libro della scrittrice italo-armena Antonia Arslan, e il superbo film omonimo, tratto dal testo, realizzato nel 2007 dai fratelli Taviani). 

Detto questo, non sono qui per “demolire” la Turchia, anzi…! La parentesi sul genocidio armeno era funzionale a osservare quanto una buona parte della società e della cultura turche siano oggi lontane da atteggiamenti di odio ed emarginazione, di chiusura e di silenzio, e abbraccino invece ideali di condivisione, giustizia, cooperazione e solidarietà. A me piace pensare che la vera Turchia sia quella dei ragazzi e delle ragazze, degli uomini e delle donne che hanno riempito e colorato piazza Taksim con la loro presenza e volontà di riscatto e di lotta per una società più giusta ed equa, e mi piace immaginare che questa Turchia, l’altra Turchia, si muova con la voce e i ritmi dei Kardeş Türküler

Partiamo in medias res, con il video di Kara üzüm habbesi, pezzo degli inizi degli anni 2000, di importanza notevole e per la band e per la storia culturale turca in generale.

Il brano ha sonorità miste, tendenti a quelle medio-orientali, ma più variegate. Si tratta di una canzone energica, dai significati profondi e dal video coraggioso. Parliamo di coraggio perché questo è stato il PRIMO video musicale/culturale nella storia turca a ospitare contemporaneamente musicisti e, di conseguenza, testi turchi e curdi. Nonostante sia di epoca abbastanza recente – circa dieci anni fa – il video fu, si può dire, censurato e ancora oggi i passaggi concessi sono troppo pochi. Kara üzüm habbesi è la prima, notevole esplicitazione dello spirito e delle idee di questo gruppo: scambio interculturale, convivenza pacifica di etnie differenti basata sul principio dell’arricchimento reciproco, e utilizzo della musica e delle arti in generale come veicolo privilegiato di questi ideali. La scoperta dei Kardeş Türküler mi ha fatto un immenso piacere perché, secondo me, non ci sono propositi più nobili di quelli per i quali il gruppo si batte.

La band si forma nell’ambito del Centro Folkloristico dell’Università del Bosforo (Istanbul) nel 1993, con lo scopo di organizzare una manciata di eventi live in cui far esibire insieme musicisti rappresentanti delle varie etnie presenti in Turchia, e di porre così all’attenzione del pubblico le canzoni folk dei vari territori dell’Anatolia e dei suoi dintorni nelle loro struttura  e lingua originali. Nasce così, alla luce della multiculturalità della loro terra, il supergruppo dei Kardeş Türküler (Canti di fratellanza), formato da musicist* e danzatori/ici di etnia turca, curda, azera, armena, georgiana, rom e cecena/abkhaza. Seppur con grandi difficoltà dovute al non apprezzamento in patria degli sforzi dei Kardeş Türküler, questi, dalla fine degli anni ’90, si sono esibiti in tantissimi eventi culturali, festival e concerti, non solo nei territori di Anatolia, Medio Oriente e Caucaso, ma anche nel resto d’Europa. La maggior parte dei canali nazionali hanno vietato e continuano a impedire la visione dei video prodotti dalla band ma la loro influenza nel cammino verso la pace è innegabile. 

Kardeş Türküler hanno pubblicato dal 1996 al 2013 circa 9 album e i loro dischi hanno ospitato gradualmente sempre più musicist* di etnie diverse, allargando, se così si può dire, il loro raggio di azione e le loro zone di influenza. Il penultimo album nella loro discografia, Çocuk H/aklı (2011), è una summa perfetta di quanto precedentemente svolto dal gruppo, e realizza al meglio la sintesi pacifica di persone, musiche, voci, suoni, parole e colori diversi eppure meravigliosamente miscelati in armonie suggestive e vivaci. Seguono qui due esempi di questo esito musicale e culturale prezioso: il primo video riguarda Daymohk, splendida ballata dedicata alla Cecenia, piccola repubblica russa del Caucaso meridionale, vicina alla Turchia, per certi aspetti non solo geograficamente. 

Nel secondo video il gruppo si sposta da Est a Ovest intrecciando una collaborazione frizzante e vivace con la celebre Kocani Orkestar, brass band composta da rom macedoni. Il risultato dell’incontro musicale è Nazar, canzone vigorosa che mette insieme melodie medio-orientali e ritmiche balcaniche e che denuncia la rimozione di un campo rom a Instanbul. 

