Archivi categoria: Africa

Il Camerun nella borsa musicale di Blick Bassy

Standard

Bandiera Cameroon

 

E’ un tranquillo weekend di neve, qui, a poco più di 2000 km da casa. Guardo a lungo fuori dalla finestra. Certe atmosfere continuano a essere nuove e sorprendenti per me. Ci ho messo 30 anni per scoprire che la neve cade davvero sotto forma di quei cristalli che siamo sempre stati abituati a disegnare. Piccole, grandi gioie di chi si trova immerso in paesaggi e scenari ben lontani da quelli di origine.
Con la temperatura, oltre i vetri, scesa di 10 gradi sotto lo zero, non è neanche male prepararsi l’ennesimo tè, avvolgersi in una coperta e dedicare finalmente del tempo alla musica e a quelle scoperte che finiscono per riscaldare il cuore, oltre che l’atmosfera. Quasi per caso, mi sono ritrovata a saltare da un sito all’altro con in mente l’idea di scovare qualcosa di veramente bello, per far ripartire in bellezza la nave di Colors on the loose e per fare semplicemente un regalo a me stessa – e, ovviamente, a voi cari lettori e lettrici. Il panorama italiano di siti che abbracciano un’idea più ampia della musica, svincolata dai classici parametri di giudizio che prendono come riferimenti quasi assoluti le sonorità “occidentali”, è sfortunatamente un po’ carente. Eppure, ci sono tante storie che meritano di essere raccontate, condivise e diffuse. Per il ritorno effettivo di Colors on the loose ai mari musicali, ho scelto la meravigliosa scoperta di queste giornate color di neve. Ed ecco che i colori, tutti, sono ritornati in libertà! 🙂
Seguendo  l’indizio della bandiera in copertina, andiamo in Africa… ma non solo. La storia dell’artista di questo mese si origina in Camerun e trova un suo prosieguo in Francia. E’ una vicenda di migrazione con esiti – per quanto non immuni alle problematiche del caso – felici, oltre che di grande classe musicale. Conosciamo Blick Bassy e la sua storia. Una gran bella storia!

Siamo nella metà degli ’70 quando nasce a Yaoundè, capitale del Camerun ai margini della savana, Blick Bassy. Nel paese africano le etnie e le lingue sono numerosissime e molto diverse tra loro. Il giovane Blick cresce nella comunità rurale di etnia e lingua Bassa, composta ormai da poco più di 230.000 persone. In un’intervista molto significativa rilasciata al celebre giornale britannico The Gaurdian, Blick racconta di aver respirato musica fin dai suoi primi anni di vita e di esser stato esposto contemporaneamente alle sonorità tipiche dei suoi territori e della sua cultura, e ai generi jazz, soul e  bossa nova di provenienza nord e sudamericana. Blick cresce diventando un musicista e un artista sempre più completo ma nel 2001 si concretizza la svolta fondamentale della sua vita: l’emigrazione in Francia. La sua è un’esperienza, sostanzialmente, positiva. Riesce a integrarsi bene. Vive per circa 10 anni in una Parigi che in cambio di qualche momento difficile gli regala sicurezza, stabilità, la possibilità di crescere professionalmente e, soprattutto, quel distacco dalla propria terra madre talvolta necessario per apprezzarne ancora di più le peculiarità. Contestualmente alla sua crescita umana avviene quella musicale: Blick Bassy inizia prendendo parte a Jazz Crew, una band dedita principalmente al genere bossa nova. Successivamente fonda Macase, un gruppo jazz fusion che riesce ad affermarsi in modo considerevole e a vincere anche diversi riconoscimenti. Il suo debutto come artista solista avviene nel 2009 con l’album Leman, che in lingua Bassa significa specchio. Il titolo scelto per questo primo lavoro non è casuale e racchiude quello che è, secondo Blick, uno dei fini principali della musica: la possibilità di riflettere e quindi di affrontare i problemi, le caratteristiche e le particolarità di una cultura e di una società. Attraverso Leman, Blick Bassy inizia a parlare musicalmente  e non della sua Africa. Dopo il titolo, un’altra scelta non casuale è quella di cantare in lingua Bassa, quella della sua comunità di origine. La musicalità di questo idioma, tra le pieghe della sua voce calda e avvolgente, si propone di abbozzare una risposta a domande quali: cosa significa essere africano?; quali problemi si devono davvero affrontare?; come si è trasformata la cultura? Grande raffinatezza, grande classe, un arcobaleno di colori in musica e, soprattutto, la rivelazione di un’anima profonda, come esplicitato nell’ultimo minuto – ma non solo – della performance live di Mintaba, brano estratto da questo primo album.

 

 

Gli anni in Francia fanno maturare sempre di più in Blick Bassy la consapevolezza delle sue origini, della sua cultura e della storia del suo popolo e di tutti quelli che hanno abitato e abitano il continente Africa. Il 2011 segna l’uscita del suo secondo album, Hongo Calling, il quale fa registrare un salto di qualità rispetto al precedente, non soltanto a livello musicale ma anche in relazione ai temi portati alla luce ed espressi nelle sue canzoni. Si tratta di un album che ricalca la struttura di un diario di viaggio, nell’accezione più complessa della definizione. Il viaggio in musica di Hongo Calling riprende le fila di quelle rotte della schiavitù che tanto hanno segnato e, da una certa angolazione ancora continuano a segnare, la storia africana. Blick Bassy non ne racconta, però, soltanto le brutture. Racconta i frutti, anche positivi, dell’incontro tra le culture dell’Africa e, una fra tante, quella brasiliana. In una intervista diffusa dal canale World Connection, Blick Bassy definisce l’album non solo un viaggio che collega geograficamente due continenti ma anche come un cammino nel tempo che ripercorre gli ascolti musicali della sua vita e, su più larga scala, la storia di tanti conterranei. L’hongo è uno strumento a percussione suonato, solitamente, a scopo rituale, durante le pratiche curative delle malattie. E’, ancora di più, un richiamo intenso. Molto interessante inoltre la connessione, anche per lui all’inizio sorprendente, tra la ritmica di questo strumento africano e quella segnata da percussioni tipiche brasiliane. Sintesi perfetta di tutti i significati racchiusi in questo scrigno prezioso che è Hongo Calling e del viaggio ideale che collega il Camerun al Brasile è Nyango, qui in versione da studio. Il pezzo ha un sound fusion molto piacevole, impreziosito dalla voce sempre intima e coinvolgente di Blick nonché dalla compresenza riuscitissima di culture musicali diverse.

 

 

La storia di Blick Bassy è davvero un crescendo di qualità, valori e ricchezza dell’anima. Da qualche anno l’artista ha deciso di lasciare Parigi per trasferirsi in un paesino di un migliaio di abitanti non lontano da Calais, nel nord della Francia. La sua idea era quella di ritrovare un contatto più diretto con la terra, con la semplicità. Allo stesso tempo, Blick ritorna in Camerun molto spesso. Vivere lontano da casa per così tanto tempo non ha fatto che rinvigorire l’amore per le sue origini e l’affetto per il suolo natio. Il bagaglio di esperienze ha allargato la sua anima e gli ha dato la capacità di spaziare, attraverso la sua musica, dal passato della schiavitù al presente dell’emigrazione. Ogni sua canzone è un racconto, una sintesi di contaminazioni e fusioni a cui abbiamo assistito e assistiamo osservando la storia. La sua musica è la rivelazione materiale di uno dei benefici dei fenomeni migratori, degli incontri-scontri tra culture. La riflessione di Blick Bassy va anche oltre e si muove nel tentativo di aiutare i giovani africani ad affrontare l’emigrazione in modo più consapevole. Akö è l’ultimo album pubblicato dal musicista camerunense, appena un anno fa, nel 2015. E’ un’altra ottima prova che non fa che suggellare la capacità dell’artista di essere a suo agio tra sonorità diverse. Le sezioni di fiati risultano più accentuate, le ritmiche sono accattivanti e variegate; il cantato in lingua tradizionale Bassa si sovrappone alle note di strumenti come il banjo e il violoncello. La tradizione africana poggia il braccio sulla spalla del sound afro e latinoamericano, strizzando l’occhio a ciò che si ascoltava diversi decenni fa. Questo è quello che mi viene in mente ascoltando Wap Doo Wap, una delle perle di questo ultimo album.

