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Blick Bassy – Tour dates

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In relazione all’articolo del 24 gennaio 2016, Il Camerun nella borsa musicale di Blick Bassy (https://colorsontheloose.wordpress.com/2016/01/24/il-camerun-nella-borsa-musicale-di-blick-bassy/) nonchè al tour del musicista camerunense, si segnalano diverse date in giro per l’Europa, a partire da quella del prossimo 3 febbraio ad Amburgo, Germania fino al concerto a Birmingham, UK previsto per il 28 agosto.

Date voi stessi un’occhiata sul sito ufficiale dell’artista: http://www.blickbassy.com/#tour. 🙂

Il Camerun nella borsa musicale di Blick Bassy

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Bandiera Cameroon

 

E’ un tranquillo weekend di neve, qui, a poco più di 2000 km da casa. Guardo a lungo fuori dalla finestra. Certe atmosfere continuano a essere nuove e sorprendenti per me. Ci ho messo 30 anni per scoprire che la neve cade davvero sotto forma di quei cristalli che siamo sempre stati abituati a disegnare. Piccole, grandi gioie di chi si trova immerso in paesaggi e scenari ben lontani da quelli di origine.
Con la temperatura, oltre i vetri, scesa di 10 gradi sotto lo zero, non è neanche male prepararsi l’ennesimo tè, avvolgersi in una coperta e dedicare finalmente del tempo alla musica e a quelle scoperte che finiscono per riscaldare il cuore, oltre che l’atmosfera. Quasi per caso, mi sono ritrovata a saltare da un sito all’altro con in mente l’idea di scovare qualcosa di veramente bello, per far ripartire in bellezza la nave di Colors on the loose e per fare semplicemente un regalo a me stessa – e, ovviamente, a voi cari lettori e lettrici. Il panorama italiano di siti che abbracciano un’idea più ampia della musica, svincolata dai classici parametri di giudizio che prendono come riferimenti quasi assoluti le sonorità “occidentali”, è sfortunatamente un po’ carente. Eppure, ci sono tante storie che meritano di essere raccontate, condivise e diffuse. Per il ritorno effettivo di Colors on the loose ai mari musicali, ho scelto la meravigliosa scoperta di queste giornate color di neve. Ed ecco che i colori, tutti, sono ritornati in libertà! 🙂
Seguendo  l’indizio della bandiera in copertina, andiamo in Africa… ma non solo. La storia dell’artista di questo mese si origina in Camerun e trova un suo prosieguo in Francia. E’ una vicenda di migrazione con esiti – per quanto non immuni alle problematiche del caso – felici, oltre che di grande classe musicale. Conosciamo Blick Bassy e la sua storia. Una gran bella storia!

Siamo nella metà degli ’70 quando nasce a Yaoundè, capitale del Camerun ai margini della savana, Blick Bassy. Nel paese africano le etnie e le lingue sono numerosissime e molto diverse tra loro. Il giovane Blick cresce nella comunità rurale di etnia e lingua Bassa, composta ormai da poco più di 230.000 persone. In un’intervista molto significativa rilasciata al celebre giornale britannico The Gaurdian, Blick racconta di aver respirato musica fin dai suoi primi anni di vita e di esser stato esposto contemporaneamente alle sonorità tipiche dei suoi territori e della sua cultura, e ai generi jazz, soul e  bossa nova di provenienza nord e sudamericana. Blick cresce diventando un musicista e un artista sempre più completo ma nel 2001 si concretizza la svolta fondamentale della sua vita: l’emigrazione in Francia. La sua è un’esperienza, sostanzialmente, positiva. Riesce a integrarsi bene. Vive per circa 10 anni in una Parigi che in cambio di qualche momento difficile gli regala sicurezza, stabilità, la possibilità di crescere professionalmente e, soprattutto, quel distacco dalla propria terra madre talvolta necessario per apprezzarne ancora di più le peculiarità. Contestualmente alla sua crescita umana avviene quella musicale: Blick Bassy inizia prendendo parte a Jazz Crew, una band dedita principalmente al genere bossa nova. Successivamente fonda Macase, un gruppo jazz fusion che riesce ad affermarsi in modo considerevole e a vincere anche diversi riconoscimenti. Il suo debutto come artista solista avviene nel 2009 con l’album Leman, che in lingua Bassa significa specchio. Il titolo scelto per questo primo lavoro non è casuale e racchiude quello che è, secondo Blick, uno dei fini principali della musica: la possibilità di riflettere e quindi di affrontare i problemi, le caratteristiche e le particolarità di una cultura e di una società. Attraverso Leman, Blick Bassy inizia a parlare musicalmente  e non della sua Africa. Dopo il titolo, un’altra scelta non casuale è quella di cantare in lingua Bassa, quella della sua comunità di origine. La musicalità di questo idioma, tra le pieghe della sua voce calda e avvolgente, si propone di abbozzare una risposta a domande quali: cosa significa essere africano?; quali problemi si devono davvero affrontare?; come si è trasformata la cultura? Grande raffinatezza, grande classe, un arcobaleno di colori in musica e, soprattutto, la rivelazione di un’anima profonda, come esplicitato nell’ultimo minuto – ma non solo – della performance live di Mintaba, brano estratto da questo primo album.

 

 

Gli anni in Francia fanno maturare sempre di più in Blick Bassy la consapevolezza delle sue origini, della sua cultura e della storia del suo popolo e di tutti quelli che hanno abitato e abitano il continente Africa. Il 2011 segna l’uscita del suo secondo album, Hongo Calling, il quale fa registrare un salto di qualità rispetto al precedente, non soltanto a livello musicale ma anche in relazione ai temi portati alla luce ed espressi nelle sue canzoni. Si tratta di un album che ricalca la struttura di un diario di viaggio, nell’accezione più complessa della definizione. Il viaggio in musica di Hongo Calling riprende le fila di quelle rotte della schiavitù che tanto hanno segnato e, da una certa angolazione ancora continuano a segnare, la storia africana. Blick Bassy non ne racconta, però, soltanto le brutture. Racconta i frutti, anche positivi, dell’incontro tra le culture dell’Africa e, una fra tante, quella brasiliana. In una intervista diffusa dal canale World Connection, Blick Bassy definisce l’album non solo un viaggio che collega geograficamente due continenti ma anche come un cammino nel tempo che ripercorre gli ascolti musicali della sua vita e, su più larga scala, la storia di tanti conterranei. L’hongo è uno strumento a percussione suonato, solitamente, a scopo rituale, durante le pratiche curative delle malattie. E’, ancora di più, un richiamo intenso. Molto interessante inoltre la connessione, anche per lui all’inizio sorprendente, tra la ritmica di questo strumento africano e quella segnata da percussioni tipiche brasiliane. Sintesi perfetta di tutti i significati racchiusi in questo scrigno prezioso che è Hongo Calling e del viaggio ideale che collega il Camerun al Brasile è Nyango, qui in versione da studio. Il pezzo ha un sound fusion molto piacevole, impreziosito dalla voce sempre intima e coinvolgente di Blick nonché dalla compresenza riuscitissima di culture musicali diverse.

