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“Un racconto d’inverno”… Merry Christmas and a joyful new year!

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20 dicembre 2015 – Un racconto invernale
Preludio del ritorno

A nascondere l’emozione non ci provo neanche! Un anno di separazione dalla nave colorata di Colors on the loose ha (avuto) un certo peso. Ritornare, seppur lentamente, come pregustando uno slancio finale, mi regala un senso di liberazione, la carezza di un ritrovamento miracoloso. L’ispirazione non è mai mancata veramente. Il tempo, sì. Quello giusto, quello che scorre senza troppi affanni e che lascia quel margine di tranquillità che permette di sedersi e abbandonarsi al flusso della scrittura. E’ un lusso che, per svariati motivi, non ho avuto, tra lo scorso dicembre e il presente. Meditavo il ritorno da un po’, da quando ho iniziato a realizzare il senso di mancanza, a sentire farsi più vivo il dispiacere latente di sapere questa vecchia nave, carica di melodie e storie, ancorata da sempre più tempo. Il 2016 sarà l’anno del ritorno al viaggio. Solenne promessa alle vele… e non solo! 🙂 Prima di passare oltre, ci tengo a ringraziare alcuni affezionati lettori – sono più che certa sapranno riconoscersi – per aver contribuito ad alimentare significativamente il desiderio del ritorno. Se il vento torna, pian piano, a essere favorevole è soprattutto per merito vostro. 🙂

 

Oltre all’emozione anche lo stupore: questo è già il terzo articolo, su questa nave, dedicato alle feste natalizie e di fine anno. Nel 2016 ormai alle porte questa creatura, nata da una passione grande ma nel contempo semplice e genuina, compirà 3 anni. Questo pensiero non fa che rafforzare la voglia di continuare a darle la linfa giusta. Colors on the loose è stato un piccolo sogno divenuto realtà. Merita di continuare a brillare, come una stella intermittente la cui vita è ancora vicina all’infinito.
Il tempo non risparmia comunque nessuno ed ecco che è Natale ancora una volta. Come sempre, c’è chi la prende con gioia e con animo festante e chi non riesce a fare a meno di cedere all’angoscia per il tempo che passa e per la fretta con cui ciò avviene.
Per me questo sarà un Natale diverso: il primo lontano dalla casa di origine e da quegli affetti dai quali non si può prescindere. Il primo Natale in una terra lontana, straniera ma non per questo ostile. Non ci sarà il consueto paesaggio del mare increspato dalla brezza invernale. Non sentirò quei sapori e quegli odori che, fin da quando ero bambina, caratterizzano il periodo. Mancheranno la spensieratezza e l’ansia di un tempo. Saranno appunto un Natale e un inizio d’anno diversi ma avranno la loro bellezza, le loro peculiarità. Mi regaleranno nuovi ricordi e nuove ricchezze. Scrivo di questa situazione perché sono sicura non sia soltanto la mia ma quella di tante altre persone che, per un motivo o per un altro, per casi più o meno fortunati, si trovano lontano dalla propria casa.

 

Quest’anno il logo di Colors on the loose dedicato alle festività natalizie è chiaramente ispirato alla pace. Per situazioni personali che ho vissuto o che ho visto con i miei occhi e per quello che, senza distinzioni di sorta, è arrivato dal mondo in questo anno ora al tramonto, l’augurio di pace mi sembra quello più consono per le prossime festività e per l’anno che sta per giungere. Quando penso alla pace non mi viene in mente, in un modo che sarebbe anche semplicistico, soltanto la fine delle guerre a ogni latitudine. Penso a una serenità d’animo che non riusciamo più a provare e di cui parte del mondo è, da troppo tempo, costantemente privata. Il senso di pace di chi canta gioiosamente davanti a un camino acceso, di quei bambini che possono giocare spensierati come dovrebbe essere tipico alla loro età, di ogni persona che non è costretta da altri a sentirsi costantemente diversa, di chi riesce  a far tesoro di valori diversi traendone condivisioni e non divisioni, di chi non deve essere alla continua ricerca di modi per sopravvivere. E’ questa la serenità che vorrei augurare a tutti, per le prossime feste e per il futuro. E visto che Colors on the loose non è tale senza musica, per accompagnare questi auguri ho scelto due canzoni di uno dei miei gruppi preferiti di sempre: i Queen. Rileggendo il post-fiume del dicembre dello scorso anno, dedicato alle memorie musicali relative a questo periodo dell’anno, mi sono chiesta come abbia potuto dimenticarmi di loro. Sinceramente, credo che siano ben poche le fasi della mia vita non collegate, in qualche maniera, allo storico gruppo inglese e all’ineguagliabile voce di Freddie Mercury.
Proprio in questi giorni sono tornati alla mia memoria dei pezzi che ho sempre amato. Avevo già qualche idea in merito alle sfumature da dare a questo ritorno al blog e ho subito pensato a loro come alla veste musicale più adatta.

 

Siamo nel 1984 quando quando i Queen pubblicano per la prima volta, come B-side di un paio di singoli apparsi sull’album The works, Thank God It’s Christmas, loro contributo speciale al tema delle festività invernali. Il pezzo si muove su una ritmica che risente delle atmosfere musicali degli anni ’80. E’ gioios0, in qualche modo liberatorio e fa trasparire la speranza e l’augurio di un Natale di serenità, di pace, di affrancamento da tutto ciò che non vorremmo più né sentire né vedere né provare. Ulteriore auspicio è che possa essere Natale un po’ tutti i giorni.