Avrei potuto scegliere tanti altri esempi della bellezza musicale e ideale dei Kardeş Türküler. A loro va non solo il merito di aver avviato, ponendosi anche in condizioni di rischio, un processo di consapevolezza, attraverso la musica, della eterogeneità etnica della loro terra e della necessità di far tesoro di essa piuttosto che occultarla, ma anche quello di aver pubblicato dischi splendidamente vari, veri e propri condensati di una parte di mondo che tanto ha da offrire ed esprimere.

Ritornando, prima di chiudere, all’inizio dell’articolo e al cenno alle proteste durante la “primavera turca” avviata nel maggio scorso, i Kardeş Türküler hanno sostenuto, incoraggiato e partecipato attivamente alla sollevazione. Lo splendido video qui in chiusura mostra una rappresentanza del gruppo esibirsi per strada, suonando padelle e strumenti di fortuna, nel loro contributo alla protesta. 

Cercando qua e là sul web, mi sono accorta che in Italia si sa ben poco, se non addirittura nulla, di questo straordinario supergruppo. Spero con questo post a loro dedicato di aver dato un contributo alla loro causa e spero che sempre più gente nel nostro Paese possa conoscerli, apprezzarli e abbracciare il loro pensiero. Questa è la Turchia che piace a me!

Enjoy and breathe the colors…

C’erano una volta due cantautori israeliani: Oren Lavie e Asaf Avidan

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Bandiera israeliana

PREMESSA GENERALE per chiunque – tra cui io stessa – si stia chiedendo cosa ci faccia la bandiera israeliana all’inizio di un mio articolo. Vedere questa bandiera, per di più qui, nel mio blog, mi riempie di inquietudine. Chi mi conosce sa che non ho stima né la minima simpatia per le politiche e l’atteggiamento adottati dallo stato ebraico. Semplicemente, non posso accettare che un consistente numero di persone – non voglio usare la parola popolo – si senta autorizzato a opprimerne altre, a privarle di quasi tutto, a cominciare da acqua e terreni, e a farle vivere nel terrore quotidianamente, solo perché si considera “eletto” da Dio e perché cerca una rivincita rispetto ai terribili fatti accaduti sotto il regime nazi-fascista. Comportarsi quasi allo stesso modo non è rivincita. Ripudio il nazi-fascismo e ripudio le politiche israeliane rispetto alla questione degli arabi in Terra Santa. Ho supportato e sempre supporterò, seppur nel mio piccolo, la causa palestinese. Ci tenevo a esprimere questo pensiero con decisione e chiarezza. A ogni modo, questo articolo parlerà di musica. Mentirei se dicessi che si può parlare di musica dimenticandosi completamente della politica. Questo articolo si basa sul concetto del “non far di tutta l’erba un fascio” perché se c’è un’altra cosa che ripudio, quella è la generalizzazione. Qui c’è semplicemente una piccola dimostrazione del fatto che anche da Israele può venir fuori della buona musica. Musica, in questo caso, non politicamente impegnata.

PREMESSA PARTICOLARE. Guardo molto poco la TV. Quei pochi programmi validi che guardo si condensano solitamente nel terzo canale della TV di stato. Uno di questi, uno dei migliori, è Sostiene Bollani, pensato e condotto – più come si conduce un’orchestra che una trasmissione televisiva – da quel talento incommensurabile ed eclettico di Stefano Bollani. Già citato nell’articolo su Bobo Rondelli, anche in riferimento al concerto a cui ho assistito al teatro Petruzzelli di Bari lo scorso luglio, Bollani è per me un artista di riferimento o, potrei dire, un artista perfetto: è un virtuoso del pianoforte con un repertorio vastissimo che suona però con una personalità netta e con una carica comunicativa uniche. La sua trasmissione dimostra anche le sue doti di insegnante: riesce a rendere aspetti estremamente tecnici della materia fruibili a tutti grazie alla naturalezza della sua esposizione. Seguo con grande interesse Sostiene Bollani per tutte queste cose e perché, proprio grazie all’apertura del suo conduttore verso tutti gli scenari che la musica possa abbracciare, è teatro di scambi musicali preziosi che coinvolgono artisti provenienti da varie parti del mondo e che, di volta in volta, cambiano. 