 

 

Stesso discorso anche per Kiki, altro notevole pezzo estratto da Akö. Vien voglia di alzarsi dalla sedia e seguire con il corpo i movimenti segnati dai fiati. Il brano dura appena un paio di minuti ma è una ventata di calore, una sprizzata di energia positiva, un invito ad andare ed esplorare, seguendo le motociclette del simpaticissimo videoclip.

 

Blick Bassy è adesso al lavoro su un romanzo che tratterà il tema delle migrazioni. E’ un tema a lui molto vicino che ha già cercato di trattare tramite le sue canzoni e che adesso riprende con un’opera letteraria. Lui, che ormai si definisce cittadino del mondo, racconta la sua storia che poi è la storia di molti. Una di quelle storie che sono più vicine a noi di quanto pensiamo, da cui non dovremmo sentirci esclusi ma da cui dovremmo soltanto imparare. Blick Bassy ci rende partecipi della sua visione del mondo e delle trasformazioni che questo ha subito a seguito dei grandi spostamenti di genti nel tempo. Il cittadino del mondo che ha, comunque, sempre il suo Camerun nel cuore e a questo sempre ritorna nel fare musica e nello scrivere, nel riprendere le fila del passato e nell’immaginare il futuro.

“Un giorno mi sono chiesto: cosa posso vendere davvero in questo mondo? Mi sono reso conto che posso vendere solo quello che c’è nella mia borsa . Quello che ho nella mia borsa è il mio passato, il Camerun. Questo è il materiale allo stato grezzo della mia carriera.”

 

Enjoy & breathe the colors…
Annunci

“Un racconto d’inverno”… Merry Christmas and a joyful new year!

Standard

Logo16 (2)

 

20 dicembre 2015 – Un racconto invernale
Preludio del ritorno

A nascondere l’emozione non ci provo neanche! Un anno di separazione dalla nave colorata di Colors on the loose ha (avuto) un certo peso. Ritornare, seppur lentamente, come pregustando uno slancio finale, mi regala un senso di liberazione, la carezza di un ritrovamento miracoloso. L’ispirazione non è mai mancata veramente. Il tempo, sì. Quello giusto, quello che scorre senza troppi affanni e che lascia quel margine di tranquillità che permette di sedersi e abbandonarsi al flusso della scrittura. E’ un lusso che, per svariati motivi, non ho avuto, tra lo scorso dicembre e il presente. Meditavo il ritorno da un po’, da quando ho iniziato a realizzare il senso di mancanza, a sentire farsi più vivo il dispiacere latente di sapere questa vecchia nave, carica di melodie e storie, ancorata da sempre più tempo. Il 2016 sarà l’anno del ritorno al viaggio. Solenne promessa alle vele… e non solo! 🙂 Prima di passare oltre, ci tengo a ringraziare alcuni affezionati lettori – sono più che certa sapranno riconoscersi – per aver contribuito ad alimentare significativamente il desiderio del ritorno. Se il vento torna, pian piano, a essere favorevole è soprattutto per merito vostro. 🙂

 

Oltre all’emozione anche lo stupore: questo è già il terzo articolo, su questa nave, dedicato alle feste natalizie e di fine anno. Nel 2016 ormai alle porte questa creatura, nata da una passione grande ma nel contempo semplice e genuina, compirà 3 anni. Questo pensiero non fa che rafforzare la voglia di continuare a darle la linfa giusta. Colors on the loose è stato un piccolo sogno divenuto realtà. Merita di continuare a brillare, come una stella intermittente la cui vita è ancora vicina all’infinito.
Il tempo non risparmia comunque nessuno ed ecco che è Natale ancora una volta. Come sempre, c’è chi la prende con gioia e con animo festante e chi non riesce a fare a meno di cedere all’angoscia per il tempo che passa e per la fretta con cui ciò avviene.
Per me questo sarà un Natale diverso: il primo lontano dalla casa di origine e da quegli affetti dai quali non si può prescindere. Il primo Natale in una terra lontana, straniera ma non per questo ostile. Non ci sarà il consueto paesaggio del mare increspato dalla brezza invernale. Non sentirò quei sapori e quegli odori che, fin da quando ero bambina, caratterizzano il periodo. Mancheranno la spensieratezza e l’ansia di un tempo. Saranno appunto un Natale e un inizio d’anno diversi ma avranno la loro bellezza, le loro peculiarità. Mi regaleranno nuovi ricordi e nuove ricchezze. Scrivo di questa situazione perché sono sicura non sia soltanto la mia ma quella di tante altre persone che, per un motivo o per un altro, per casi più o meno fortunati, si trovano lontano dalla propria casa.

 

Quest’anno il logo di Colors on the loose dedicato alle festività natalizie è chiaramente ispirato alla pace. Per situazioni personali che ho vissuto o che ho visto con i miei occhi e per quello che, senza distinzioni di sorta, è arrivato dal mondo in questo anno ora al tramonto, l’augurio di pace mi sembra quello più consono per le prossime festività e per l’anno che sta per giungere. Quando penso alla pace non mi viene in mente, in un modo che sarebbe anche semplicistico, soltanto la fine delle guerre a ogni latitudine. Penso a una serenità d’animo che non riusciamo più a provare e di cui parte del mondo è, da troppo tempo, costantemente privata. Il senso di pace di chi canta gioiosamente davanti a un camino acceso, di quei bambini che possono giocare spensierati come dovrebbe essere tipico alla loro età, di ogni persona che non è costretta da altri a sentirsi costantemente diversa, di chi riesce  a far tesoro di valori diversi traendone condivisioni e non divisioni, di chi non deve essere alla continua ricerca di modi per sopravvivere. E’ questa la serenità che vorrei augurare a tutti, per le prossime feste e per il futuro. E visto che Colors on the loose non è tale senza musica, per accompagnare questi auguri ho scelto due canzoni di uno dei miei gruppi preferiti di sempre: i Queen. Rileggendo il post-fiume del dicembre dello scorso anno, dedicato alle memorie musicali relative a questo periodo dell’anno, mi sono chiesta come abbia potuto dimenticarmi di loro. Sinceramente, credo che siano ben poche le fasi della mia vita non collegate, in qualche maniera, allo storico gruppo inglese e all’ineguagliabile voce di Freddie Mercury.
Proprio in questi giorni sono tornati alla mia memoria dei pezzi che ho sempre amato. Avevo già qualche idea in merito alle sfumature da dare a questo ritorno al blog e ho subito pensato a loro come alla veste musicale più adatta.

 

Siamo nel 1984 quando quando i Queen pubblicano per la prima volta, come B-side di un paio di singoli apparsi sull’album The works, Thank God It’s Christmas, loro contributo speciale al tema delle festività invernali. Il pezzo si muove su una ritmica che risente delle atmosfere musicali degli anni ’80. E’ gioios0, in qualche modo liberatorio e fa trasparire la speranza e l’augurio di un Natale di serenità, di pace, di affrancamento da tutto ciò che non vorremmo più né sentire né vedere né provare. Ulteriore auspicio è che possa essere Natale un po’ tutti i giorni.