 

 

 

“Oh my love we’ve had our share of tears
Oh my friend we’ve had our hopes and fears
Oh my friends it’s been a long hard year
But now it’s Christmas […]
Thank God it’s Christmas yeah
Thank God it’s Christmas
Can it be Christmas?
Let it be Christmas
Ev’ry day”
“Oh, amore mio, abbiamo condiviso molte lacrime
Oh, amico mio, abbiamo avuto le nostre speranze e le nostre paure
Oh, amici miei, è stato un anno lungo e duro
ma adesso è Natale […]
Grazie a Dio è Natale, sì
Grazie a Dio è Natale
Può essere Natale?
Facciamo che sia Natale
ogni giorno”

 

 

A distanza di poco più di 10 anni, nel 1995, questo pezzo viene rilasciato nuovamente. Questa volta compare come B-side di A winter’s tale, singolo estratto dall’album postumo – Freddie Mercury muore nel novembre del 1991 – pubblicato sempre nel 1995, Made in heaven, ultimo vero album della band. Il disco è così bello che sembra davvero sia stato concepito in paradiso. Una perla malinconica che, senza dubbi e senza ombre, riflette il destino di Freddie Mercury. Allo stesso tempo, una boccata di aria pura, di speranza; la descrizione musicale di quel momento catartico in cui le lacrime cedono il posto alla sensazione di essere prossimi ad abbracciare l’eternità. Un disco intimo, di una sensibilità tagliente che non può che attraversare tutti noi come un fascio di luce quasi accecante. E’ il saluto di Freddie dall’altra parte dell’esistenza: la sua voce è già consegnata all’eterno.

 

A winter’s tale è la penultima canzone dell’album ed è la sintesi perfetta dell’atmosfera del disco. Non riesco a quantificare la bellezza di questo brano. La voce di Freddie viaggia in libertà sulle note che danno vita a questa melodia invernale; si stende su un crescendo che la porta, fino alla fine, a squarciare l’ultimo velo di tristezza posto a celare la serenità finale. La canzone è un sospiro di sollievo e le parole dipingono uno scenario d’inverno che non può che regalarci tepore e gioia. E l’augurio vero, quello migliore è tutto nell’ultimo verso, nella declinazione fornita dalla voce di Mercury.

 

 

 

“[…] So quiet and peaceful
Tranquil and blissful
There’s a kind of magic in the air
What a truly magnificent view
A breathtaking scene
With the dreams of the world
In the palm of your hand… […]
A cosy fireside chat
A little this, a little that
Sound of merry laughter skippin’ by
Gentle rain beatin’ on my face
What an extraordinary place!
And the dream of the child
Is the hope of the man… [….]
My world is spinnin’ and spinnin’ and spinnin’
It’s unbelievable
Sends me reeling
Am I dreaming…
Am I dreaming…?
Oooh – it’s bliss.”

Leggi il resto di questa voce

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Memorie di Natale… e tanti auguri!!!

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21 dicembre 2014. E’ quasi Natale, decisamente! Siamo più nel nuovo anno che in questo che stiamo lasciando, ormai! Per la seconda volta mi appresto, con piacere rinnovato, a fare a tutti voi, lettrici e lettori affezionati e occasionali, i miei più grandi auguri. Vorrei, per me e per tutti voi, per Natale e per il prossimo anno, un pacco pieno di buone notizie. Non per forza di quelle che cambiano la vita. Basterebbe una dose consistente di quelle che riscaldano le giornate con i colori della speranza e che generano primavere dell’anima. Speriamo bene! Questo è il mio primo, sincero augurio per ognuna e ognuno di voi. 🙂
Qui, però, siamo a bordo di Colors on the loose e sappiamo bene che il modo migliore per apprezzare e celebrare le festività e per gioire della condivisione di pensieri, idee e auguri è per mezzo della musica. Quest’anno ho deciso di dedicare qualche riga in più al “post natalizio”. Come vedrete, la sequenza dei brani – molti! – sembrerà essere priva di nesso logico, così come la scelta delle nazioni. Ebbene, questo articolo è nato sulla base di due idee molto semplici, chiaramente personali. Idea n. 1: si dice che a Natale “siamo tutti più buoni”. Io ho deciso di essere più libera e di scrivere e condividere musica con voi, travolta dal flusso dei ricordi, anche musicali, che questo periodo dell’anno fa riaffiorare sempre con grande forza. Da qui una playlist assolutamente personale e, apparentemente, senza logica. Idea n.2: Natale e Capodanno sono feste celebrate quasi in ogni angolo del mondo. Siano esse momenti della più sentita tradizione religiosa o pretesti dei non credenti per condividere e sentirsi più uniti, le feste di fine anno conservano sempre grande fascino. Sono culla di bilanci e di speranze, di malinconie e di gioie. Sono momenti irripetibili, sebbene possano sembrarci “sempre uguali”, nei quali ciò che lasciamo e ciò che ci prepariamo ad accogliere è sempre diverso dall’anno precedente. In qualsiasi modo e con qualsiasi spirito si scelga di festeggiare, la musica non risparmia nessuno. Essa è presente sempre – e menomale! – e costruisce la colonna sonora di ciò che viviamo e la melodia su cui si innestano i nostri pensieri. E’ così tutto l’anno ma in questo periodo ancora di più. Alcune canzoni natalizie, cantate e rivisitate a tutte le latitudini, ne sono la prova. 

Partiamo,dunque! Ho scelto di organizzare i contenuti in un elenco, per chiarire meglio i pensieri e per mettere ancora più in risalto i pezzi. Seguirò un mio personale ordine cronologico, almeno per un po’. A voi poco importa. Importerà, spero, leggere e ascoltare e, sulla base di questo, costruire i vostri ricordi musicali natalizi e di fine anno.

N.1 Tu scendi dalle stelle (Italia)

Nel mio piccolo paesino del sud, si usava e si usa tuttora cantare questa canzone della tradizione la notte di Natale. Quando ero bambina, queste note accompagnavano sempre la nascita del Bambino nel presepe di casa. Ora non la canto più come un tempo ma ascoltarla mi riporta indietro a momenti di dolce ingenuità infantile e di ignara felicità. Qui ho scelto una versione soltanto musicale, per zampogna e ciaramella, strumenti antichi che ho sempre amato. 