Dalla fusione di queste due premesse prende forma il post di questa settimana. Domenica scorsa in trasmissione Stefano Bollani e l’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI hanno accompagnato un giovane cantautore israeliano, Oren Lavie, nell’esecuzione di un pezzo composto da quest’ultimo. L’unione delle componenti ha creato un sound intimo e avvolgente che mi ha colpito positivamente. E mentre lo ascoltavo, già pensavo a un approfondimento in merito e a uno spazio da dedicargli qui…

Il brano appena ascoltato, The man who isn’t there, è tratto dall’unico album finora pubblicato da questo cantautore nato e cresciuto a Tel Aviv ma successivamente stabilitosi tra Gran Bretagna, Stati Uniti e Germania. The opposite side of the sea, questo il titolo del disco a cui Oren Lavie arriva nel 2007 dopo una carriera già ben avviata come drammaturgo, già a un primo ascolto si configura come una silloge di pezzi estremamente raffinati, tutti da lui composti e arrangiati. La voce dell’artista suona, almeno al mio orecchio, morbida e quasi sussurrante, e si svolge leggera su strutture musicali sospese ma precise. Il disco è pacato ma mai noioso. Il suo ascolto mi ha infuso tranquillità probabilmente grazie ai riecheggiamenti di smooth jazz e ai rimandi-tributi alla musica classica, tanto amata dall’artista. L’intensità del disco e la sua leggerezza di classe sono apprezzabili anche nella prima traccia: Her morning elegance, canzone rappresentativa di Lavie, diventata famosissima su youtube per il bel video girato in stop motion.

I suoni quasi incantati di  The opposite side of the sea si traducono nelle note leggiadre del glockenspiel che fa da cornice al pezzo. L’album ha un impianto sonoro malinconico e nostalgico, quasi a voler narrare quella distanza, a volte troppo profonda, tra il punto in cui ci si trova e quel “lato opposto del mare”, qualunque esso sia. Allo stesso tempo, niente ha il gusto del tragico e del drammatico. Tutto si svolge, senza peso, sull’onda di una leggerezza malinconica simile a quella che si prova guardando il mare, di cui l’orizzonte è solo un limite fittizio. Non so bene come spiegarlo ma la musica di Oren Lavie mi ha dato l’idea di una sorta di ambient non elettronico, di composizioni rivolte al passato ma non anacronistiche. Aspettando il secondo album dell’artista, ringrazio Sostiene Bollani per questa piacevolissima scoperta. 

Visto che la nave di Colors on the loose doveva fermarsi in Israele, ho pensato di approfittarne per menzionare un altro artista, un altro cantautore: Asaf Avidan. Decisamente più conosciuto di Oren Lavie nel nostro Paese, Avidan è diventato oltremodo famoso, secondo me, per il motivo sbagliato. La sua fama in Italia ma credo anche in molte altre nazioni è legata principalmente alla canzone One day/Reckoning song che, remixata dal dj tedesco Wankelmut, con un risultato che allo stesso Avidan è piaciuto ben poco, è riuscita ad affermarsi come vero e proprio tormentone, con tutte le conseguenze negative che questo concetto si porta dietro. La versione originale del pezzo, così come contenuta in The Reckoning (2008), primo album di Avidan pubblicato con la sua band The Mojos, è un altro paio di maniche. Lo stesso cantautore la definisce una canzone estremamente sofferta che poco ha, effettivamente, a che fare con l’elettronica da filastrocca del remix. Nella versione live per sole voce e chitarra acustica la si può apprezzare nella sua anima più fragile e più sincera, grazie alla voce incredibile e magnetica dell’artista che si produce in un crescendo di pathos canoro a cui non si può rimanere emotivamente impassibili. 

Asaf Avidan è nato a Gerusalemme anche se ha vissuto diversi anni della sua infanzia in Giamaica. Nato nel 1980, di pochi anni più giovane del collega Lavie (1976), rappresenta con quest’ultimo un cantautorato israeliano che ha comunque un sapore universale. Non ci sono melodie folk e tradizionali nella loro musica che sembra guardare più a “Occidente” che alle sonorità mediorientali o klezmer. I testi sono intimi e personali, basati per lo più su vicissitudini private. Nonostante questi punti in comune, Lavie e Avidan sono profondamente diversi. La principale differenza abita nella voce: tanto placida e mite quella di Lavie, quanto lacerata e blues quella di Avidan. Asaf ha ormai all’attivo tre album con il gruppo The Mojos e uno da solista. Le sue canzoni, soprattutto quelle contenute nei primi due dischi, raccontano di sofferenze universali che, per quanto personali, sono uguali per tutt*, in tutti i paesi, a tutte le latitudini. Mi appresto alla conclusione dell’articolo con il video di una delle mie canzoni preferite da lui scritte, Brickman, tratta dal secondo album, dal titolo Poor boy/Lucky man (2009), qui in un’altra performance toccante e intensa con sole voce, chitarra acustica e tromba. 