 

 

 

“Oh my love we’ve had our share of tears
Oh my friend we’ve had our hopes and fears
Oh my friends it’s been a long hard year
But now it’s Christmas […]
Thank God it’s Christmas yeah
Thank God it’s Christmas
Can it be Christmas?
Let it be Christmas
Ev’ry day”
“Oh, amore mio, abbiamo condiviso molte lacrime
Oh, amico mio, abbiamo avuto le nostre speranze e le nostre paure
Oh, amici miei, è stato un anno lungo e duro
ma adesso è Natale […]
Grazie a Dio è Natale, sì
Grazie a Dio è Natale
Può essere Natale?
Facciamo che sia Natale
ogni giorno”

 

 

A distanza di poco più di 10 anni, nel 1995, questo pezzo viene rilasciato nuovamente. Questa volta compare come B-side di A winter’s tale, singolo estratto dall’album postumo – Freddie Mercury muore nel novembre del 1991 – pubblicato sempre nel 1995, Made in heaven, ultimo vero album della band. Il disco è così bello che sembra davvero sia stato concepito in paradiso. Una perla malinconica che, senza dubbi e senza ombre, riflette il destino di Freddie Mercury. Allo stesso tempo, una boccata di aria pura, di speranza; la descrizione musicale di quel momento catartico in cui le lacrime cedono il posto alla sensazione di essere prossimi ad abbracciare l’eternità. Un disco intimo, di una sensibilità tagliente che non può che attraversare tutti noi come un fascio di luce quasi accecante. E’ il saluto di Freddie dall’altra parte dell’esistenza: la sua voce è già consegnata all’eterno.

 

A winter’s tale è la penultima canzone dell’album ed è la sintesi perfetta dell’atmosfera del disco. Non riesco a quantificare la bellezza di questo brano. La voce di Freddie viaggia in libertà sulle note che danno vita a questa melodia invernale; si stende su un crescendo che la porta, fino alla fine, a squarciare l’ultimo velo di tristezza posto a celare la serenità finale. La canzone è un sospiro di sollievo e le parole dipingono uno scenario d’inverno che non può che regalarci tepore e gioia. E l’augurio vero, quello migliore è tutto nell’ultimo verso, nella declinazione fornita dalla voce di Mercury.

 

 

 

“[…] So quiet and peaceful
Tranquil and blissful
There’s a kind of magic in the air
What a truly magnificent view
A breathtaking scene
With the dreams of the world
In the palm of your hand… […]
A cosy fireside chat
A little this, a little that
Sound of merry laughter skippin’ by
Gentle rain beatin’ on my face
What an extraordinary place!
And the dream of the child
Is the hope of the man… [….]
My world is spinnin’ and spinnin’ and spinnin’
It’s unbelievable
Sends me reeling
Am I dreaming…
Am I dreaming…?
Oooh – it’s bliss.”

Leggi il resto di questa voce

Memorie di Natale… e tanti auguri!!!

Standard

Logo Natale COTL

21 dicembre 2014. E’ quasi Natale, decisamente! Siamo più nel nuovo anno che in questo che stiamo lasciando, ormai! Per la seconda volta mi appresto, con piacere rinnovato, a fare a tutti voi, lettrici e lettori affezionati e occasionali, i miei più grandi auguri. Vorrei, per me e per tutti voi, per Natale e per il prossimo anno, un pacco pieno di buone notizie. Non per forza di quelle che cambiano la vita. Basterebbe una dose consistente di quelle che riscaldano le giornate con i colori della speranza e che generano primavere dell’anima. Speriamo bene! Questo è il mio primo, sincero augurio per ognuna e ognuno di voi. 🙂
Qui, però, siamo a bordo di Colors on the loose e sappiamo bene che il modo migliore per apprezzare e celebrare le festività e per gioire della condivisione di pensieri, idee e auguri è per mezzo della musica. Quest’anno ho deciso di dedicare qualche riga in più al “post natalizio”. Come vedrete, la sequenza dei brani – molti! – sembrerà essere priva di nesso logico, così come la scelta delle nazioni. Ebbene, questo articolo è nato sulla base di due idee molto semplici, chiaramente personali. Idea n. 1: si dice che a Natale “siamo tutti più buoni”. Io ho deciso di essere più libera e di scrivere e condividere musica con voi, travolta dal flusso dei ricordi, anche musicali, che questo periodo dell’anno fa riaffiorare sempre con grande forza. Da qui una playlist assolutamente personale e, apparentemente, senza logica. Idea n.2: Natale e Capodanno sono feste celebrate quasi in ogni angolo del mondo. Siano esse momenti della più sentita tradizione religiosa o pretesti dei non credenti per condividere e sentirsi più uniti, le feste di fine anno conservano sempre grande fascino. Sono culla di bilanci e di speranze, di malinconie e di gioie. Sono momenti irripetibili, sebbene possano sembrarci “sempre uguali”, nei quali ciò che lasciamo e ciò che ci prepariamo ad accogliere è sempre diverso dall’anno precedente. In qualsiasi modo e con qualsiasi spirito si scelga di festeggiare, la musica non risparmia nessuno. Essa è presente sempre – e menomale! – e costruisce la colonna sonora di ciò che viviamo e la melodia su cui si innestano i nostri pensieri. E’ così tutto l’anno ma in questo periodo ancora di più. Alcune canzoni natalizie, cantate e rivisitate a tutte le latitudini, ne sono la prova. 

Partiamo,dunque! Ho scelto di organizzare i contenuti in un elenco, per chiarire meglio i pensieri e per mettere ancora più in risalto i pezzi. Seguirò un mio personale ordine cronologico, almeno per un po’. A voi poco importa. Importerà, spero, leggere e ascoltare e, sulla base di questo, costruire i vostri ricordi musicali natalizi e di fine anno.

N.1 Tu scendi dalle stelle (Italia)

Nel mio piccolo paesino del sud, si usava e si usa tuttora cantare questa canzone della tradizione la notte di Natale. Quando ero bambina, queste note accompagnavano sempre la nascita del Bambino nel presepe di casa. Ora non la canto più come un tempo ma ascoltarla mi riporta indietro a momenti di dolce ingenuità infantile e di ignara felicità. Qui ho scelto una versione soltanto musicale, per zampogna e ciaramella, strumenti antichi che ho sempre amato. 

N.2 All alone on Christmas (USA)

Come tutti i bambini e le bambine, anche io adoravo guardare e riguardare i film Mamma, ho perso l’aereo e Mamma, ho riperso l’aereo. Mi divertivo con le avventure di quel birbante di Kevin McCallister (Macaulay Culkin) ma soprattutto apprezzavo tantissimo le canzoni, rigorosamente natalizie, che ne facevano da sfondo. Una di queste, tratta dal secondo film, è sempre stata in cima alle mie preferite. Eseguita dalla cantante afroamericana Darlene Love, All alone on Christmas, sebbene non conosciutissima come altre canzoni natalizie made in USA, rimane una delle mie canzoni preferite del periodo, per la sua energia trascinante nonostante il testo velatamente malinconico.

N.3 E così viene Natale (Italia)

Nel 1993 in casa mia, dove la musica non è mai mancata, arrivò la musicassetta di Walzer d’un blues degli Adelmo e i suoi sorapis, supergruppo composto tra gli altri da Maurizio Vandelli, Fio Zanotti, Dodi Battaglia e Zucchero. Avevo solo 8 anni ma ricordo ancora oggi quanto mi piacesse ascoltare quel disco, ancora molto valido e consigliato. Il primo pezzo dell’album, qui proposto, era tra i miei preferiti all’epoca ed è rimasto tuttora un pezzo da me molto amato, anche per il testo simpaticamente irriverente. E ogni anno ritorna con tutto il suo spirito non convenzionale!

N.4 O Tannenbuam (Germania)

Quando eravamo ragazzine, io e mia cugina preparavamo degli spettacolini da offrire ai nostri (poveri!) parenti crollati sui divani nel tragico momento del post-pranzone natalizio. Cantavamo e ballavamo per loro. La nostra passione per le lingue, già fervida all’epoca, ci portò a improvvisare l’esecuzione in lingua originale di alcuni pezzi. Ricordo che ci improvvisammo germanofone con una versione domestica di questo classico della tradizione natalizia tedesca. Decisamente meglio riascoltarlo qui nella versione della soprano Diana Damrau. 😀 A ogni modo, un caro saluto a mia cugina… con un po’ di nostalgia! 