N.2 All alone on Christmas (USA)

Come tutti i bambini e le bambine, anche io adoravo guardare e riguardare i film Mamma, ho perso l’aereo e Mamma, ho riperso l’aereo. Mi divertivo con le avventure di quel birbante di Kevin McCallister (Macaulay Culkin) ma soprattutto apprezzavo tantissimo le canzoni, rigorosamente natalizie, che ne facevano da sfondo. Una di queste, tratta dal secondo film, è sempre stata in cima alle mie preferite. Eseguita dalla cantante afroamericana Darlene Love, All alone on Christmas, sebbene non conosciutissima come altre canzoni natalizie made in USA, rimane una delle mie canzoni preferite del periodo, per la sua energia trascinante nonostante il testo velatamente malinconico.

N.3 E così viene Natale (Italia)

Nel 1993 in casa mia, dove la musica non è mai mancata, arrivò la musicassetta di Walzer d’un blues degli Adelmo e i suoi sorapis, supergruppo composto tra gli altri da Maurizio Vandelli, Fio Zanotti, Dodi Battaglia e Zucchero. Avevo solo 8 anni ma ricordo ancora oggi quanto mi piacesse ascoltare quel disco, ancora molto valido e consigliato. Il primo pezzo dell’album, qui proposto, era tra i miei preferiti all’epoca ed è rimasto tuttora un pezzo da me molto amato, anche per il testo simpaticamente irriverente. E ogni anno ritorna con tutto il suo spirito non convenzionale!

N.4 O Tannenbuam (Germania)

Quando eravamo ragazzine, io e mia cugina preparavamo degli spettacolini da offrire ai nostri (poveri!) parenti crollati sui divani nel tragico momento del post-pranzone natalizio. Cantavamo e ballavamo per loro. La nostra passione per le lingue, già fervida all’epoca, ci portò a improvvisare l’esecuzione in lingua originale di alcuni pezzi. Ricordo che ci improvvisammo germanofone con una versione domestica di questo classico della tradizione natalizia tedesca. Decisamente meglio riascoltarlo qui nella versione della soprano Diana Damrau. 😀 A ogni modo, un caro saluto a mia cugina… con un po’ di nostalgia! 

N.5 Please, come home for Christmas (USA)

Crescendo, è diventato sempre più un rito per me allestire albero e presepe in casa, già alla fine di novembre. Un bel po’ di anni fa, decisi di preparare un CD con le canzoni a tematica natalizia nelle versioni da me preferite, che potesse costituire il sottofondo migliore al momento degli addobbi. Nella tracklist non poteva mancare questo pezzo, scritto dal bluesman Charles Brown nel ’60, nella splendida versione degli Eagles

N.6 Douce nuit (versione nel francese della Martinique)

Giunta all’età adulta, ben ferrata sul panorama musicale natalizio, spinta dalle mie passioni di cui Colors on the loose è una dimostrazione, sono andata alla ricerca di versioni “più locali” di questi classici. I risultati mi hanno portato alla conoscenza di rivisitazioni dalle sonorità estremamente interessanti perché impreziosite dalle particolarità musicali delle diverse culture. La prima che voglio condividere con voi è la versione in francese del classico tedesco Stille Nacht, realizzata da Kali, musicista valido e impegnato della Martinique, che ha saputo riprodurre il celebre pezzo nell’atmosfera dello zouk, stile musicale tipico delle Antille francesi

N.7 Los Reyes Magos (versione argentina)

In lingua spagnola, non potevo non inserire un pezzo cantato dalla bravissima e mai dimenticata artista argentina Mercedes Sosa, alla quale tempo fa ho dedicato proprio su questo blog un articolo. Il pezzo conserva, grazie anche alla voce carismatica della Sosa, sonorità quasi monumentali e piene di fascino che ripercorrono la storia dei tre re magi.

N.8 O Holy Night (versione della Tanzania)

Alla metà del XIX secolo il compositore francese Adolphe Adam scriveva quella che per me è tra le composizioni natalizie più dense di significato e più musicalmente commoventi. Mi piace sempre, in tutte le lingue e quasi in ogni versione ma trovo questa versione della Tanzania a opera dell’artista Usiku Mtukufu traboccante di umanità e di pathos, esaltati dai ritmi e dai colori tipicamente africani.

N.9 White Christmas (versione portoghese)

Scoperta in questi ultimi giorni la versione leggera e piacevole in lingua portoghese di un altro classico del periodo. 

N.10 Kakhuri Mravalzhamieri (Georgia)

N.11 Alilo (Georgia)

Volgendo al termine dell’articolo, arrivo anche alle memorie più recenti. Con le due canzoni tradizionali georgiane che compariranno di seguito è possibile lasciarsi trasportare da una spiritualità intensa che rivive nell’architettura vocale straordinaria delle voci di una terra da tempo immemore culla di grande profondità religiosa e carica spirituale. La prima canzone, Kakhuri Mravalzhamieri, eseguita dall’ensemble vocale Basiani, si ripropone tradizionalmente ogni anno in occasione del capodanno e contiene auguri profondi, che mirano all’anima. Il secondo pezzo, Alilo, è invece tipico del Natale, festeggiato in Georgia e in gran parte del mondo ortodosso il 7 gennaio. Cantata soprattutto dai bambini, celebra la venuta al mondo di Gesù. Ringrazio il mio adorato marito per avermi fatto conoscere queste chicche musicali tradizionali e tanto altro!

N.12 Feliz Navidad (nella versione dei Playing for change)

Ora sono davvero giunta alla fine di questo racconto natalizio in musica. Per quello che è lo spirito di Colors on the loose avrei voluto inserire ancora più popoli, lingue e tradizioni. Ho fatto delle scelte, dettate dalle mie memorie, che spero siano piaciute e, come detto al principio, abbiano innescato in tutte e tutti voi una spirale di ricordi simile seppur differenziata in base alle vostre esperienze personali di vita. Ho pensato che il modo migliore per includere tutte le nazioni e tutti i popoli in un unico augurio musicale fosse quello di approfittare dell’ennesimo contributo speciale elaborato dai componenti del progetto Playing for change. Già precedentemente trattato in un altro post di questo blog, il progetto si propone di unire persone e musicisti di tutto il mondo attraverso la musica, la risorsa più importante da opporre a tutte le “cose brutte” che continuano a infestare il nostro pianeta. Qui i componenti del progetto augurano a tutte e tutti noi delle buone feste riproponendo Feliz Navidad, pezzo scritto da Josè Feliciano nel 1970 e rimasto nel cuore di tutti. 