 

 

La storia di Blick Bassy è davvero un crescendo di qualità, valori e ricchezza dell’anima. Da qualche anno l’artista ha deciso di lasciare Parigi per trasferirsi in un paesino di un migliaio di abitanti non lontano da Calais, nel nord della Francia. La sua idea era quella di ritrovare un contatto più diretto con la terra, con la semplicità. Allo stesso tempo, Blick ritorna in Camerun molto spesso. Vivere lontano da casa per così tanto tempo non ha fatto che rinvigorire l’amore per le sue origini e l’affetto per il suolo natio. Il bagaglio di esperienze ha allargato la sua anima e gli ha dato la capacità di spaziare, attraverso la sua musica, dal passato della schiavitù al presente dell’emigrazione. Ogni sua canzone è un racconto, una sintesi di contaminazioni e fusioni a cui abbiamo assistito e assistiamo osservando la storia. La sua musica è la rivelazione materiale di uno dei benefici dei fenomeni migratori, degli incontri-scontri tra culture. La riflessione di Blick Bassy va anche oltre e si muove nel tentativo di aiutare i giovani africani ad affrontare l’emigrazione in modo più consapevole. Akö è l’ultimo album pubblicato dal musicista camerunense, appena un anno fa, nel 2015. E’ un’altra ottima prova che non fa che suggellare la capacità dell’artista di essere a suo agio tra sonorità diverse. Le sezioni di fiati risultano più accentuate, le ritmiche sono accattivanti e variegate; il cantato in lingua tradizionale Bassa si sovrappone alle note di strumenti come il banjo e il violoncello. La tradizione africana poggia il braccio sulla spalla del sound afro e latinoamericano, strizzando l’occhio a ciò che si ascoltava diversi decenni fa. Questo è quello che mi viene in mente ascoltando Wap Doo Wap, una delle perle di questo ultimo album.

 

 

Stesso discorso anche per Kiki, altro notevole pezzo estratto da Akö. Vien voglia di alzarsi dalla sedia e seguire con il corpo i movimenti segnati dai fiati. Il brano dura appena un paio di minuti ma è una ventata di calore, una sprizzata di energia positiva, un invito ad andare ed esplorare, seguendo le motociclette del simpaticissimo videoclip.

 

Blick Bassy è adesso al lavoro su un romanzo che tratterà il tema delle migrazioni. E’ un tema a lui molto vicino che ha già cercato di trattare tramite le sue canzoni e che adesso riprende con un’opera letteraria. Lui, che ormai si definisce cittadino del mondo, racconta la sua storia che poi è la storia di molti. Una di quelle storie che sono più vicine a noi di quanto pensiamo, da cui non dovremmo sentirci esclusi ma da cui dovremmo soltanto imparare. Blick Bassy ci rende partecipi della sua visione del mondo e delle trasformazioni che questo ha subito a seguito dei grandi spostamenti di genti nel tempo. Il cittadino del mondo che ha, comunque, sempre il suo Camerun nel cuore e a questo sempre ritorna nel fare musica e nello scrivere, nel riprendere le fila del passato e nell’immaginare il futuro.

“Un giorno mi sono chiesto: cosa posso vendere davvero in questo mondo? Mi sono reso conto che posso vendere solo quello che c’è nella mia borsa . Quello che ho nella mia borsa è il mio passato, il Camerun. Questo è il materiale allo stato grezzo della mia carriera.”

 

Enjoy & breathe the colors…

“Un racconto d’inverno”… Merry Christmas and a joyful new year!

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20 dicembre 2015 – Un racconto invernale
Preludio del ritorno

A nascondere l’emozione non ci provo neanche! Un anno di separazione dalla nave colorata di Colors on the loose ha (avuto) un certo peso. Ritornare, seppur lentamente, come pregustando uno slancio finale, mi regala un senso di liberazione, la carezza di un ritrovamento miracoloso. L’ispirazione non è mai mancata veramente. Il tempo, sì. Quello giusto, quello che scorre senza troppi affanni e che lascia quel margine di tranquillità che permette di sedersi e abbandonarsi al flusso della scrittura. E’ un lusso che, per svariati motivi, non ho avuto, tra lo scorso dicembre e il presente. Meditavo il ritorno da un po’, da quando ho iniziato a realizzare il senso di mancanza, a sentire farsi più vivo il dispiacere latente di sapere questa vecchia nave, carica di melodie e storie, ancorata da sempre più tempo. Il 2016 sarà l’anno del ritorno al viaggio. Solenne promessa alle vele… e non solo! 🙂 Prima di passare oltre, ci tengo a ringraziare alcuni affezionati lettori – sono più che certa sapranno riconoscersi – per aver contribuito ad alimentare significativamente il desiderio del ritorno. Se il vento torna, pian piano, a essere favorevole è soprattutto per merito vostro. 🙂

 

Oltre all’emozione anche lo stupore: questo è già il terzo articolo, su questa nave, dedicato alle feste natalizie e di fine anno. Nel 2016 ormai alle porte questa creatura, nata da una passione grande ma nel contempo semplice e genuina, compirà 3 anni. Questo pensiero non fa che rafforzare la voglia di continuare a darle la linfa giusta. Colors on the loose è stato un piccolo sogno divenuto realtà. Merita di continuare a brillare, come una stella intermittente la cui vita è ancora vicina all’infinito.
Il tempo non risparmia comunque nessuno ed ecco che è Natale ancora una volta. Come sempre, c’è chi la prende con gioia e con animo festante e chi non riesce a fare a meno di cedere all’angoscia per il tempo che passa e per la fretta con cui ciò avviene.
Per me questo sarà un Natale diverso: il primo lontano dalla casa di origine e da quegli affetti dai quali non si può prescindere. Il primo Natale in una terra lontana, straniera ma non per questo ostile. Non ci sarà il consueto paesaggio del mare increspato dalla brezza invernale. Non sentirò quei sapori e quegli odori che, fin da quando ero bambina, caratterizzano il periodo. Mancheranno la spensieratezza e l’ansia di un tempo. Saranno appunto un Natale e un inizio d’anno diversi ma avranno la loro bellezza, le loro peculiarità. Mi regaleranno nuovi ricordi e nuove ricchezze. Scrivo di questa situazione perché sono sicura non sia soltanto la mia ma quella di tante altre persone che, per un motivo o per un altro, per casi più o meno fortunati, si trovano lontano dalla propria casa.