N.5 Please, come home for Christmas (USA)

Crescendo, è diventato sempre più un rito per me allestire albero e presepe in casa, già alla fine di novembre. Un bel po’ di anni fa, decisi di preparare un CD con le canzoni a tematica natalizia nelle versioni da me preferite, che potesse costituire il sottofondo migliore al momento degli addobbi. Nella tracklist non poteva mancare questo pezzo, scritto dal bluesman Charles Brown nel ’60, nella splendida versione degli Eagles

N.6 Douce nuit (versione nel francese della Martinique)

Giunta all’età adulta, ben ferrata sul panorama musicale natalizio, spinta dalle mie passioni di cui Colors on the loose è una dimostrazione, sono andata alla ricerca di versioni “più locali” di questi classici. I risultati mi hanno portato alla conoscenza di rivisitazioni dalle sonorità estremamente interessanti perché impreziosite dalle particolarità musicali delle diverse culture. La prima che voglio condividere con voi è la versione in francese del classico tedesco Stille Nacht, realizzata da Kali, musicista valido e impegnato della Martinique, che ha saputo riprodurre il celebre pezzo nell’atmosfera dello zouk, stile musicale tipico delle Antille francesi

N.7 Los Reyes Magos (versione argentina)

In lingua spagnola, non potevo non inserire un pezzo cantato dalla bravissima e mai dimenticata artista argentina Mercedes Sosa, alla quale tempo fa ho dedicato proprio su questo blog un articolo. Il pezzo conserva, grazie anche alla voce carismatica della Sosa, sonorità quasi monumentali e piene di fascino che ripercorrono la storia dei tre re magi.

N.8 O Holy Night (versione della Tanzania)

Alla metà del XIX secolo il compositore francese Adolphe Adam scriveva quella che per me è tra le composizioni natalizie più dense di significato e più musicalmente commoventi. Mi piace sempre, in tutte le lingue e quasi in ogni versione ma trovo questa versione della Tanzania a opera dell’artista Usiku Mtukufu traboccante di umanità e di pathos, esaltati dai ritmi e dai colori tipicamente africani.

N.9 White Christmas (versione portoghese)

Scoperta in questi ultimi giorni la versione leggera e piacevole in lingua portoghese di un altro classico del periodo. 

N.10 Kakhuri Mravalzhamieri (Georgia)

N.11 Alilo (Georgia)

Volgendo al termine dell’articolo, arrivo anche alle memorie più recenti. Con le due canzoni tradizionali georgiane che compariranno di seguito è possibile lasciarsi trasportare da una spiritualità intensa che rivive nell’architettura vocale straordinaria delle voci di una terra da tempo immemore culla di grande profondità religiosa e carica spirituale. La prima canzone, Kakhuri Mravalzhamieri, eseguita dall’ensemble vocale Basiani, si ripropone tradizionalmente ogni anno in occasione del capodanno e contiene auguri profondi, che mirano all’anima. Il secondo pezzo, Alilo, è invece tipico del Natale, festeggiato in Georgia e in gran parte del mondo ortodosso il 7 gennaio. Cantata soprattutto dai bambini, celebra la venuta al mondo di Gesù. Ringrazio il mio adorato marito per avermi fatto conoscere queste chicche musicali tradizionali e tanto altro!

N.12 Feliz Navidad (nella versione dei Playing for change)

Ora sono davvero giunta alla fine di questo racconto natalizio in musica. Per quello che è lo spirito di Colors on the loose avrei voluto inserire ancora più popoli, lingue e tradizioni. Ho fatto delle scelte, dettate dalle mie memorie, che spero siano piaciute e, come detto al principio, abbiano innescato in tutte e tutti voi una spirale di ricordi simile seppur differenziata in base alle vostre esperienze personali di vita. Ho pensato che il modo migliore per includere tutte le nazioni e tutti i popoli in un unico augurio musicale fosse quello di approfittare dell’ennesimo contributo speciale elaborato dai componenti del progetto Playing for change. Già precedentemente trattato in un altro post di questo blog, il progetto si propone di unire persone e musicisti di tutto il mondo attraverso la musica, la risorsa più importante da opporre a tutte le “cose brutte” che continuano a infestare il nostro pianeta. Qui i componenti del progetto augurano a tutte e tutti noi delle buone feste riproponendo Feliz Navidad, pezzo scritto da Josè Feliciano nel 1970 e rimasto nel cuore di tutti. 

Vi lascio così, su queste note e augurando ancora a ognuna e ognuno di voi un buon Natale e un felicissimo – e speriamo migliore – anno nuovo!!! 🙂 🙂 🙂

Merry Christmas and Happy New Year!

Joyeux Noel et bonne année!

გილოცავთ შობა-ახალ წელს!

Frohe/Fröhliche Weihnachten und gutes Neues!

¡Feliz Navidad!  ¡Feliz Año Nuevo!

………………………………………………………………………… 🙂

Burkina Faso: nella culla con Gabin Dabirè

Standard

Burkinfa Faso

Colors on the loose riprende le sue peregrinazioni musicali in un giorno qualunque di inizio novembre, al ritmo tra il mesto e l’incalzante della pioggia di metà autunno e nel grigiore di un pomeriggio già privo di luce prima dell’ora del tè. La cosa importante – di cui sono immensamente felice – è riprendere! E chi l’ha detto poi che queste atmosfere all’odore di crisantemo non siano affascinanti? Non portino, insieme alle foglie secche, nel turbinio dei propri venti, folate di ispirazione? Il suggerimento scorto tra la nebbia novembrina mi ha riportato in Africa, dopo aver ravvivato, come si fa con un fuoco che cede l’anima nel brillio lavico delle sue ultime braci, il ricordo di un artista e di una canzone che ero solita ascoltare con piacere tanto tempo fa. In un periodo in cui si sente parlare di Africa Occidentale solo in relazione alla devastante epidemia di ebola che sta, a mio avviso, non a caso torturando  le sue genti e in cui l’african* viene, ancora una volta, associat* a qualcosa di negativo – in questo caso, alla trasmissione della malattia, secondo pareri idioti, nel corso delle migrazioni – Colors on the loose ci porta proprio lì, in una porzione di Terra ricca di storia e cultura ancora piuttosto sconosciute. Andiamo in Africa Occidentale e, per l’esattezza, in Burkina Faso, terra dove affondano le radici di un grandissimo della musica africana e non solo: Gabin Dabirè

In un tempo in cui il Burkina Faso (questa denominazione arriva solo nel 1984, a seguito di una rivoluzione) si chiamava ancora Alto Volta, nasce, nel crogiolo delle etnie che caratterizzano il piccolo stato, Gabin Dabirè, un figlio della cultura dagarì. Rimane nel suo Paese tanto da assorbirne le tradizioni musicali e poi parte alla volta del vecchio continente. Per un periodo in Danimarca, si lascia arricchire dalla musica sperimentale europea. Non ancora completamente appagato, intraprende per anni un “vagabondaggio” culturale che lo porta ad alternare permanenze in Europa ad altre in India, alla scoperta e all’assimilazione delle tradizioni musicali di quel Paese all’apparenza lontano. Sul finire degli anni ’70 decide di stabilirsi in Italia, Paese dove tuttora risiede. Oltre all’indiscussa bravura, di cui qui di seguito si offriranno dei (video) saggi, la qualità ammirevole di questo artista è l’inclinazione allo studio, la volontà di ampliare costantemente i propri orizzonti, nell’umile consapevolezza che anche e soprattutto in tema di musica e di cultura, oltre a contribuire, c’è anche sempre da imparare. Dabirè è una persona che, nella propria vita, ha imparato e continua a imparare molto, ma è anche una persona che ha saputo mettere a frutto egregiamente quanto appreso. Ciò che lui ha imparato non è stato semplicemente interiorizzato, è stato elaborato dinamicamente e messo al servizio degli altri, nel disegno tanto semplice quanto encomiabile di supportare la propria cultura, di portarla fuori dai suoi confini di origine e di farla incontrare con altre per affievolire le differenze e le distanze, e per creare connubi splendidamente fruttuosi. Proprio questa idea lo porta a metter su nel 1980, insieme a Walter Maioli (ex Aktuala) e a Riccardo Sinigaglia, Futuro Antico, gruppo pionieristico di world music, e a fondare a Milano nel 1983 il Centro Diffusione Promozione Cultura con l’obiettivo di diffondere cinema, musica, danza e teatro della sua terra. Dal 1986 vive stabilmente in Toscana, nella regione del Chianti. Negli scenari meravigliosi di questa regione nascono, grazie all’immenso bagaglio di tradizione, viaggi ed esperienze, i primi importanti lavori discografici, affreschi coinvolgenti e preziosi di quanto imparato, vissuto ed creato. 