Vi lascio così, su queste note e augurando ancora a ognuna e ognuno di voi un buon Natale e un felicissimo – e speriamo migliore – anno nuovo!!! 🙂 🙂 🙂

Merry Christmas and Happy New Year!

Joyeux Noel et bonne année!

გილოცავთ შობა-ახალ წელს!

Frohe/Fröhliche Weihnachten und gutes Neues!

¡Feliz Navidad!  ¡Feliz Año Nuevo!

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Fuga in Canada sulle note vellutate di Patrick Watson

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bandiera canada

Metà Novembre. Nel pieno dell’autunno, quello vero, non quello di fino a poco tempo fa, ancora provocatoriamente travestito da estate. Da qualche giorno piove e non fa più caldo, il cielo è grigio. Tutto ciò non è necessariamente un male per noi qui a sud, abituati a fin troppo sole. Le stagioni iniziano ad alternarsi anche per Colors on the loose, partita alle soglie dell’estate e giunta ora alla stagione che prelude all’inverno. A me piace molto l’autunno: ne amo immensamente i colori, di un avvolgente carezzevole, e gli odori e i sapori, ambrati e vivaci, come le fiamme nei primi camini accesi. Sì, cadono le foglie ma non si tratta di morte della natura. La natura va semplicemente a riposare un po’, leggera, tra le gocce di pioggia che scivolano sulle nostre finestre, e i tappeti di foglie ai piedi degli alberi dormienti. Amo l’autunno ma l’amerei ancora di più se mi trovassi in luoghi, come il Nord America. Spicchi di natura che offrono visioni complete e appaganti della bellezza autunnale. Non molto tempo fa, mi sono ritrovata, per caso, a sfogliare un catalogo fotografico dedicato all’autunno nella regione canadese del Québec. Scorrevano, uno dietro l’altro, paesaggi naturali dallo splendore quasi destabilizzante, realizzato da un’armonia di colori e sfumature perfetta. Provate anche voi, soprattutto nostalgici dell’estate, a dare un’occhiata a immagini del genere e apprezzerete un po’ di più questa stagione dalle tante risorse, anche se fisicamente siete/siamo lontani dal CanadaColors on the loose, questa settimana, si trova proprio nel Québec canadese per introdurvi a un artista dalle qualità vivide e ammalianti come le danze di colori sugli alberi di acero nel Paese dalla Maple Leaf Flag (Bandiera della foglia di acero, albero rappresentativo del Canada). Se la nazione della settimana è il Canada, l’artista della settimana si chiama Patrick Watson

Dalla premessa appena fatta qualcuno potrebbe pensare che io associ la musica di Patrick Watson all’autunno e che, di conseguenza, questa potrebbe essere definita “autunnale”, crepuscolare. Non è propriamente così, anche perché i brani che seguiranno dimostreranno come la voce e la musica di Watson vadano bene sempre, in qualsiasi stagione ci si trovi. Spesso una canzone definita “autunnale” o “invernale”, ammesso che una definizione “stagionale” della musica possa essere corretta, si trova a non reggere il confronto con un pezzo, cosiddetto, “estivo”. Questo accade perché le sonorità malinconiche e nostalgiche, solitamente attribuite alle stagioni fredde, sono spesso bistrattate rispetto a quelle allegre e spensierate tipiche dei mesi caldi. Tutto dipende dai punti di vista. A me questa “battaglia stagionale” non piace, soprattutto se riferita alla musica. Detto ciò, ci sono delle canzoni che, per le atmosfere che creano ma, soprattutto, per i pensieri e i ricordi personali che rievocano, tendo a legare a un stagione in particolare. Alcune canzoni di Patrick Watson, velate di una malinconia leggiadra, sono per me legate all’immaginario di un autunno sia reale, quello del paesotto pugliese vicino al mare in cui mi trovo, che ideale, quello dei meravigliosi boschi canadesi. 

Patrick Watson è un cantautore e musicista nato in California nel 1979 ma originario di Montréal (Québec), città in cui è cresciuto e dove ancora vive. La sua è una storia ordinaria, simile a quella di molt* giovani che si avvicinano al mondo della musica: inizia a suonare durante i tempi del liceo, dove si unisce a una band di genere ska. Successivamente, la maturazione musicale avviene insieme ai musicisti che diventeranno il suo gruppo. Non ordinari, bensì straordinari, invece, il talento della band nella composizione musicale e la voce di Watson, vera e propria perla di purezza e raffinatezza. Un primo, magistrale esempio è apprezzabile in The great escape, brano che mi ha iniziato all’ascolto di questo artista, e che fa parte di Closer to paradise (2006), secondo album del gruppo. 

Questa canzone, accompagnata da un video suggestivo caratterizzato da un disegno che si compone in progress, è, a mio parere, un gioiello autentico di semplicità, non banalità, musicale in cui le note del pianoforte e la voce morbida e delicata di Watson formano un amalgama di grande valore. A dispetto della sonorità mesta che si può imputare al pezzo, il testo è invece un invito a reagire a un momento difficile:

Hey child, things are looking down. /Hey, ragazz*, le cose sembrano non andare bene.         
That’s okay, you don’t need to win anyways. / Fa niente! Non si deve vincere a tutti i costi.    
Don’t be afraid, just eat up all the gray / Non aver paura, divora tutto il grigiore    
and it will fade all away. / e questo si dissolverà completamente.    
Don’t let yourself fall down. / Non lasciarti abbattere.                                                                   

Ecco che quel great escape (grande fuga) assume una connotazione assolutamente positiva. 