Pronti ora a ripartire per un’altra meta, lasciamo il territorio musicale israeliano con la soddisfazione di aver esplorato, almeno un poco, due voci e due artisti completi che indubbiamente meritano di essere conosciuti e apprezzati per quello che, con il loro contributo, regalano alla musica. 

Enjoy and breathe the colors…

L’Eurasia e gli esperimenti etnomusicali dei Deti Picasso

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bandiera russarmena

Alcuni di voi non ci faranno caso, altri staranno cercando di indovinare, con qualche difficoltà, a che razza di nazione può appartenere una bandiera del genere, all’apparenza una sorta di immagine vista, attraverso uno specchio, da occhi traballanti. Non vi disturbate oltre. La bandiera qui sopra non esiste; non appartiene ad alcuno stato. Eppure esiste ed è la fusione di due bandiere, simboli di due nazioni. Questa settimana noi ci adagiamo esattamente su quella bianca, labile linea a zig zag che separa o collega – decidete voi! – la Russia e l’Armenia

Ogni articolo del blog deve essere associato a una categoria. Per comodità nelle ricerche, decisi, a suo tempo, di creare categorie che corrispondessero ai cosiddetti continenti geografici. Il tema di questa settimana non fa che suggerire quanto, talvolta, i confini e le divisioni siano invenzioni i cui valori e validità lasciano il tempo che trovano. Questo articolo sarà compreso contemporaneamente nella sezione Europa e nella sezione Asia. Rendergli giustizia significherebbe, però, creare una categoria intermedia, perfetta per il tentativo di definizione di quella terra di mezzo – non quella di tolkeniana memoria! – che risponde al nome di Eurasia

Non lo nego. Molto in questo articolo ha a che fare con quelle che sono state mie esperienze di studio e di vita. Non lo nascondo. Sento tutto molto vicino, caro alla memoria. L’Eurasia, la Russia, l’Armenia e i Deti Picasso – con un sussurro vi introduco alla band ospite sulla barca di Colors on the loose questa settimana – sono parole chiave di un percorso intenso che, preso avvio un po’ di anni fa ormai, mi ha portato dai banchi dell’università alla Russia reale dei miei soggiorni a Mosca e a Pietroburgo, e all’Armenia metaforica del mio più recente viaggio intellettuale, oggetto della mia tesi di laurea. Non voglio e non parlerò di me nello specifico. La musica è la cosa più importante, con tutto il bagaglio di significati culturali che si porta dietro. Tutto è perfettamente collegato qui: da un lato, i Deti Picasso sono un gruppo di armeni trapiantati in Russia la cui musica è esempio magistrale di “in-between” eurasiatico, dall’altro io ho sempre amato il concetto di Eurasia, tuttora sfuggente a definizioni nette, ho camminato per le strade della Russia europea e visto l’Armenia attraverso gli occhi del poeta Mandel’štam ma, soprattutto, ho conosciuto i Deti Picasso all’università e ho, oltretutto, vissuto la rarità di una loro esibizione dal vivo. L’avevo detto, è tutto collegato; intricato, sì, abbastanza, ma tutto torna! 😉

Durante i primi anni di università le classi di russo erano solite partecipare a  un incontro in cui si mettevano in standby per un giorno la “depressione da verbi di moto” e gli elevati ma malinconici pensieri generati dalla letteratura e, semplicemente, si faceva la conoscenza di gruppi e cantanti russi, ascoltandone alcune canzoni in un’atmosfera rilassata e da festicciola post-esami. Fu così che comparvero per la prima volta al mio orecchio i Deti Picasso, gruppo attivo dalla metà degli anni ’90. La canzone di quella giornata universitaria di euforia musicale era Kak Budda (Come Buddha), qui in uno dei pochi videoclip ufficiali della band. 