L’etichetta toscana Amiata Records pubblica nel 1994 il suo primo importantissimo esito discografico: Afriki Djamana: Music from Burkina Faso. Estraiamo da questo album la traccia iniziale per introdurci nell’universo musicale di Dabirè. Il video mostra un’energica versione live di Senegal, questo il titolo del pezzo, eseguita all’Auditorium Parco della Musica di Roma nel 2013. Con un po’ di impegno possiamo sorvolare sull’audio di scarsa qualità – che sfortuna! – e assaporare le sonorità di quello che sembra quasi un esperimento musicale, messo in atto da un affascinante Dabirè in tunica chiara, che unisce le tradizioni ritmiche della propria terra con un cantato dal sapore sciamanico e velatamente orientale. Strumenti tradizionali, percussioni e cordofoni appaiono nel video e la loro apparizione è da protagonisti, ruolo che hanno avuto e continuano ad avere nel percorso di studi dell’artista.

 

 

Attraverso questo ascolto giungiamo alla canzone, mio “tormentone” etnico di qualche anno fa, accennata al principio. In svariati articoli precedenti ho fatto riferimento a una collezione di cd di musiche del mondo risalente a una decina di anni fa che mi ha regalato tantissime emozioni in musica. Una di queste è stata ed è ancora oggi Siza, brano scritto da Dabirè nel 1996 e inserito nell’album Kontomè (Spiriti). Per me questa canzone ha sempre avuto il fascino dolce e ammaliante di una ninna nanna. Qui la voce di Dabirè è profonda e amorevole, ferma e delicata, come quella di un padre che accompagna la crescita di un figlio; la culla è quella delle tradizioni africane, della sua Africa che abbraccia senza cedimenti gli altri popoli, le altre voci, le altre anime. Siza è anche di più, è una canzone di consapevolezza, di dignità umana e di coraggio. Questo emerge anche dalle parole con le quali lo stesso Dabirè la descrive in un’intervista di due anni a Il Fatto Quotidiano:

Siza, in lingua dagarà, una delle tante lingue tradizionali del Burkina Faso, vuol dire verità. Si tratta di un mio brano composto negli anni ’90. Oggi più che mai ci ritroviamo a confrontarci ineluttabilmente con la Verità a ogni livello dell’esistenza, dal collettivo all’individuale. […] corrisponde quindi a una sorta di augurio per il momento delicato che le nostre società stanno attraversando per accogliere ed accettare con responsabilità quell’essenziale verità nascosta sotto tanti comodi aggiustamenti, nelle dinamiche di interessi che spesso la stravolgono ad uso e consumo di chi la proclama.”

 

 

La parte conclusiva dell’articolo non può che essere dedicata a Tieru (Riflessioni), disco del 2002, considerato da molti, non a torto, come suo capolavoro discografico. Tutto il percorso e tutte le esperienze di vita a cui si è fatto cenno convergono in questo album attraverso il quale Dabirè conferma il suo talento, la sua perseveranza, la sua ricchezza culturale e umana. Questo lavoro è stato felicemente coadiuvato da artisti e amici che hanno impreziosito del loro speciale contributo una materia già pregevole di suo. Tra questi il talentuoso artista congolese Lokua Kanza, il celebre percussionista francese di origine ivoriana Manu Katchè e Dominic Miller, magico chitarrista di Sting e anche di tanti altri grandi. Il pezzo estratto è Wo I Do (Ascolta, uomo) qui in una versione live eseguita nel 2003 durante il festival tedesco Jazz Baltica. All’evento hanno preso parte anche Paul Dabirè, fratello di Gabin, e il celebre chitarrista jazz Pat Metheny. Il brano regala agli ascoltatori una grande musicalità, come da tradizione africana, una notevole raffinatezza e un senso di coinvolgimento magico irradiato dalla voce magnetica di Dabirè

 

 

Giunta ora alla conclusione, sono soddisfatta per aver finalmente dedicato uno spazio, seppur nel mio piccolo, a un artista significativo e meritevole, che ha contribuito così tanto alla musica e che fa parte, ormai da tempo, dei miei ricordi. Spero che in tutto il tempo da voi impiegato nella lettura e negli ascolti abbiate sperimentato un piccolo viaggio in Burkina Faso e vi siate sentiti cullare dalla voce profonda e paterna di Gabin Dabirè.
Alla prossima!

Enjoy & breathe the colors..

 

 

 

Bonga Kwenda: voce di libertà per l’Angola

Standard

bandiera angola

L’articolo di questa settimana, ultima del mese di ottobre, nasce dalla segnalazione di un amico e affezionato lettore di questo blog. In più occasioni, nelle righe finora depositate in questo piccolo forziere colorato che va sempre più arricchendosi di tesori musicali, ho ricordato l’importanza enorme che hanno per me la collaborazione e il confronto. La condivisione è uno dei pilastri di questo spazio che sento mio ma che immagino, nel contempo, aperto a tutti. Ecco che l’idea di un’altra persona si unisce alla mia e il risultato creativo si trasforma nel punto di avvio di un altro racconto, di un’altra storia. Di musiche, di popoli e culture. 

Colors on the loose lascia l’Italia nuovamente alla scoperta di nuovi territori musicali, dopo l’improvvisa e anche un po’ improvvisata sosta toscana, la quale, tra le altre cose, ha riscosso un successo sorprendente! 😀 Dopo qualche settimana ritorniamo in Africa, fermandoci questa volta in Angola. Siamo nell’Africa subsahariana, in uno stato abbastanza vasto, che conta una discreta costa sull’Oceano Atlantico. Come tutti i paesi africani ha alle spalle una storia drammatica i cui pesanti strascichi si avvertono ancora oggi. Prima di mettermi a scrivere questo post, sapevo poco di questo paese, erroneamente associato a quelli limitrofi. Poche notizie storiche e attuali in generale, e ancora meno in campo musicale. Il suggerimento di un artista angolano, le cui bravura e particolarità mi hanno subito colpita, mi ha permesso di andare a cercare qualcosa in più sul paese, aiutandomi così a distinguerlo dalle altre realtà africane. Ben poco ci viene insegnato della storia di questo continente. Ancora meno sentiamo parlare dell’Africa nei media, a meno che non si tratti di assegnare un luogo di provenienza ai migranti che a fatica giungono sulle nostre coste. Siamo stati costantemente tenuti all’oscuro di quanto successo e continua a succedere in quelle terre perché è esattamente in quei territori che è avvenuta e continua ad avvenire una serie lunghissima di episodi che “è meglio tacere”. Spesso scegliamo di ignorare, di perseverare nell’indifferenza perché è quello a cui da sempre siamo stati abituati. Esperti e appassionati a parte, il continente africano è quello di cui sappiamo meno in assoluto. Invito voi, come ho invitato me stessa, a chiedermi il perché. Oggi sveliamo qualcosina e lo facciamo nel modo più bello: attraverso la musica. Informarsi sulla storia e le vicissitudini, spesso tragiche, di un paese non deve per forza essere un’attività noiosa o “roba da nerd”. Ogni nazione ha avuto sicuramente almeno un artista rappresentativo, che ha diffuso, per mezzo della sua arte, i suoi sentimenti e le sue lotte per la terra natia. Il post di oggi ribadisce ancora una volta il valore della musica e dimostra che le lezioni di storia e cultura non si trovano solo nei manuali, ma anche nei lyrics delle canzoni. Il risultato è anche più dinamico, interessante e coinvolgente. In questo caso, darò insieme a voi uno sguardo alla storia angolana attraverso le parole e la musica di Bonga Kwenda, LA voce dell’Angola