 

Quest’anno il logo di Colors on the loose dedicato alle festività natalizie è chiaramente ispirato alla pace. Per situazioni personali che ho vissuto o che ho visto con i miei occhi e per quello che, senza distinzioni di sorta, è arrivato dal mondo in questo anno ora al tramonto, l’augurio di pace mi sembra quello più consono per le prossime festività e per l’anno che sta per giungere. Quando penso alla pace non mi viene in mente, in un modo che sarebbe anche semplicistico, soltanto la fine delle guerre a ogni latitudine. Penso a una serenità d’animo che non riusciamo più a provare e di cui parte del mondo è, da troppo tempo, costantemente privata. Il senso di pace di chi canta gioiosamente davanti a un camino acceso, di quei bambini che possono giocare spensierati come dovrebbe essere tipico alla loro età, di ogni persona che non è costretta da altri a sentirsi costantemente diversa, di chi riesce  a far tesoro di valori diversi traendone condivisioni e non divisioni, di chi non deve essere alla continua ricerca di modi per sopravvivere. E’ questa la serenità che vorrei augurare a tutti, per le prossime feste e per il futuro. E visto che Colors on the loose non è tale senza musica, per accompagnare questi auguri ho scelto due canzoni di uno dei miei gruppi preferiti di sempre: i Queen. Rileggendo il post-fiume del dicembre dello scorso anno, dedicato alle memorie musicali relative a questo periodo dell’anno, mi sono chiesta come abbia potuto dimenticarmi di loro. Sinceramente, credo che siano ben poche le fasi della mia vita non collegate, in qualche maniera, allo storico gruppo inglese e all’ineguagliabile voce di Freddie Mercury.
Proprio in questi giorni sono tornati alla mia memoria dei pezzi che ho sempre amato. Avevo già qualche idea in merito alle sfumature da dare a questo ritorno al blog e ho subito pensato a loro come alla veste musicale più adatta.

 

Siamo nel 1984 quando quando i Queen pubblicano per la prima volta, come B-side di un paio di singoli apparsi sull’album The works, Thank God It’s Christmas, loro contributo speciale al tema delle festività invernali. Il pezzo si muove su una ritmica che risente delle atmosfere musicali degli anni ’80. E’ gioios0, in qualche modo liberatorio e fa trasparire la speranza e l’augurio di un Natale di serenità, di pace, di affrancamento da tutto ciò che non vorremmo più né sentire né vedere né provare. Ulteriore auspicio è che possa essere Natale un po’ tutti i giorni.

 

 

 

“Oh my love we’ve had our share of tears
Oh my friend we’ve had our hopes and fears
Oh my friends it’s been a long hard year
But now it’s Christmas […]
Thank God it’s Christmas yeah
Thank God it’s Christmas
Can it be Christmas?
Let it be Christmas
Ev’ry day”
“Oh, amore mio, abbiamo condiviso molte lacrime
Oh, amico mio, abbiamo avuto le nostre speranze e le nostre paure
Oh, amici miei, è stato un anno lungo e duro
ma adesso è Natale […]
Grazie a Dio è Natale, sì
Grazie a Dio è Natale
Può essere Natale?
Facciamo che sia Natale
ogni giorno”

 

 

A distanza di poco più di 10 anni, nel 1995, questo pezzo viene rilasciato nuovamente. Questa volta compare come B-side di A winter’s tale, singolo estratto dall’album postumo – Freddie Mercury muore nel novembre del 1991 – pubblicato sempre nel 1995, Made in heaven, ultimo vero album della band. Il disco è così bello che sembra davvero sia stato concepito in paradiso. Una perla malinconica che, senza dubbi e senza ombre, riflette il destino di Freddie Mercury. Allo stesso tempo, una boccata di aria pura, di speranza; la descrizione musicale di quel momento catartico in cui le lacrime cedono il posto alla sensazione di essere prossimi ad abbracciare l’eternità. Un disco intimo, di una sensibilità tagliente che non può che attraversare tutti noi come un fascio di luce quasi accecante. E’ il saluto di Freddie dall’altra parte dell’esistenza: la sua voce è già consegnata all’eterno.

 

A winter’s tale è la penultima canzone dell’album ed è la sintesi perfetta dell’atmosfera del disco. Non riesco a quantificare la bellezza di questo brano. La voce di Freddie viaggia in libertà sulle note che danno vita a questa melodia invernale; si stende su un crescendo che la porta, fino alla fine, a squarciare l’ultimo velo di tristezza posto a celare la serenità finale. La canzone è un sospiro di sollievo e le parole dipingono uno scenario d’inverno che non può che regalarci tepore e gioia. E l’augurio vero, quello migliore è tutto nell’ultimo verso, nella declinazione fornita dalla voce di Mercury.

 

 

 

“[…] So quiet and peaceful
Tranquil and blissful
There’s a kind of magic in the air
What a truly magnificent view
A breathtaking scene
With the dreams of the world
In the palm of your hand… […]
A cosy fireside chat
A little this, a little that
Sound of merry laughter skippin’ by
Gentle rain beatin’ on my face
What an extraordinary place!
And the dream of the child
Is the hope of the man… [….]
My world is spinnin’ and spinnin’ and spinnin’
It’s unbelievable
Sends me reeling
Am I dreaming…
Am I dreaming…?
Oooh – it’s bliss.”

Leggi il resto di questa voce

Memorie di Natale… e tanti auguri!!!

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Logo Natale COTL

21 dicembre 2014. E’ quasi Natale, decisamente! Siamo più nel nuovo anno che in questo che stiamo lasciando, ormai! Per la seconda volta mi appresto, con piacere rinnovato, a fare a tutti voi, lettrici e lettori affezionati e occasionali, i miei più grandi auguri. Vorrei, per me e per tutti voi, per Natale e per il prossimo anno, un pacco pieno di buone notizie. Non per forza di quelle che cambiano la vita. Basterebbe una dose consistente di quelle che riscaldano le giornate con i colori della speranza e che generano primavere dell’anima. Speriamo bene! Questo è il mio primo, sincero augurio per ognuna e ognuno di voi. 🙂
Qui, però, siamo a bordo di Colors on the loose e sappiamo bene che il modo migliore per apprezzare e celebrare le festività e per gioire della condivisione di pensieri, idee e auguri è per mezzo della musica. Quest’anno ho deciso di dedicare qualche riga in più al “post natalizio”. Come vedrete, la sequenza dei brani – molti! – sembrerà essere priva di nesso logico, così come la scelta delle nazioni. Ebbene, questo articolo è nato sulla base di due idee molto semplici, chiaramente personali. Idea n. 1: si dice che a Natale “siamo tutti più buoni”. Io ho deciso di essere più libera e di scrivere e condividere musica con voi, travolta dal flusso dei ricordi, anche musicali, che questo periodo dell’anno fa riaffiorare sempre con grande forza. Da qui una playlist assolutamente personale e, apparentemente, senza logica. Idea n.2: Natale e Capodanno sono feste celebrate quasi in ogni angolo del mondo. Siano esse momenti della più sentita tradizione religiosa o pretesti dei non credenti per condividere e sentirsi più uniti, le feste di fine anno conservano sempre grande fascino. Sono culla di bilanci e di speranze, di malinconie e di gioie. Sono momenti irripetibili, sebbene possano sembrarci “sempre uguali”, nei quali ciò che lasciamo e ciò che ci prepariamo ad accogliere è sempre diverso dall’anno precedente. In qualsiasi modo e con qualsiasi spirito si scelga di festeggiare, la musica non risparmia nessuno. Essa è presente sempre – e menomale! – e costruisce la colonna sonora di ciò che viviamo e la melodia su cui si innestano i nostri pensieri. E’ così tutto l’anno ma in questo periodo ancora di più. Alcune canzoni natalizie, cantate e rivisitate a tutte le latitudini, ne sono la prova. 