Devo dirlo, tranne la parte di violino, il pezzo non è esattamente uno dei miei preferiti. Partecipa di questo articolo come simbolo di memoria personale e, in quanto uno dei primi singoli di maggior successo, come introduzione alla musica del gruppo. Esso è infatti contenuto nel primo vero album della band, Mesjac ulybok (Il mese dei sorrisi, 2002), caratterizzato principalmente da sonorità miste tra rock e pop, ancora acerbe in quello spirito folk che diventerà preponderante negli album successivi. Come già detto, i Deti Picasso sono una formazione composta da musicisti armeni, i cui leader sono la cantante Gayane Arutyunyan e il chitarrista Karen Arutyunyan, sorella e fratello. Iniziano la loro carriera a Mosca e la proseguono a Budapest, città in cui, da qualche tempo, sono stabiliti. Fin dall’esordio considerati una delle band più interessanti nel panorama musicale russo ed eurasiatico, tanto particolari da divenire spalla di gruppi come Depeche Mode e Massive Attack nei concerti in Russia di questi ultimi, i Deti Picasso si distinguono per la capacità e il merito di aver mescolato a uno stile musicale rock sporco, aggressivo, quasi grunge nei suoi accenni droning, alle sonorità del più antico e tradizionale folk armeno, il tutto enfatizzato dalla voce eurasiatica dell’Arutyunyan, tagliente e a tratti violenta ma, nel contempo, solida e ardente come le montagne del piccolo paese del Caucaso. Qui di seguito, Merik, uno dei pezzi più rappresentativi di questo stile, nonché uno dei miei preferiti, cantato non più in russo come il brano precedente, bensì in lingua armena (di cui, ahimè, non posso fornirvi traduzioni). 

Merik è tratto dal secondo album dal titolo inequivocabile, Etničeskie eksperimenty (Esperimenti etnici, 2004). La base di chitarre “dirrty” sul motivo orientale, apprezzabilissimo negli ultimi due minuti, fa del brano una manifestazione perfetta dell’originalità dei Deti Picasso. L’album in questione è tutto molto suggestivo. Da sempre amante della musica folk tipica delle varie nazioni e, contemporaneamente, per quanto possa sembrare stridente, con una lunga parentesi di ascolto di musica grunge alle spalle (che ancora reca i suoi segni), non potevo non farmi coinvolgere dal sound di questo disco, sicuramente uno dei miei preferiti. 

Dopo Etničeskie eksperimenty, i Deti Picasso hanno alternato album con canzoni in russo e in armeno, costruendo impianti musicali e canori sempre più inclini a una psichedelia dal sapore etnico e dal sound magnetico. Altri 3 album dal 2004 al 2010, di cui l’ultimo, costituito in realtà da due album gemelli, Gerda e Kaj, sfiora l’aspetto e la costruzione di un concept. Un esempio di tutto ciò in Mal’čik, pezzo tratto proprio da Gerda, qui in versione live. Sonorità elettriche, violini tipici del gruppo, testo russo e psichedelia a metà tra Occidente e Oriente.

Prima ho accennato a un concerto dei Deti Picasso a cui ho avuto la fortuna di prendere parte. Non stavo scherzando; è accaduto davvero. No, non li ho visti in Russia – cosa che sarebbe suonata alquanto scontata – li ho visti in.. Italia…

Livorno, estate 2008, Italia Wave Love Festival (supplente del più famoso Arezzo Wave). Il piano era di adagiarsi sul prato dello stadio Armando Picchi e ascoltare la performance dei Verve, incuranti delle altre band in scaletta che avrebbero cantato poi, quanto? al massimo due canzoni? Il simpatico cantante Richard Ashcroft si fa venire il giorno prima una sorta di laringite. I Verve annullano il concerto. Ormai lì, anche se delusi, si va comunque allo stadio. Quanto grandi siano state per me la sorpresa e il piacere di scoprire tra le “band altre” i Deti Picasso non riesco ancora a quantificare. Merik è stata una delle canzoni cantate e suonate quella sera. Da quel giorno apprezzo ancora di più il gruppo e l’incredibile presenza scenica di Gaya Arutyunyan e… sì, certo, quanto si tratta di festival musicali, leggo fino in fondo tutte le scalette degli artisti.

Non ho video di quella serata – non era ancora l’epoca degli smartphone facili – solo qualche scatto di una malandata macchina fotografica. Ho pensato di chiudere questo articolo di musica e memorie facendo l’eccezione di condividere una foto personale sperando vi guidi verso un ulteriore approfondimento di questo gruppo.

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Deti Picasso, Livorno, Italia Wave Love Festival, 2008.

Enjoy and breathe the colors…