L’artista, il più rilevante e completo rappresentante non solo della cultura ma anche della storia travagliata di questa terra, nasce 70 anni fa nella provincia di Bengo. Scorrendo la sua biografia, ci si chiede immediatamente come abbiano fatto due genitori africani a chiamare il figlio: José Adelino Barceló de Carvalho. Questo il nome di battesimo di Bonga. Lì per lì si avverte la stessa confusione che si prova quando ci si rende conto che una cosa, qualsiasi essa sia, non è esattamente come ce l’eravamo figurata. Il vero nome di Bonga Kwenda condensa la storia di un paese africano – mi chiedo se ce ne sia stato uno a riuscire a scampare all’orda degli europei e/o occidentali, in base a come ci piace definirci, colonizzatori – che ha subito per secoli una dominazione, in questo caso portoghese, tanto radicata da penetrare nella cultura autoctona e assorbirla in sé quasi completamente.  José Adelino Barceló de Carvalho nasce in un’Angola ancora assoggettata ai portoghesi e diventa adulto durante il delicatissimo periodo che porterà il paese alla rivoluzione e alla, per quanto fragile, indipendenza. Prima atleta affermato, sceglie poi di dedicare la sua vita alla musica nel 1972, soltanto tre anni prima delle sommosse che restituiranno all’Angola la “libertà”, dopo svariati secoli di dominazione portoghese. 

La storia musicale e umana di José Adelino, diventato Bonga Kwenda agli inizi degli anni ’70 proprio per la volontà di assumere un nome di inequivocabile etimologia africana, assomiglia a quella di Mercedes Sosa in Argentina. Entrambi hanno incarnato lo spirito di lotta antifascista e il bisogno di libertà e cambiamento così sentiti nei propri paesi d’origine ed entrambi hanno subito l’esilio per essersi esposti in prima persona. Bonga viene spedito in Olanda nel 1972 perché i testi delle sue canzoni, veri e propri inni alla cultura angolana e alla difesa di questa dall’ingerenza spudorata di quella portoghese, vengono considerati sovversivi e pericolosi. E’ proprio lì che Bonga cambia il proprio nome e pubblica il primo, notevolissimo disco, dal titolo che trasuda un senso di attualità quasi spietato: Angola ’72. L’album contiene uno dei suoi brani più rappresentativi, per testi e per stile musicale: Mona Ki Ngi Xica

La canzone, mostrata qui in una versione live abbastanza recente trasmessa dalla tv francese, è cantata in una delle lingue angolane e parla in maniera diretta dello sfruttamento subito dai suoi conterranei. Mi ha colpito fin da subito questa sorta di discordanza tra i testi così legati alla storia angolana e le sonorità che più che richiamare i ritmi percussivi tipicamente africani rimandano a un certo tipo di musica sudamericana. Il nome di Bonga Kwenda è, iinfatti, associato al genere musicale semba, vero e proprio antesignano della più famosa samba. Ancora una volta ci troviamo di fronte a un elemento su cui riflettere: la semba è un genere musicale angolano ma reca chiaramente dentro di sé caratteristiche del folk portoghese, tanto da suonare, almeno ai primi ascolti, più simile alla musica del paese europeo che non a quella africana per antonomasia. Ad ogni modo, Bonga è riuscito a svincolare questa musica dall’influenza europea, rendendola, grazie anche alle sue parole, perfettamente angolana. Non a caso l’artista è stato più volte definito “the voice of Angola”!

Bonga ha cantato sia nei dialetti angolani che in portoghese. Proprio in quest’ultima lingua è un altro brano cardine della sua carriera, Sodade, contenuto nel secondo album dell’artista, Angola ’74, e cantato in coppia con Cesaria Evora, celebre cantante di Capo Verde, arcipelago africano nell’Oceano Atlantico, anche questo rimasto fino al 1975 sotto dominio portoghese. 

Il pezzo è, secondo me, uno dei più belli del repertorio di Bonga, grazie alla mescolanza di due voci sofferte e appassionate come la sua e quella della Evora

All’indomani dell’indipendenza, l’Angola ha cercato con estrema fatica di recuperare un’identità nazionale rimasta forse per troppo tempo occultata dalla dominazione europea. Il paese è precipitato in un caos politico e sociale tale da essere ancora ben lontano dalla dissoluzione. La voce di Bonga ha continuato e continua a essere la rappresentazione critica di uno stato basato su un equilibrio estremamente precario e in cui la cultura fa ancora fatica a trovare un posto ben definito e dignitoso. La musica di Bonga, molto amata dai connazionali, rimane come messaggera di pace e di riscatto per tutto il popolo angolano. L’ultimo video dell’articolo mostra un’esecuzione live allegra e partecipata di Ngana Ngonga, tratto dal greatest hits, O’melhor de Bonga. Apprezzabilissima la fisarmonica che fa da sottofondo a un pezzo dalla musicalità variegata e coinvolgente.

Salutiamo qui il talento e l’importanza storico-culturale di Bonga per il suo paese, e l’Angola, con la speranza che il paese riesca finalmente a lasciarsi alle spalle un periodo troppo lungo di dominazione e a trovare una propria unica e speciale dimensione. Se ci riuscirà, in un futuro si spera breve, sarà stato anche per merito di Bonga

Enjoy and breathe the colors…

Settimana in Mali. La chitarra multicolore di Habib Koité

Standard

bandiera mali

Questa settimana si torna in Africa. Dopo il Congo e la Tunisia, si raggiunge il Mali per conoscere Habib Koité. Non so a quanti di voi questo nome dica già qualcosa. Per quanto riguarda me, devo ammettere che fino a pochissimo tempo fa non avrei saputo cosa dire a chiunque mi avesse parlato di lui. Mi piace molto la musica africana. Sfortunatamente, però, mi riesce ancora difficile distinguere tra le innumerevoli tradizioni musicali che colorano questo enorme continente. Musica dell’Africa araba e del Maghreb a parte, il mio orecchio percepisce il resto ancora come un dipinto essenzialmente uniforme, per quanto piacevolissimo e ricco di colori. Non è così e pian piano voglio imparare a cogliere, anche grazie a questo blog, le differenze  musicali nazionali presenti in Africa. Torniamo per ora all’artista a cui l’articolo di questa settimana è dedicato. Risale a poche settimane fa l’ascolto del pezzo che mi ha introdotto a Habib Koité. Non sarei mai riuscita a pensare al Mali come al paese di provenienza dell’artista; lì per lì ho pensato: ecco un ottimo esempio di musica africana; potrei parlarne nel blog! Eccolo qui nella versione da studio:

Il suono particolare di una chitarra su un cantato dolce impreziosito da cori tenui eppure efficaci e da un’allegra sezione di fiati ha reso immediatamente questo pezzo un ascolto pieno di una bellezza musicale degna di essere esplorata. E l’esplorazione ha condotto a una notevole scoperta: Habib Koité non è uno dei tanti cantanti africani, è una vera e propria leggenda in Mali, nel resto del continente e nel mondo; la sua chitarra è da una ventina d’anni una delle più rappresentative dell’Africa. Il brano appena ascoltato fa parte dell’ultimo album (2007) del chitarrista maliano. I titoli della canzone e del disco, rispettivamente Africa e Afriki, suggeriscono un’attenzione particolare alla propria terra. Il sito ufficiale parla di un album interamente dedicato ai problemi, alle battaglie, ma anche ai difetti e ai lati negativi del continente africano. 