Partiamo,dunque! Ho scelto di organizzare i contenuti in un elenco, per chiarire meglio i pensieri e per mettere ancora più in risalto i pezzi. Seguirò un mio personale ordine cronologico, almeno per un po’. A voi poco importa. Importerà, spero, leggere e ascoltare e, sulla base di questo, costruire i vostri ricordi musicali natalizi e di fine anno.

N.1 Tu scendi dalle stelle (Italia)

Nel mio piccolo paesino del sud, si usava e si usa tuttora cantare questa canzone della tradizione la notte di Natale. Quando ero bambina, queste note accompagnavano sempre la nascita del Bambino nel presepe di casa. Ora non la canto più come un tempo ma ascoltarla mi riporta indietro a momenti di dolce ingenuità infantile e di ignara felicità. Qui ho scelto una versione soltanto musicale, per zampogna e ciaramella, strumenti antichi che ho sempre amato. 

N.2 All alone on Christmas (USA)

Come tutti i bambini e le bambine, anche io adoravo guardare e riguardare i film Mamma, ho perso l’aereo e Mamma, ho riperso l’aereo. Mi divertivo con le avventure di quel birbante di Kevin McCallister (Macaulay Culkin) ma soprattutto apprezzavo tantissimo le canzoni, rigorosamente natalizie, che ne facevano da sfondo. Una di queste, tratta dal secondo film, è sempre stata in cima alle mie preferite. Eseguita dalla cantante afroamericana Darlene Love, All alone on Christmas, sebbene non conosciutissima come altre canzoni natalizie made in USA, rimane una delle mie canzoni preferite del periodo, per la sua energia trascinante nonostante il testo velatamente malinconico.

N.3 E così viene Natale (Italia)

Nel 1993 in casa mia, dove la musica non è mai mancata, arrivò la musicassetta di Walzer d’un blues degli Adelmo e i suoi sorapis, supergruppo composto tra gli altri da Maurizio Vandelli, Fio Zanotti, Dodi Battaglia e Zucchero. Avevo solo 8 anni ma ricordo ancora oggi quanto mi piacesse ascoltare quel disco, ancora molto valido e consigliato. Il primo pezzo dell’album, qui proposto, era tra i miei preferiti all’epoca ed è rimasto tuttora un pezzo da me molto amato, anche per il testo simpaticamente irriverente. E ogni anno ritorna con tutto il suo spirito non convenzionale!

N.4 O Tannenbuam (Germania)

Quando eravamo ragazzine, io e mia cugina preparavamo degli spettacolini da offrire ai nostri (poveri!) parenti crollati sui divani nel tragico momento del post-pranzone natalizio. Cantavamo e ballavamo per loro. La nostra passione per le lingue, già fervida all’epoca, ci portò a improvvisare l’esecuzione in lingua originale di alcuni pezzi. Ricordo che ci improvvisammo germanofone con una versione domestica di questo classico della tradizione natalizia tedesca. Decisamente meglio riascoltarlo qui nella versione della soprano Diana Damrau. 😀 A ogni modo, un caro saluto a mia cugina… con un po’ di nostalgia! 

N.5 Please, come home for Christmas (USA)

Crescendo, è diventato sempre più un rito per me allestire albero e presepe in casa, già alla fine di novembre. Un bel po’ di anni fa, decisi di preparare un CD con le canzoni a tematica natalizia nelle versioni da me preferite, che potesse costituire il sottofondo migliore al momento degli addobbi. Nella tracklist non poteva mancare questo pezzo, scritto dal bluesman Charles Brown nel ’60, nella splendida versione degli Eagles

N.6 Douce nuit (versione nel francese della Martinique)

Giunta all’età adulta, ben ferrata sul panorama musicale natalizio, spinta dalle mie passioni di cui Colors on the loose è una dimostrazione, sono andata alla ricerca di versioni “più locali” di questi classici. I risultati mi hanno portato alla conoscenza di rivisitazioni dalle sonorità estremamente interessanti perché impreziosite dalle particolarità musicali delle diverse culture. La prima che voglio condividere con voi è la versione in francese del classico tedesco Stille Nacht, realizzata da Kali, musicista valido e impegnato della Martinique, che ha saputo riprodurre il celebre pezzo nell’atmosfera dello zouk, stile musicale tipico delle Antille francesi

N.7 Los Reyes Magos (versione argentina)

In lingua spagnola, non potevo non inserire un pezzo cantato dalla bravissima e mai dimenticata artista argentina Mercedes Sosa, alla quale tempo fa ho dedicato proprio su questo blog un articolo. Il pezzo conserva, grazie anche alla voce carismatica della Sosa, sonorità quasi monumentali e piene di fascino che ripercorrono la storia dei tre re magi.

N.8 O Holy Night (versione della Tanzania)

Alla metà del XIX secolo il compositore francese Adolphe Adam scriveva quella che per me è tra le composizioni natalizie più dense di significato e più musicalmente commoventi. Mi piace sempre, in tutte le lingue e quasi in ogni versione ma trovo questa versione della Tanzania a opera dell’artista Usiku Mtukufu traboccante di umanità e di pathos, esaltati dai ritmi e dai colori tipicamente africani.

N.9 White Christmas (versione portoghese)

Scoperta in questi ultimi giorni la versione leggera e piacevole in lingua portoghese di un altro classico del periodo. 

N.10 Kakhuri Mravalzhamieri (Georgia)

N.11 Alilo (Georgia)

Volgendo al termine dell’articolo, arrivo anche alle memorie più recenti. Con le due canzoni tradizionali georgiane che compariranno di seguito è possibile lasciarsi trasportare da una spiritualità intensa che rivive nell’architettura vocale straordinaria delle voci di una terra da tempo immemore culla di grande profondità religiosa e carica spirituale. La prima canzone, Kakhuri Mravalzhamieri, eseguita dall’ensemble vocale Basiani, si ripropone tradizionalmente ogni anno in occasione del capodanno e contiene auguri profondi, che mirano all’anima. Il secondo pezzo, Alilo, è invece tipico del Natale, festeggiato in Georgia e in gran parte del mondo ortodosso il 7 gennaio. Cantata soprattutto dai bambini, celebra la venuta al mondo di Gesù. Ringrazio il mio adorato marito per avermi fatto conoscere queste chicche musicali tradizionali e tanto altro!