La musica di Patrick Watson e del suo gruppo è stata spesso accostata a quella di artisti come Nick Drake, Jeff Buckley, Antony Hegarty, Chris Martin, tutti da me molto amati. Ascoltando gli album del musicista canadese mi sono ritrovata, in effetti, a sentire echi, più o meno consistenti, della musica di questi artisti. Elementi certamente in comune sono un discreto senso della sperimentazione e la creazione di ambienti sonori fluttuanti, originatisi nella realtà ma tendenti a qualcosa di diverso che si mantiene leggero e oscillante a mezz’aria. Il prossimo video introduce forse un po’ meglio alla musica un po’ meno immediata, rispetto a The great escape, della band. Il titolo del pezzo è Fireweed, prima traccia di Wooden arms (2009), terzo album di Watson e compagni. L’uso della voce è magistrale, come sempre. Ho trovato, inoltre, molto interessante l’esecuzione della batteria in chiusura di brano. 

Patrick Watson ha collaborato attivamente alla scrittura di molte canzoni contenute nell’album Ma Fleur della Cinematic Orchestra, band britannica che si muove tra jazz, elettronica e musiche da film. Vi consiglio di ascoltare To build a home, traccia di apertura del disco, piccolo capolavoro, reso tale anche dal prezioso contributo vocale dell’artista canadese. 

La musica di Patrick Watson riesce, secondo me, a creare dei paesaggi sonori accostabili, in bellezza e grazia, a quelli che la natura dipinge, in questa stagione, sui boschi della sua nazione. La sua voce, una delle più interessanti attualmente, trasmette lo stesso calore di un abbraccio, regala all’orecchio una sensazione di piacevolezza quasi disarmante. Il brano conclusivo di questo articolo, Lighthouse, tratto dall’ultimo album della band, Adventures in your own backyard, pubblicato l’anno scorso, rasenta la perfezione. Mi emoziona sempre molto ascoltarlo e, per questo motivo, non voglio contaminarlo con troppe parole. Cinque minuti di bellezza pura in cui il pianoforte è elegante ed evocativo e  la voce di Watson è, perdonerete la metafora più o meno azzardata, tenero bacio sugli occhi. Si percepisce l’attitudine alla sperimentazione della band attraverso la “lama” suonata con un archetto che ricorda, nell’esito sonoro, quasi un theremin. Il cambiamento/crescendo finale poi, che rimanda, seppur vagamente, a certe atmosfere in stile Morricone, conclude quello che è un altro piccolo capolavoro.

Un buon autunno a tutti, di colori caldi, di atmosfere accoglienti e … di buona musica!

Enjoy and breathe the colors…

Hasta siempre Compay! – Alma musical de Cuba

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Bandiera Cuba

Tre mesi fa nasceva Colors on the loose! Nasceva con l’intento di viaggiare, viaggiare e viaggiare, geograficamente, metaforicamente e, soprattutto, musicalmente. Nelle settimane che hanno preceduto l'”inizio della navigazione”, ho pensato parecchio a come dar forma a questo blog, a come suddividere in categorie “smart”, immediate e semplici i contenuti che lo avrebbero man mano arricchito e costruito. La sezione onde storiche – che notate nel menu appena sotto il “motto” della pagina – è nata in maniera del tutto naturale, appendice essenziale in uno spazio dedicato alla musica. Questa categoria avrebbe ospitato personalità – e ce ne sono tante! – che hanno fatto la storia della musica, tradizionale o meno, del proprio Paese e le cui onde, sonore e non, continuano a lasciare tracce significative sulle proprie terre musicali e su quelle del mondo restante. L’idea prevedeva di parlare non solo di artisti passati ormai, come si usa dire, a miglior vita, ma anche di band che, seppur non più attive, continuano a essere abbondantemente influenti. Finora onde storiche ha raccolto le storie di vita e di musica di quattro artisti, alcuni deceduti, altri ancora viventi, diversissimi tra loro ma, nel contempo, simili nell’importanza che hanno avuto nel panorama musicale locale e mondiale. Questa settimana, questa sezione si arricchirà di un’altra storia e di altre sonorità. Sono contenta perché quella che ci apprestiamo a cavalcare è un’onda storica per antonomasia! Non ci potrebbe essere articolo più adatto a questa categoria di quello che, in questa settimana alle soglie dell’autunno, racconta di un viaggio a Cuba e dell’incontro con l’alma tutta cubana di Compay Segundo

Devo ammetterlo: non sono mai stata una grande appassionata di musiche centro-sud-latino-americane e penso che mai lo diventerò. C’è tuttavia qualcosa in alcuni artisti che spazza via certe barriere di genere e fa apprezzare l’autenticità di un messaggio musicale che, oltre a diffondere ritmi caldi e ballabili, si fa testimonianza dell’anima, della storia e della vita di una terra e di un popolo. Compay Segundo occupa un posto speciale per me perché è stato uno dei pochi a farmi apprezzare una tipologia musicale di solito alquanto distante dai miei gusti e perché nel suo armonico, nella sua seconda voce, nel suo sorriso e, prima di tutto, nei suoi 95 anni di vita, c’è davvero tanto di Cuba.  Già il nomignolo, Compay Segundo, mi è estremamente simpatico. Se poi a questo si aggiungono la sua allegria, il suo sigaro e la sua sapienza quasi centenaria al sapore di rum, diventa esattamente il compare che tutti vorremmo avere. Ma chi era davvero Compay Segundo? Meglio ora dire qualcosina in proposito e passare finalmente alla parte migliore, la sua musica!