Andando a ritroso, si scopre che Habib Koité, nato nel 1958, proveniente da una lunga stirpe di Khassonké Griots – che in Europa chiameremmo cantastorie -, formatosi da autodidatta assorbendo letteralmente dai genitori l’attitudine alla musica, si trasforma in cantante delicato e intimista e, soprattutto, in un chitarrista estremamente talentuoso e creativo. Prima di passare alla chitarra, Koité aveva imparato a suonare su uno strumento tradizionale maliano, il Kamele n’goni, cordofono a 4 corde. L’influenza di questo inizio lo porta a sviluppare una personalissima tecnica musicale: suonare con un’accordatura basata su scala pentatonica e/o su open strings, quasi come la chitarra fosse un kamele n’goni

In una carriera ormai quasi ventennale Koité ha pubblicato solo 4 album in studio ma ha all’attivo un vero e proprio record: più di 1000 concerti, tra le cui venues figurano alcuni tra i palchi più importanti del mondo. Il secondo pezzo che ci apprestiamo ad ascoltare, intitolato Wassiye e tratto dal secondo album, Ma Ya (1998), qui in un’intensa versione live, mostra la grande raffinatezza di composizione e di esecuzione strumentale e vocale dell’artista, oltre a una serie di interessanti strumenti tradizionali. 

La musica di Habib Koité è un miscuglio sofisticato di tradizione, flamenco e blues. A proposito di quest’ultimo, nel 1999 il cantautore maliano gira il mondo in tour in coppia con il chitarrista blues statunitense Eric Bibb. Il blues di Bibb, perlopiù acustico, vicino a quelle roots tormentate tipiche del genere, e la chitarra virtuosa e la voce morbida di Koité, ricreano, attraverso le loro performance congiunte, quel legame imprescindibile tra musica africana e blues. Nel connubio delle loro voci e delle loro chitarre si percepisce un’origine comune, un’intesa naturale ed è come se le dimensioni temporali di passato, presente e futuro si trovassero a convivere nello stesso momento, sulle note dei due musicisti, in un rapporto tanto armonico come quello tra una madre e un figlio. Qui di seguito Habib Koité ed Eric Bibb eseguno live Tombouctou.

Enjoy and breathe the colors…

Colorful holidays

Standard

La barca a vela di Colors on the loose, dopo aver visitato già due volte, in un mese e mezzo circa di navigazione, quasi tutti i continenti, si ormeggia per un po’ in un porticciolo nei pressi di Brindisi, in attesa di riprendere i suoi giretti per il mondo intorno al 20 agosto. Questa frase “a effetto” per dirvi che vado giusto un po’ in vacanza visto che le temperature calde di questo periodo sciolgono le mie possibilità di pensiero intelligente e creativo! 😀

Come già detto, tra una decina di giorni o poco più, riprenderemo a navigare e chissà in quale Paese approderemo questa volta – non lo so, ancora, nemmeno io! 😀 Nel frattempo, ho pensato di scrivere questo post per augurare a tutti delle buone vacanze, in qualsiasi modo decidiate o siate costretti a passarle. Mi e vi auguro che siano giorni di spensieratezza e relax ma anche di coesione e condivisione, di piacevoli scoperte, e di musica colorata per giornate colorate. (Okay, non fate troppo caso a questo esemplare di slogan arrangiato!)

Quale migliore occasione per mettervi al corrente di un progetto musicale e culturale meraviglioso? Playing for change, il cui motto è connecting the world through music (unire il mondo attraverso la musica), è ciò che ho scelto per salutarvi prima della pausa vacanze.

Immaginate tantissimi musicisti provenienti da ogni continente suonare e cantare INSIEME pezzi importanti della storia musicale mondiale per opera di un progetto – ora anche fondazione – che mette a disposizione una sorta di studio di registrazione itinerante per portare la musica dappertutto e per riceverla da ogni luogo. Tutto ciò allo scopo di adoperare il suo enorme potere per creare condivisione, comprensione e solidarietà al di là di qualsiasi tipo di barriera. Lontano da stupidi pregiudizi. Vicino, invece, il più possibile, a un’ideale di comunanza, uguaglianza e rispetto reciproco che bisognerebbe avere come obiettivo comune primario (per quanto, gli eventi di queste settimane in Italia abbiano dimostrato e stiano dimostrando il contrario. Ma questa è solo una parentesi.). Gli artisti che hanno aderito a Playing for change sono, perlopiù, artisti di strada. Questo contribuisce a incrementare il valore e l’autenticità dell’iniziativa.

Primo esempio della musicalità colorata, allegra e transnazionale del progetto, nonché pezzo che mi portò, qualche anno fa, a venirne a conoscenza, la celeberrima Stand by me in versione Playing for change.

Talento di questi musicisti e cantanti – che nulla hanno da invidiare ai loro colleghi “famosi” e membri dello star system – a parte, il video mette in evidenza semplicità umana, amore per la musica, partecipazione sentita e fiducia nel potenziale costruttivo e positivo della musica. Vedendolo per la prima volta, questo video mi ha fatto commuovere ed è ancora così. Sento quel tipo di commozione che uno ha di fronte alla prova che le cose belle, le collaborazioni positive, all’insegna della pace e dell’uguaglianza, possono effettivamente realizzarsi.

Numerosi i pezzi realizzati da questa straordinaria iniziativa, di cui fanno parte anche alcuni ottimi artisti italiani. Vorrei farne parte anche io! Sul sito ufficiale di Playing for change, viene specificato che anche soltanto aiutare a diffondere il progetto, attraverso blog, siti web personali e social network, è sinonimo di partecipazione. Date un’occhiata:  http://www.playingforchange.com

Vorrei postare qui tutti i video ma non è possibile. Lascio a voi il resto della scoperta.

Arrivati al momenti dei saluti, concludo con due video altrettanto straordinari: una toccante versione di What a wonderful world (Louis Armstrong) eseguita con passione dal simpaticissimo cantante di strada statunitense Grandpa Elliot  con cori di bambini da tre continenti…

… e un’emozionante versione di Imagine (John Lennon) con contributi da tutto il mondo e con la testimonianza visiva delle cose belle ottenute da Playing for change.

Buone vacanze!!! 🙂

banner-278x150

Enjoy, breathe the colors and…. join the movement!

Tunisia: misticismo jazz sulle corde di un oud.

Standard

bandiera tunisia

La nave utopica di Colors on the loose veleggia da nord a sud e, imboccando lo stretto di Gibilterra, fa il suo ingresso nel Mediterraneo per fermarsi, questa volta, in Tunisia. Un approdo sulle coste del Paese maghrebino per raccontare, in breve, la storia di Dhafer Youssef, musicista, cantante e compositore di immenso talento. Una bella storia di musica e, soprattutto, di riscatto e di vita. 

Prima di dire qualcosa su di lui e di passare ai video – cosa più importante! – volevo rendervi partecipi di come è avvenuta la sua scoperta. Appassionata di musiche di ogni provenienza, sebbene ci siano davvero uno e tanti mondi da scoprire, mi trovo a non sapere, a volte, come e cosa cercare. Un giorno, presa da tale “mancanza di ispirazione”, decido di “indagare” su strumenti musicali, come dire, poco consueti. Ecco che salta fuori l’oud, splendido liuto arabo che per me, all’inizio, era un parente non troppo lontano e “grassoccio” del nostro mandolino e che, qualche ricerca dopo, diventa quello strumento antichissimo e quasi venerato a cui gli arabi affiancano l’appellativo di sultano. Affascinata dal suo suono caldo e ipnotico, sposto la ricerca sui migliori oud-isti – si chiameranno così?! 😀 – in circolazione . A questo punto fa la sua prima apparizione in questa storia Dhafer Youssef. Concentriamo ora l’attenzione su di lui! 