N.12 Feliz Navidad (nella versione dei Playing for change)

Ora sono davvero giunta alla fine di questo racconto natalizio in musica. Per quello che è lo spirito di Colors on the loose avrei voluto inserire ancora più popoli, lingue e tradizioni. Ho fatto delle scelte, dettate dalle mie memorie, che spero siano piaciute e, come detto al principio, abbiano innescato in tutte e tutti voi una spirale di ricordi simile seppur differenziata in base alle vostre esperienze personali di vita. Ho pensato che il modo migliore per includere tutte le nazioni e tutti i popoli in un unico augurio musicale fosse quello di approfittare dell’ennesimo contributo speciale elaborato dai componenti del progetto Playing for change. Già precedentemente trattato in un altro post di questo blog, il progetto si propone di unire persone e musicisti di tutto il mondo attraverso la musica, la risorsa più importante da opporre a tutte le “cose brutte” che continuano a infestare il nostro pianeta. Qui i componenti del progetto augurano a tutte e tutti noi delle buone feste riproponendo Feliz Navidad, pezzo scritto da Josè Feliciano nel 1970 e rimasto nel cuore di tutti. 

Vi lascio così, su queste note e augurando ancora a ognuna e ognuno di voi un buon Natale e un felicissimo – e speriamo migliore – anno nuovo!!! 🙂 🙂 🙂

Merry Christmas and Happy New Year!

Joyeux Noel et bonne année!

გილოცავთ შობა-ახალ წელს!

Frohe/Fröhliche Weihnachten und gutes Neues!

¡Feliz Navidad!  ¡Feliz Año Nuevo!

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Burkina Faso: nella culla con Gabin Dabirè

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Burkinfa Faso

Colors on the loose riprende le sue peregrinazioni musicali in un giorno qualunque di inizio novembre, al ritmo tra il mesto e l’incalzante della pioggia di metà autunno e nel grigiore di un pomeriggio già privo di luce prima dell’ora del tè. La cosa importante – di cui sono immensamente felice – è riprendere! E chi l’ha detto poi che queste atmosfere all’odore di crisantemo non siano affascinanti? Non portino, insieme alle foglie secche, nel turbinio dei propri venti, folate di ispirazione? Il suggerimento scorto tra la nebbia novembrina mi ha riportato in Africa, dopo aver ravvivato, come si fa con un fuoco che cede l’anima nel brillio lavico delle sue ultime braci, il ricordo di un artista e di una canzone che ero solita ascoltare con piacere tanto tempo fa. In un periodo in cui si sente parlare di Africa Occidentale solo in relazione alla devastante epidemia di ebola che sta, a mio avviso, non a caso torturando  le sue genti e in cui l’african* viene, ancora una volta, associat* a qualcosa di negativo – in questo caso, alla trasmissione della malattia, secondo pareri idioti, nel corso delle migrazioni – Colors on the loose ci porta proprio lì, in una porzione di Terra ricca di storia e cultura ancora piuttosto sconosciute. Andiamo in Africa Occidentale e, per l’esattezza, in Burkina Faso, terra dove affondano le radici di un grandissimo della musica africana e non solo: Gabin Dabirè

In un tempo in cui il Burkina Faso (questa denominazione arriva solo nel 1984, a seguito di una rivoluzione) si chiamava ancora Alto Volta, nasce, nel crogiolo delle etnie che caratterizzano il piccolo stato, Gabin Dabirè, un figlio della cultura dagarì. Rimane nel suo Paese tanto da assorbirne le tradizioni musicali e poi parte alla volta del vecchio continente. Per un periodo in Danimarca, si lascia arricchire dalla musica sperimentale europea. Non ancora completamente appagato, intraprende per anni un “vagabondaggio” culturale che lo porta ad alternare permanenze in Europa ad altre in India, alla scoperta e all’assimilazione delle tradizioni musicali di quel Paese all’apparenza lontano. Sul finire degli anni ’70 decide di stabilirsi in Italia, Paese dove tuttora risiede. Oltre all’indiscussa bravura, di cui qui di seguito si offriranno dei (video) saggi, la qualità ammirevole di questo artista è l’inclinazione allo studio, la volontà di ampliare costantemente i propri orizzonti, nell’umile consapevolezza che anche e soprattutto in tema di musica e di cultura, oltre a contribuire, c’è anche sempre da imparare. Dabirè è una persona che, nella propria vita, ha imparato e continua a imparare molto, ma è anche una persona che ha saputo mettere a frutto egregiamente quanto appreso. Ciò che lui ha imparato non è stato semplicemente interiorizzato, è stato elaborato dinamicamente e messo al servizio degli altri, nel disegno tanto semplice quanto encomiabile di supportare la propria cultura, di portarla fuori dai suoi confini di origine e di farla incontrare con altre per affievolire le differenze e le distanze, e per creare connubi splendidamente fruttuosi. Proprio questa idea lo porta a metter su nel 1980, insieme a Walter Maioli (ex Aktuala) e a Riccardo Sinigaglia, Futuro Antico, gruppo pionieristico di world music, e a fondare a Milano nel 1983 il Centro Diffusione Promozione Cultura con l’obiettivo di diffondere cinema, musica, danza e teatro della sua terra. Dal 1986 vive stabilmente in Toscana, nella regione del Chianti. Negli scenari meravigliosi di questa regione nascono, grazie all’immenso bagaglio di tradizione, viaggi ed esperienze, i primi importanti lavori discografici, affreschi coinvolgenti e preziosi di quanto imparato, vissuto ed creato. 

L’etichetta toscana Amiata Records pubblica nel 1994 il suo primo importantissimo esito discografico: Afriki Djamana: Music from Burkina Faso. Estraiamo da questo album la traccia iniziale per introdurci nell’universo musicale di Dabirè. Il video mostra un’energica versione live di Senegal, questo il titolo del pezzo, eseguita all’Auditorium Parco della Musica di Roma nel 2013. Con un po’ di impegno possiamo sorvolare sull’audio di scarsa qualità – che sfortuna! – e assaporare le sonorità di quello che sembra quasi un esperimento musicale, messo in atto da un affascinante Dabirè in tunica chiara, che unisce le tradizioni ritmiche della propria terra con un cantato dal sapore sciamanico e velatamente orientale. Strumenti tradizionali, percussioni e cordofoni appaiono nel video e la loro apparizione è da protagonisti, ruolo che hanno avuto e continuano ad avere nel percorso di studi dell’artista.

 

 

Attraverso questo ascolto giungiamo alla canzone, mio “tormentone” etnico di qualche anno fa, accennata al principio. In svariati articoli precedenti ho fatto riferimento a una collezione di cd di musiche del mondo risalente a una decina di anni fa che mi ha regalato tantissime emozioni in musica. Una di queste è stata ed è ancora oggi Siza, brano scritto da Dabirè nel 1996 e inserito nell’album Kontomè (Spiriti). Per me questa canzone ha sempre avuto il fascino dolce e ammaliante di una ninna nanna. Qui la voce di Dabirè è profonda e amorevole, ferma e delicata, come quella di un padre che accompagna la crescita di un figlio; la culla è quella delle tradizioni africane, della sua Africa che abbraccia senza cedimenti gli altri popoli, le altre voci, le altre anime. Siza è anche di più, è una canzone di consapevolezza, di dignità umana e di coraggio. Questo emerge anche dalle parole con le quali lo stesso Dabirè la descrive in un’intervista di due anni a Il Fatto Quotidiano:

Siza, in lingua dagarà, una delle tante lingue tradizionali del Burkina Faso, vuol dire verità. Si tratta di un mio brano composto negli anni ’90. Oggi più che mai ci ritroviamo a confrontarci ineluttabilmente con la Verità a ogni livello dell’esistenza, dal collettivo all’individuale. […] corrisponde quindi a una sorta di augurio per il momento delicato che le nostre società stanno attraversando per accogliere ed accettare con responsabilità quell’essenziale verità nascosta sotto tanti comodi aggiustamenti, nelle dinamiche di interessi che spesso la stravolgono ad uso e consumo di chi la proclama.”