Maximo Francisco Repilado – questo il suo nome di battesimo – nacque in un piccolo villaggio nei pressi di Santiago di Cuba, nell’estremo est del Paese. Era il 1907 e, come tanti bambini del posto, alternava i giochi sulla spiaggia al lavoro nelle fabbriche di tabacco. La sua è una storia di grande semplicità, povertà e sofferenza che cerca, fin dall’inizio, un rifugio e un riscatto nella musica. Prima ho fatto riferimento all’armonico. Si tratta di una sorta di chitarra a 7 corde che un giovanissimo Francisco creò su misura per lui e per la musica che iniziò a comporre fin dall’adolescenza. Il primo pezzo dell’articolo risale al periodo compreso tra il 1942 e il 1955, anni in cui, approdato a L’Avana, il futuro Compay formò e tenne in vita con l’amico Lorenzo Hierrezuelo il duo Los Compadres

Il brano introduce sia alla musica di Francisco Repilado che alla spiegazione del suo nomignolo che proprio in quegli anni gli venne affibbiato da una radio locale. Se Lorenzo Hierrezuelo era il Primo Compay perché voce principale del duo, Francisco diventò Compay Segundo per le sue consuete seconde voci. Tale rimarrà per tutto il resto della sua carriera. La musica del duo – lo dice anche il titolo del brano ascoltato – raccontava la vita rurale delle regioni orientali dell’arcipelago caraibico, sviscerandone le peculiarità e le difficoltà. 

La vita di Compay Segundo è stata segnata, in tutta la sua durata, dalla musica ma anche dal lavoro. Dopo aver abbandonato il duo dei Los Compadres e aver formato il gruppo Compay Segundo y sus muchachos, questi ritornò nella sua fabbrica di tabacco, lavorandoci fino alla pensione nel 1970. Dedico il resto dei suoi anni alla musica, viaggiando in tutto il mondo ed esportando il suono caldo e piacevolissimo della sua patria. Son cubano, così è solitamente chiamato il genere che caratterizza il Paese, scrigno sonoro in cui è custodito un mix prezioso di ritmi ereditati dagli schiavi provenienti dall’Africa e di musica di discendenza europea. Ho letto qua e là che questo genere iniziò ad affermarsi in occasione di feste chiamate changuì che si tenevano nelle campagne cubane. Ed è proprio una sorta di gioioso ritrovo folkloristico quello che si ammira nel videoclip di El camison de Pepa, brano più recente di Compay

Il video mi è piaciuto moltissimo fin dall’inizio per la scioltezza dei ballerini, per l’atmosfera allegra e per la bravura sullo strumento di un Compay già avanti con gli anni. 

Di solito si dice che le cose più belle ce le si lascia alla fine, pregustando sornioni il loro arrivo. Ho fatto più o meno così anche io, qui, nel post di questa settimana. Il brano successivo, l’ultimo, è quello tramite cui ho conosciuto Compay Segundo – canzone, tra l’altro, resa famosissima dal film documentario Buena Vista Social Club di Wim Wenders – ed è quello con cui pensavo di aprire il post. Strada facendo, ho pensato, invece, di chiudere col botto. Chan chan per me è il “botto”! Ho sempre trovato questa canzone bellissima, traboccante di una carica ammaliante sensazionale dovuta all’impasto sonoro perfetto di chitarre/armonico e voci. Qui è in una versione live tratta da un concerto che Compay tenne a L’Olympia di Parigi nel 1999. L’onda dolce su cui si svolge il brano ci culla verso Cuba e, se chiudiamo gli occhi, riusciamo quasi a percepire il suo sole caldo sulla pelle, l’odore dei sigari e del rum, e l’anima immortale di questo grandissimo artista. 

Enjoy and breathe the colors…

Colorful holidays

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La barca a vela di Colors on the loose, dopo aver visitato già due volte, in un mese e mezzo circa di navigazione, quasi tutti i continenti, si ormeggia per un po’ in un porticciolo nei pressi di Brindisi, in attesa di riprendere i suoi giretti per il mondo intorno al 20 agosto. Questa frase “a effetto” per dirvi che vado giusto un po’ in vacanza visto che le temperature calde di questo periodo sciolgono le mie possibilità di pensiero intelligente e creativo! 😀

Come già detto, tra una decina di giorni o poco più, riprenderemo a navigare e chissà in quale Paese approderemo questa volta – non lo so, ancora, nemmeno io! 😀 Nel frattempo, ho pensato di scrivere questo post per augurare a tutti delle buone vacanze, in qualsiasi modo decidiate o siate costretti a passarle. Mi e vi auguro che siano giorni di spensieratezza e relax ma anche di coesione e condivisione, di piacevoli scoperte, e di musica colorata per giornate colorate. (Okay, non fate troppo caso a questo esemplare di slogan arrangiato!)

Quale migliore occasione per mettervi al corrente di un progetto musicale e culturale meraviglioso? Playing for change, il cui motto è connecting the world through music (unire il mondo attraverso la musica), è ciò che ho scelto per salutarvi prima della pausa vacanze.

Immaginate tantissimi musicisti provenienti da ogni continente suonare e cantare INSIEME pezzi importanti della storia musicale mondiale per opera di un progetto – ora anche fondazione – che mette a disposizione una sorta di studio di registrazione itinerante per portare la musica dappertutto e per riceverla da ogni luogo. Tutto ciò allo scopo di adoperare il suo enorme potere per creare condivisione, comprensione e solidarietà al di là di qualsiasi tipo di barriera. Lontano da stupidi pregiudizi. Vicino, invece, il più possibile, a un’ideale di comunanza, uguaglianza e rispetto reciproco che bisognerebbe avere come obiettivo comune primario (per quanto, gli eventi di queste settimane in Italia abbiano dimostrato e stiano dimostrando il contrario. Ma questa è solo una parentesi.). Gli artisti che hanno aderito a Playing for change sono, perlopiù, artisti di strada. Questo contribuisce a incrementare il valore e l’autenticità dell’iniziativa.

Primo esempio della musicalità colorata, allegra e transnazionale del progetto, nonché pezzo che mi portò, qualche anno fa, a venirne a conoscenza, la celeberrima Stand by me in versione Playing for change.

Talento di questi musicisti e cantanti – che nulla hanno da invidiare ai loro colleghi “famosi” e membri dello star system – a parte, il video mette in evidenza semplicità umana, amore per la musica, partecipazione sentita e fiducia nel potenziale costruttivo e positivo della musica. Vedendolo per la prima volta, questo video mi ha fatto commuovere ed è ancora così. Sento quel tipo di commozione che uno ha di fronte alla prova che le cose belle, le collaborazioni positive, all’insegna della pace e dell’uguaglianza, possono effettivamente realizzarsi.