Una bella storia, dicevo, quella di questo artista nato 46 anni fa a Teboulba, piccola cittadina di mare sulla costa orientale della Tunisia, davvero ” a poche bracciate” dalla nostra Lampedusa. Nasce in una famiglia tanto numerosa quanto povera. Leggo sul sito ufficiale che, non avendo soldi nè per prendere lezioni di musica nè per comprare un vero strumento, impara a suonare a orecchio e costruisce da sè, con i materiali più impensabili, il suo primo oud. Già per questo, prima ancora di sentirlo suonare, riscuote tutta la mia ammirazione. Emigrato a Vienna per cercare una vita più stabile, mentre si impegna in moltissimi tipi di lavoro, viene in contatto con un fervido ambiente musicale che riconosce il suo talento e lo inserisce nella scena jazz del posto. Da lì la sua carriera decolla. Inizia presto a collaborare, lui, self-made musician dalla piccola città tunisina, con grandi musicisti della scena nu jazz mondiale. Tra questi figurano il chitarrista norvegese Eivind Aarset e il trombettista italiano Paolo Fresu. Insieme, i tre, incidono nel 2008 un disco che ospita due pezzi composti da Youssef. Uno di questi, dal titolo estremamente suggestivo, Istanbulogna, è il primo che mi appresto a postare qui perché esplicativo della bravura e del sound proposto dal musicista maghrebino. 

Il pezzo si snoda al mio orecchio come un connubio perfetto di musica tradizionale orientale – dove, per orientale, si intende, del mondo arabo, – e di jazz fusion, reso reale dalla fusione, appunto, dell’oud di Youssef, incline in alcune parti ai virtuosismi, dalla tromba di Fresu e dalla chitarra di Aarset.  Una fusion dal sapore mistico che si può rintracciare nell’intera produzione discografica del musicista, composta di cinque album, in un lasso di tempo che va dal 1999 al 2007. Personalmente, non sono una grande appassionata del genere fusion ma questo incontro raffinato di musica araba che, invece, ho sempre amato, e di sonorità jazz mi ha subito conquistata.

Prima ho parlato di Dhafer Youssef non solo come di un grandissimo suonatore di oud ma anche come di un cantante talentuoso. Dotato, per la verità, di una tecnica vocale impressionante, è in grado di passare dalle tonalità più basse a quelle più acute con una padronanza tale da farlo sembrare una sorta di Demetrio Stratos del Maghreb. Due voci, quelle di Youssef: la sua e quella del suo oud, che possono essere apprezzate nel capolavoro Les ondes orientales, contenuto nell’ultimo lavoro discografico, Abu Nawas Rhapsody, qui in una magistrale versione live.

Sorriso pacifico e sereno, e grande personalità musicale. 

In chiusura, non ho potuto fare a meno di notare, attraverso la conoscenza di questo grande artista, quanto possa essere significativo il potere della musica. La storia di Dhafer Youssef è una storia di riscatto personale ma è, soprattutto, un esempio importante di superamento di barriere geografiche e di genere musicale. Le sue fruttuose collaborazioni con musicisti italiani, austriaci, norvegesi, armeni, etc., sono una delle dimostrazioni di integrazione e comprensione musicale e umana per le quali la nostra nave continua e continuerà a veleggiare. 

Enjoy and breathe the colors!

Intro

Standard

Da brava amante delle esplorazioni in generale, con una spiccata predilezione per quelle musicali, sono molto contenta di poter dare inizio a questa nuova “avventura”. 

Un po’ come se corressi in aeroporto a prendere il primo aereo disponibile, ignorandone la destinazione, non so come andrà né dove arriverò. Non importa. Del resto, fior fiori di scrittori hanno più volte sottolineato quanto ciò che conti di più non sia l’arrivo, la fine di un viaggio, bensì il percorso che si compie per giungervi. Sarà così anche per Colors on the loose!

Cos’è effettivamente Colors on the loose (Colori in libertà!)? Un blog personale? Un blog musicale informativo?

Beh, di sicuro di musica si parlerà ma non sarà un blog, come dire, tecnico. Gli amici musicisti mi scuseranno – anzi, sono invitati a partecipare e commentare – ma le mie “recensioni” nulla avranno di tecnico e di astruso. Sicuramente ho un orecchio musicale parecchio allenato ma tutto quello che scriverò sarà dettato dall’emozione, dall’irrazionalità, dalla passione e dai colori che immaginerò fondersi in una canzone o in artista. Perché è così che io vivo la musica!

Un blog di musica etnica?

Se si sceglie di adottare questa dicitura, come spesso accade, per creare delle etichette, delle divisioni e, soprattutto, per perseverare nel considerare “diversa” tutta la musica non propriamente occidentale, allora… semplicemente… giammai! Siamo qui, al contrario, per diventare spettatori e, in questo caso, soprattutto ascoltatori, dello sgretolamento dei confini perché la libertà di espressione ricercata attraverso la musica è la stessa a tutte le latitudini e perché la musica stessa, TUTTA la musica, di ogni popolo, ha pari dignità, pari bellezza e pari arcobaleni di colori. 

Sogno da tempo di poter assistere a un evento in cui musicisti di ogni parte del mondo siano invitati a esprimere se stessi e le proprie culture liberamente, nell’ammirazione e nel rispetto reciproci, in un’atmosfera festante di pace e libertà. In attesa di ciò, navigo alla scoperta di nuovi colori e nuovi ritmi da poter condividere anche qui! 😉

Ora concludiamo questa intro e avviamo il tutto! Ho pensato e ripensato a un modo per iniziare. Alla fine, mi è venuto in mente di rispondere a una domanda molto semplice: qual è stata una delle prime canzoni ad alimentare la mia curiosità verso le musiche del mondo? Ho dovuto rifletterci un bel po’ e tornare indietro, a tempi ancora ignari di parecchie scoperte e di altrettanti ricordi. La risposta, infine, è giunta!

Dovevano essere gli ultimi anni ’90 e, sebbene sia passata anche io, come molti altri, dalla “fase Spice Girls & Backstreet Boys”, iniziavo fortunatamente a essere attratta da orizzonti più vasti, da sonorità musicali ancora inusuali per il mio orecchio adolescenziale. Una prima folgorazione avvenne grazie a uno spot pubblicitario che qui ovviamente non citerò – anche perché non lo ricordo nemmeno! Negli anni di che spot si trattasse non so più dire, ma la canzone scoperta è rimasta ed è tuttora una delle mie preferite. Eccola qui….

Siamo nella Repubblica Democratica del Congo e chiunque sia appassionato di musiche del mondo conosce Papa Wemba, grandissimo artista, sulle scene internazionali da diversi decenni e con all’attivo innumerevoli album. Non è un mistero che la musica africana sia solitamente allegra e solare, con ritmiche in grado di smuovere e far ballare anche i più legnosi. Niente luoghi comuni ma 15 anni fa Yolele mi metteva di buon umore, mi faceva immaginare spazi aperti e soleggiati – il che è già un merito notevole considerando che si aveva a che fare con l’umore nero di un’adolescente – e suscitava in me emozioni più profonde e forti di quanto non facessero i cantanti miei coetanei o poco più anglo-americani. Ancora oggi, Yolele non manca mai nelle mie playlist di musiche del mondo. Sono ancora ammaliata dalla voce traboccante di anima di Papa Wemba e non ho ancora smesso di essere alla ricerca di tutti i colori che si fondono in questo brano. 

Di questo grande artista, in versione live, consiglio anche Sala Keba:

Just enjoy!!!