 

 

La parte conclusiva dell’articolo non può che essere dedicata a Tieru (Riflessioni), disco del 2002, considerato da molti, non a torto, come suo capolavoro discografico. Tutto il percorso e tutte le esperienze di vita a cui si è fatto cenno convergono in questo album attraverso il quale Dabirè conferma il suo talento, la sua perseveranza, la sua ricchezza culturale e umana. Questo lavoro è stato felicemente coadiuvato da artisti e amici che hanno impreziosito del loro speciale contributo una materia già pregevole di suo. Tra questi il talentuoso artista congolese Lokua Kanza, il celebre percussionista francese di origine ivoriana Manu Katchè e Dominic Miller, magico chitarrista di Sting e anche di tanti altri grandi. Il pezzo estratto è Wo I Do (Ascolta, uomo) qui in una versione live eseguita nel 2003 durante il festival tedesco Jazz Baltica. All’evento hanno preso parte anche Paul Dabirè, fratello di Gabin, e il celebre chitarrista jazz Pat Metheny. Il brano regala agli ascoltatori una grande musicalità, come da tradizione africana, una notevole raffinatezza e un senso di coinvolgimento magico irradiato dalla voce magnetica di Dabirè

 

 

Giunta ora alla conclusione, sono soddisfatta per aver finalmente dedicato uno spazio, seppur nel mio piccolo, a un artista significativo e meritevole, che ha contribuito così tanto alla musica e che fa parte, ormai da tempo, dei miei ricordi. Spero che in tutto il tempo da voi impiegato nella lettura e negli ascolti abbiate sperimentato un piccolo viaggio in Burkina Faso e vi siate sentiti cullare dalla voce profonda e paterna di Gabin Dabirè.
Alla prossima!

Enjoy & breathe the colors..

 

 

 

Free Palestine

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COLORS ON THE LOOSE è da SEMPRE solidale al popolo PALESTINESE.

PALESTINA LIBERA!! FREE PALESTINE!!

Palestina

Da Human (2013), ultimo album dei Radiodervish, straordinario gruppo di musica world formatosi a Bari e impreziosito alla voce dalla presenza di Nabil Salameh, di origini palestinesi:

“…e mi brucia forte dentro il vento della libertà
e ripeto al cuore: “Tu resta umano, presto cambierà”…”

 

 

Alla mia cara, vecchia amica Ελλάς…

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bandiera grecia

 

Con grande gioia posso annunciarvi che, dopo due mesi intensi, la vacanza di Colors on the loose si prende finalmente… una vacanza! La sosta in Francia – l’ultima con voi condivisa – sul finir di marzo è stata per ragioni varie fin troppo lunga e ora, sulle soglie del primo compleanno di questa nave musicale, finalmente riprendiamo il largo per intraprendere un altro viaggio. Non andremo molto lontano ma approderemo su quelle che sono tra le coste più belle d’Europa e non solo. Tutti avrete già riconosciuto la bandiera che, con i suoi colori mediterranei, connota e infiocchetta questo articolo, quello del ritorno, che ci porterà a soggiornare per un po’ tra i paesaggi e le melodie della Grecia

Considerata la vicinanza di questa nazione al nostro Paese, molte persone hanno avuto l’opportunità di visitarla. A queste il presente articolo potrà rievocare ricordi e memorie di un viaggio particolare. Per altri lettori invece, leggere un articolo sulla Grecia non sarà tanto diverso dal leggerne uno su una qualsiasi altra terra. Per me la Grecia è molto di più di una nazione “a due passi dall’Italia”, è molto di più di una delle mete vacanziere preferite dai miei conterranei ed è molto, molto di più del Paese in crisi profonda spesso compatito dal resto dell’Europa. La Grecia per me è una maestra, una vecchia amica; è come una figura di riferimento che, pur vivendo ormai lontana da noi, conserva sempre un posto di rilievo nel nostro cuore e nella nostra anima. Con questo articolo e con la musica che offrirà, cercherò di rendervi partecipi di questo rapporto speciale. Precedentemente Colors on the loose vi aveva condotti in due nazioni a me molto care, la Russia e la Georgia. La Grecia, da una certa angolazione, è stata e continua a essere ancora più significativa perché è stata la prima nazione estera a cui io abbia imparato ad affezionarmi. 

La mia relazione con la Grecia è iniziata ormai 15 anni fa quando cominciai a frequentare, in parte consapevolmente e in parte no, il liceo classico. All’inizio non tutto è stato rose e fiori, devo ammetterlo. Ricordo ancora oggi con brividi di terrore e stanchezza gli insidiosi verbi greci antichi che iniziavano come paradigmi difficilissimi da ricordare e finivano con il diventare i tristi, immancabili spazi lasciati in bianco nelle versioni. Con il tempo, lo studio della filosofia e della letteratura greche antiche è stato la scintilla che dentro di me ha innescato, con il supporto di un’ età sempre più consapevole, un crescendo di ammirazione, rispetto e fascinazione che ha poi trovato trionfale conferma nel tour greco dell’ultimo anno di scuola. 

Era il 2004 e una delle fortune più grandi fu quella di visitare la Grecia nell’anno delle Olimpiadi. Era la mia prima volta all’estero e non posso che avere cantucci di ricordi sempre vivi su cui ancora oggi, a distanza di dieci anni, mi soffermo talvolta a sorridere. Tra le tantissime cose ricordo l’indescrivibile sensazione di vedere con i miei occhi il Partenone, compagno fedele di 5 anni di storia, letteratura e arte greche; i lunghi tragitti in autobus per spostarci da una regione all’altra attraverso sorprendenti paesaggi eterogenei; l’atmosfera di pace surreale dei Monasteri delle Meteore nei pressi della cittadina di Kalambaka situata nella regione della Tessaglia; la bellezza e la soddisfazione di passeggiare per le strade del Paese e vedere dappertutto l’amato/odiato alfabeto ellenico; la cordialità dei greci e l’onnipresente sfoglia al formaggio. All’epoca ero già molto curiosa, innamorata delle culture straniere e impegnata nella scoperta di musiche altre. Per questo motivo, non sarei mai potuta tornare da quel viaggio senza portare con me un cd di musiche tradizionali che avrebbe poi finito per usurarsi sul piatto dello stereo a seguito di numerose giornate di nostalgia acuta. Questa la copertina del disco…

theodorakis

….e da qui estraiamo il primo brano dell’articolo. Si tratta di un pezzo famosissimo, da tutti conosciuto come sirtaki, ormai una delle danze greche più popolari nel mondo, scritto dal celebre compositore Μίκης Θεοδωράκης (Mikis Theodorakis) per la colonna sonora dell’altrettanto celebre film del ’64 Αλέξης Ζορμπάς (Zorba il Greco) in cui uno straordinario Anthony Quinn interpreta lo splendido protagonista del romanzo di Νίκος Καζαντζάκης (Nikos Kazantzakis) da cui è tratta l’omonima pellicola. Un assaggio della splendida composizione proprio attraverso una breve ma significativa sequenza del film, nella quale Zorba insegna a danzare allo scrittore inglese diventato ormai suo amico. Suggestiva anche l’ambientazione, la spiaggia di Σταύρος (Stavros) sull’isola di Creta