Numerosi i pezzi realizzati da questa straordinaria iniziativa, di cui fanno parte anche alcuni ottimi artisti italiani. Vorrei farne parte anche io! Sul sito ufficiale di Playing for change, viene specificato che anche soltanto aiutare a diffondere il progetto, attraverso blog, siti web personali e social network, è sinonimo di partecipazione. Date un’occhiata:  http://www.playingforchange.com

Vorrei postare qui tutti i video ma non è possibile. Lascio a voi il resto della scoperta.

Arrivati al momenti dei saluti, concludo con due video altrettanto straordinari: una toccante versione di What a wonderful world (Louis Armstrong) eseguita con passione dal simpaticissimo cantante di strada statunitense Grandpa Elliot  con cori di bambini da tre continenti…

… e un’emozionante versione di Imagine (John Lennon) con contributi da tutto il mondo e con la testimonianza visiva delle cose belle ottenute da Playing for change.

Buone vacanze!!! 🙂

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Enjoy, breathe the colors and…. join the movement!

Mercedes Sosa: voce universale di protesta dall’Argentina al mondo.

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bandiera argenitna

Che cos’è la musica e cosa sono le parole in musica? Si sentono, in giro, risposte di tutti i colori. La musica è amata da tantissimi: c’è chi afferma fieramente di non poter vivere senza; chi la usa per dare un sottofondo ai propri sogni; chi lega romanticamente i momenti importanti della propria vita a una canzone, e così via. La musica è, al tempo stesso, non apprezzata: alcuni la considerano un elemento superfluo e pressoché inutile della vita; altri la riducono, sbuffando, a un semplice strumento di evasione; altri ancora, semplicemente, non vi fanno caso. Le risposte non si contano perché la musica è materia incandescente che ognuno di noi plasma seguendo i propri parametri, le proprie sensazioni e esperienze di vita. Allo stesso modo, le parole in musica, filtrate dal nostro vocabolario personale, si adagiano dentro di noi sul comodo letto della nostra interpretazione. Che cos’è la musica? Per me, è talmente tante cose da sfuggire a una definizione univoca. So per certo, però, che essa ha un potere immenso, il più importante: quello di cambiare il mondo. Tra i vari esempi, innumerevoli, di ciò, ho scelto, per questo primo spazio di colori  musicali di agosto, una delle espressioni più alte del potere positivo della musica a servizio del cambiamento per un mondo migliore: la voce argentina e universale di Mercedes Sosa

Questo post è nato contemporaneamente dall’idea di mettere a tacere quel pregiudizio secondo cui la musica sarebbe solo un inutile ornamento dell’esistenza e dalla voglia di celebrare e ricordare un’artista che è stata un esempio di Donna e una voce musicale e politica  di una grandezza tale da essere ormai immortale. Mercedes Sosa (1935-2009), che definiva se stessa una cantora popolar, che gli altri chiamavano la negra e che,successivamente, il mondo riconobbe come la voz de América, è stata l’essenza musicale più significativa della protesta contro le dittature militari in Argentina negli anni tra il 1967 e il 1982. A metà degli anni ’60, quando la dittatura non aveva ancora mostrato i suoi aspetti più brutali, la giovane Mercedes cantava già per gli oppressi. La cancion del derrumbe indio (1966), canzone di denuncia dei soprusi da parte degli uomini bianchi sulle donne indigene, dà il via a quarant’anni di attività musicale impegnata politicamente e socialmente. Il seguente video mostra una Mercedes trentenne che esegue il pezzo accompagnandosi semplicemente con un tamburo e cantando con una voce fiera e ispirata. 

Mercedes Sosa già dalla metà degli anni ’50 era entrata a far parte del Nuevo Cancionero, movimento che si impegnava, da un lato, a recuperare il patrimonio folcloristico musicale argentino e, dall’altro, a diventare guida, attraverso testi impegnati, degli ultimi e degli oppressi nelle loro lotte per la giustizia e la libertà. Gli esponenti della cosiddetta nueva cancion ebbero quasi tutti un destino poco felice: molti di loro finirono negli elenchi tristemente famosi delle migliaia di desaparecidos; molti altri conobbero l’esperienza umiliante dell’esilio. Tra questi ultimi anche lei, rimasta (soltanto fisicamente, mai con l’anima!) lontana dalla patria dal 1979 al 1982, dopo aver conosciuto l’asprezza della censura.  

Album come Mujeres argentinas e Hasta la victoria entrano nella storia dell’Argentina e del mondo come testimonianze di presenza attiva della musica nei processi di protesta e di lotta. Sul finire degli anni ’70, la voce di Mercedes intona uno dei brani più significativi del suo repertorio. Solo le pido a Dios viene prontamente censurata dal regime nel 1978. Nonostante ciò, stringe in un abbraccio pieno di speranza il popolo argentino e da lì si trasmette al resto del mondo, diventando uno dei canti più importanti contro la guerra e contro l’indifferenza. Una parte del testo recita: 

Solamente chiedo a Dio
che la guerra non mi sia indifferente
è un mostro grande e calpesta ferocemente
tutta la povera innocenza della gente

La versione qui proposta è tratta da un live del 1984 nel quale la Cantora è accompagnata da Leon Gieco, celebre cantautore argentino e autore della canzone.