 

 

Se la danza del sirtaki è un modo di impatto per approcciarci alla musica ellenica, ben si continua con una canzone del 1972, presentata qui in un video dell’epoca. Nel periodo di transizione tra il liceo e l’università, ancora preda dei “fumi” del viaggio greco, continuavo a “frequentare” la musica di questa nazione. Fu così che mi capitò fra le mani un disco contenente varie tracce di musica mediterranea e di queste, per ovvi motivi, una buona parte era costituita da canzoni elleniche. Tra questa una mi colpì molto per le sonorità tradizionali, per la voce potente della cantante e soprattutto per certe note solenni che – mia impressione, eh! – enfatizzano i colori del brano. Νύχτα στάσου (Nixta stasouNotte, fermati!) di  Λίτσα Διαμάντη (Litsa Diamadi). Trovo particolarmente belle le atmosfere per noi ormai vintage del pezzo e il suono della lingua greca, estremamente musicale e fluido sulla voce della Diamadi

 

 

Durante il primo anno trascorso alla facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Bari mai avrei pensato che l’anno successivo e per due anni consecutivi sarei ritornata alla lingua greca. Questo “ritorno di fiamma” accadde quasi all’improvviso, senza troppa meditazione, quasi come qualche cosa giunta a riva sospinto dalle onde del destino. Il rapporto con la lingua e la letteratura greche all’università è chiaramente cambiato rispetto a quello scolastico. Ho avuto modo di affacciarmi, seppur per soli due anni, alla lingua e alla letteratura elleniche della modernità e della contemporaneità. Mi sono immersa, grazie anche a un ambiente stimolante e a splendide lezioni – tra le migliori che abbia avuto in cinque anni di percorso universitario! -, nella cultura greca con uno spirito più maturo e ancora più curioso. Ho potuto apprezzare scrittori e poeti che pochi, sfortunatamente, hanno l’opportunità di conoscere e vedere tutti i mutamenti che questa lingua meravigliosa ha subito nei secoli. La lezione più importante che ho ricavato è che, nonostante tutti i problemi storici ed economici che la penisola protesa sull’Egeo ha dovuto affrontare, questa ha sempre conservato grandi forza e dignità, doti derivate da secoli di fulgido splendore culturale che, sebbene appartengano a un passato cronologicamente remoto, non possono né potranno mai essere ignorati. Negli anni universitari, per una serie di sfortunate circostanze varie, non sono riuscita a tornare in Grecia. Quello sarebbe sicuramente stato il viaggio di conferma dell’illuminazione. Nonostante ciò, ricordo quel periodo come uno stato continuo di rapimento. Ero preda del fascino greco di cui cercavo di riempirmi attraverso libri, traduzioni, immagini e ovviamente musica. Tante le scoperte di quel periodo, agevolate anche da una conoscenza discreta della lingua – peccato adesso riesca a ricordare molto poco! Dovevo, per questo articolo e in riferimento a questo periodo, fare una scelta e questa è ricaduta su un pezzo di Δέσποινα Βανδή (Despina Vandì) e su due di Νίκος Καρβέλας (Nikos Karvelas). A distanza di tanti anni, i miei gusti sono un po’ cambiati ma l’affetto bonario con cui la mia mente ritorna a queste canzoni ha fatto sì che non potessi tralasciare di inserirle in questo articolo. Despina Vandì, classe 1969, è una cantante pop la cui musica si avvale comunque di riferimenti al panorama tradizionale del suo Paese. Non sarà una grande canzone, questa Ανάβεις Φωτιές (Anavis fotiès), ma ricordo – e ancora suscita in me – un grande entusiasmo divertito su queste note ballabili, su queste movenze e su questa atmosfera da estate mediterranea. 

 

 

Nikos Karvelas è stato invece l’artista greco che, a sua insaputa, mi ha accompagnato più di tutti gli altri in quel periodo nei miei quotidiani spostamenti in treno tra il mio paesetto e Bari. Grande affetto mi lega, fosse anche solo per questo, a lui. Karvelas, nato 63 anni fa ai piedi di Atene, è un artista di un certo livello in patria, conosciuto per le sue composizioni tra il pop/rock e il λαϊκό τραγούδι (laikò tragudi), sorta di folk tipico ellenico. La prima canzone, Ένα Χρόνο Το Περισσότερο (Ena xrono to perissotero – Un anno al massimo), si mantiene su un pop di respiro più internazionale, nonostante il testo in lingua autoctona. Qui di seguito il videoclip in cui compare anche  Άννα Βίσση (Anna Vissi), cantante popolarissima in Grecia ed ex moglie di Karvelas. Questa è una di quelle canzoni che possono facilmente non piacere ma a me piace. Semplicemente. Non so spiegare bene il perché ma mi piaceva molto e, a distanza di tempo, mi piace ancora. E’ una canzone pop che però ha per me, come si usa dire, un perché. Poi, de gustibus..

 

 

La seconda canzone di Karvelas, Ασπιρίνη (Aspirina), è invece un pezzo rock dal sapore decisamente più etnico e più incline a quel laikò tragudi a cui si accennava prima. Trovo le parti musicali estremamente interessanti, intrise di quel gusto che solo la musica greca, con le sue peculiarità, sa offrire. Seconda traccia dell’album del 1998, Ena xrono to perissotero, questa restituisce all’ascoltatore uno spaccato più esaustivo della musica dell’artista ateniese. 

 

 

Iniziamo ora ad avviarci alla conclusione di questo lungo articolo su una fetta di musica greca. Quando l’articolo era ancora in fase di bozza, ho pensato sarebbe stato un errore tralasciare un pezzo che, oltre ad aver fatto parte per un bel periodo della mia vita, è riuscito a essere in voga per un po’ di tempo anche qui in Italia, principalmente grazie, come spesso accade, all’inserimento in uno spot pubblicitario. Il brano in questione è Μου λείπεις (Mou leipeis – Mi manchi), del quarantaduenne artista ateniese Γιώργος Μαζωνάκης (Giorgos Mazonakis). La canzone è a metà tra il pop e il folk tipico greco e ha una stesura, a mio avviso, accattivante grazie all’ausilio di un coinvolgente violino. 