Guardo il sorriso materno di Mercedes indirizzato al pubblico/popolo e ascolto la sua voce che è stata stratificazione delle voci di migliaia di argentini e, improvvisamente, è come se mi sentissi parte di loro. Sento una grande solidarietà che è la vicinanza di chi vive condizioni di disagio, di coloro a cui viene negata la possibilità di esprimersi appieno e liberamente. Oggi ci saranno pure situazioni diverse, sarà pure più difficile rintracciare l’autenticità di certi ideali ma le sofferenze dei popoli, le privazioni, l’affossamento della libertà, l’annichilimento dei valori di pace e comunanza non sono poi così diversi. Figlia di questo XXI secolo, mi trovo più volte a dubitare del senso della lotta e delle possibilità di riscatto. La voce di Mercedes Sosa, che è quella di tutti i “non privilegiati”, mi dà motivo, invece, di continuare a credere in un futuro migliore e, prima ancora, nella necessità e nell’importanza di non rimanere in silenzio, di non indugiare nell’indifferenza. Todo cambia, tutto cambia, recita il titolo di uno dei pezzi più famosi de La Negra (composta dall’artista cileno Julio Numhauser). Il suo modo di cantare e il testo del brano danno ancora valore alla speranza e alla fiducia nel cambiamento. Concludo questo post con il video della canzone – sottotitolato in italiano affinché si possa apprezzare il testo senza difficoltà – e con una piccola e semplicissima parola da parte mia per la grande Mercedes: gracias! 

Enjoy and breathe the colors!

United States of Colors

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bandiera usa

Dopo la Russia, gli Stati Uniti d’America. Solo un caso, lo giuro! Nessun confronto/scontro premeditato. Nessun proposito di enfatizzare una rivalità/luogo comune anche sul piano musicale. Tutt’altro.

Nel mio immaginario la Russia e gli USA sono entrambe, prima di ogni altra cosa, due nazioni enormi, vastissimi spazi geografici, animati da una varietà di culture e voci tale da rendere difficile e forzato qualsiasi tentativo di categorizzazione. Si tratta, anzitutto, di zone ampie che si offrono a esplorazioni di ogni sorta e a esiti sorprendenti.

Questa volta siamo capitati negli USA e, no, non parleremo di cowboys e musica country – non questa volta, almeno! Devo confessarlo, sono la prima ad avere grossissime riserve sulla cultura statunitense, regina di contraddizioni troppo spesso più inquietanti che affascinanti. Individualismo, cibo spazzatura, rodeo, venerazione delle armi, self-made men, giustizia fai da te, etc. sono tratti tipici di questa cultura. A volte, però, insistere su queste caratteristiche è un po’ come insistere su pizza, spaghetti, mafia e mandolino descrivendo l’Italia. Parleremo di altro qui, perché c’è molto altro, e lo faremo attraverso la musica. 

Scegliere un’artista che rappresentasse gli USA è stato, da un lato, compito tanto arduo quanto tentare di disegnare la bandiera del Paese – qui in cima all’articolo – utilizzando un finto spray da murales con un software da disegno da quattro soldi. Dall’altro lato, considerando quanto detto finora, ho avuto ben pochi dubbi. Ho scelto una cantante, un’artista dalle mille sfaccettature, scoperta grazie a una mia carissima amica – che leggerà e si riconoscerà! (Le scoperte per merito di altre persone sono tra le più belle; significative come tutto quel patrimonio di storie popolari tramandate di generazione in generazione) – rappresentazione perfetta, a mio parere, di certa cultura statunitense, intesa come miscuglio creativo di genti e colori. Lei è Lhasa De Sela

Lhasa nasce vicino New York nel 1972 e proprio in lei si anima un incontro di culture diverse. Padre messicano, madre statunitense, nonno panamense e bisnonno libanese, chiamata come la città sacra del Tibet, cresce in un’ambiente di grande condivisione e vive una vita on the road. Canta le canzoni che lei scrive e arrangia in inglese, francese e spagnolo. Si assiste, attraverso esse, alla fusione di generi musicali diversi, dal blues alla musica gitana dell’Est Europa, specchio dell’unione di tradizioni lontane l’una dall’altra ma confluite nelle sue note e nelle sfumature della sua voce.

Il pezzo che mi appresto a condividere è tratto dal suo secondo album, The living road (2003), nominato tra i migliori album “cross-culturali”. Non si tratta di un ascolto facile eppure su di me ha agito come una sorta di ipnosi e, nel contempo, come mezzo di trasporto per luoghi lontani ma profondamente intimi. Eccolo qui, Anywhere on this road

Non sono riuscita a trovare un videoclip della canzone. All’inizio pensavo fosse un peccato, poi ho pensato alla bellezza di poter immaginare, senza condizionamenti visivi, tutto il mondo simbolico evocato dal pezzo. Ascoltandolo, si muovono nella mia mente, in slow-motion, immagini di lunghi percorsi, reali e metaforici, che culminano in una specie di danza sciamanica, sorretta dal crescendo mistico dell’incantevole tromba del jazzista fusion libanese Ibrahim Maalouf. Ecco un primo, meraviglioso incontro di culture e sonorità. 

Il secondo e ultimo brano che voglio qui proporre, in un’intensa versione live, è Rising, tratto dal suo terzo album, Lhasa (2009): 

Il brano è chiaramente un blues, sia nella musica che nel testo sofferto, ma ha qualcosa in più: il suono cullante dell’arpa, strumento inusuale per il genere ma simbolo, ancora una volta, dell’abbattimento di certi confini musicali. Come possa a voi suonare la voce di Lhasa è del tutto soggettivo. Personalmente, essa ha sulle mie orecchie lo stesso effetto di una carezza che su una guancia asciuga le lacrime. Una voce carica, seducente ma,  contemporaneamente, soothing, calmante, rassicurante. 

Lhasa ha lasciato questo mondo il 1° gennaio di tre anni fa. Mi piace pensare a lei come a un esempio positivo di cultura e musica statunitensi. La sua persona e la sua voce hanno abbattuto muri di genere e costruito ponti culturali. 

There is nowhere to stop/anywhere on this road, recita una parte del testo del primo pezzo qui postato, ossia, non c’è alcun posto dove fermarsi/qui su questa strada. La road, così frequente nella vita e nei testi di Lhasa, rimanda qui a qualcosa di più vasto, di universale. Sì, non ci si può fermare. Ecco perché, nonostante la sua prematura scomparsa, mi piace immaginare che certe strade d’America, e non solo, risuonino ancora della sua voce, quella dell’umanità intera. 

Enjoy!