 

 

Non a caso ho scelto per chiudere questo articolo una canzone che si intitola “Mi manchi”. E’ quello che vorrei dire alla Grecia.. Sono un po’ di anni ormai che, purtroppo, ho smesso di studiare la lingua greca. La mancanza di tempo e altre attività mi hanno portato, mio malgrado, a un’interruzione forzata. Per questo, sento spesso la sua mancanza che equivale ad aver rinunciato a una parte di musicalità nella mia vita. Non escludo di ritornarci, in futuro, alla lingua e al Paese. Il destino mi ha permesso di ritrovare la Grecia anche dopo il liceo e chissà che non accada ancora. Tanto tempo fa nacque questo legame importante tra me e la terra ellenica e quando certi rapporti sono forti e ricchi di ispirazione non posso spezzarsi. Ci sarebbe da dire ancora tanto su questa splendida terra e sulla sua musica. Questo è solo un piccolo compendio della mia grande amicizia con la Grecia ed è un modo, umile e senza molte pretese, per ringraziarla per tutto ciò che mi ha insegnato. …ευχαριστώ πάρα πολύ!!!

 

Enjoy & breathe the colors…

Profumi mediterranei nella musica di René Aubry

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bandiera francia

 

 

Pochi giorni fa è arrivata, come sempre, la primavera. I paesaggi e i colori sono cambiati in fretta, rinnovando devotamente il rituale di transizione da una stagione all’altra. Tutto è più accentuato: il calore dell’aria, il blu del cielo e le sfumature pittoriche di ogni cosa. Io la vedo così, quando passeggio in città o in paese, in campagna o in riva al mare; quando vedo scorrere i panorami al di là dei finestrini del treno; quando ascolto musica. 

Un desiderio sempre al mio fianco, tutti i giorni dell’anno, senza distinzione stagionale è quello di viaggiare. In questo periodo, come tutto il resto, anche questo non tarda a far sentire il vigore ritrovato. Ci sono musiche, siano esse cantate o solo strumentali, che sospingono una mente e un cuore già costantemente orientati al viaggio a lasciarsi accarezzare da fantasie di movimento ed esplorazione che finiscono per colorarsi di una connotazione a metà tra il sogno ad occhi aperti e la realtà. Non so quanto questo pensiero sia chiaro. Con queste parole ho provato a trascrivere le sensazioni che provo ascoltando le composizioni dell’artista a cui è dedicato questo post di fine marzo.

Con Colors on the loose andiamo in Francia per conoscere ed apprezzare René Aubry. Scoperto – non ricordo più quando e come – ormai molto tempo fa, questo polistrumentista nato a les Vosges nel 1956, è quel genere di artista le cui produzioni musicali regalano quella leggerezza eterea di cui spesso ognuno di noi ha bisogno per rilassarsi e per lasciarsi andare al sogno. Non è solo questo. Non a caso all’inizio di questo articolo si è parlato di primavera, di paesaggi e di viaggio. Nel tentativo di collegare questi concetti ad Aubry, si può pensare alla sua musica come un mezzo di trasporto senza peso che accompagna alla scoperta di meravigliosi territori e che induce all’ammirazione degli stessi. Partendo dalla Francia, suo Paese natale, queste terre, idealmente visitate per merito della sua musica, si estendono a tutto il Mediterraneo. Sarà pure una sensazione personale ma questo è ciò che ispirano in me le composizioni di Aubry: una visione musicale delle terre mediterranee. 

A supportare queste opinioni, l’impegno dell’artista nella scrittura di musiche per balletti – grazie all’influenza del suo amore e musa Carolyn Carlson, celebre danzatrice statunitense – per spettacoli teatrali e per film. Chi scrive musiche per queste forme d’arte ha spesso, secondo me, una marcia in più: una sensibilità più spiccata e una capacità più profonda di scuotere l’anima umana. René Aubry non è da meno. Nella sua carriera ormai trentennale – il primo album, omonimo, fu registrato a Venezia nel 1983 – compaiono venti album attraverso i quali è possibile apprezzare l’affascinante amalgama di strumenti acustici, sonorità elettroniche, musica digitale e atmosfere da film che rende unico il contributo alla musica del mondo dell’artista francese.

Il primo video del post va a riprendere un pezzo del 1990 intitolato Magda e contenuto nell’album Steppe, fortemente ispirato dalla collaborazione con la Carlson. La scelta di questo brano viene esattamente da quanto scritto finora: credo che Magda sia la traduzione in musica perfetta delle atmosfere che si respirano sulle coste e nelle terre mediterranee. Ascoltare questa canzone è per me come passeggiare tra i viottoli bianchi e folkloristici di un paesino del Mediterraneo e poi sbucare sul mare.

Se con questo brano abbiamo assaporato un’atmosfera mediterranea ancora piuttosto universale, il prossimo la rende precisa. Il titolo stesso ne dà le coordinate: Salento. Si tratta di un coinvolgente pezzo acustico dove le chitarre e i violini tessono meravigliosamente le trame di un sound mediterraneo genuino e semplice. Il Salento è anche praticamente la mia terra e quindi la scelta di questo pezzo è un omaggio all’omaggio che Aubry ha reso a questi luoghi. Il brano è estratto da uno degli album più apprezzati del polistrumentista francese: Plaisirs d’amour (1998). 

Per concludere, Séduction, piccola perla estrapolata dal suo ultimo album, Forget me not, pubblicato l’anno scorso. Con questa composizione ritorniamo alle prime righe di questo post, in cui si è parlato di leggerezza eterea e di cui Séduction è uno degli esempi migliori. 

Alla prossima!

Enjoy & breathe the colors…

 

 

Ibrahim Maalouf – Tour dates

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In relazione all’articolo del 20 Febbraio, Ibrahim Maalouf: la tromba del Libano http://www.colorsontheloose.wordpress.com/2014/02/20/ibrahim-maalouf-la-tromba-del-libano/ , si segnala la presenza di una tappa italiana tra le date del tour del trombettista libanese. 

1 Maggio 2014 –> TORINO

Molte le date in giro per l’Europa dalla fine di questo mese ai primi di Giugno.

Consultate il sito ufficiale dell’artista www.ibrahimmaalouf.com per ulteriori informazioni e per tenervi aggiornati sulla pubblicazione di altre date per l’estate.

Ibrahim Maalouf: la tromba del Libano

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bandiera libano

Qualcuno di voi forse avrà memoria di uno dei primi articoli apparsi su questo blog, nel quale protagoniste indiscusse erano la musica e l’anima di Lhasa de Sela, espressione tra le più veritiere e autentiche della sfaccettata e selvaggia road americana. Pochi giorni fa ero, come al solito, in treno e lo shuffle del mio lettore mi regala The living road della de Sela. Non ascoltavo il pezzo da un po’ e questo tempo intercorso tra un ascolto e l’altro mi ha permesso di ri-apprezzare la sua perfezione e di riprovare la delicata soddisfazione di averlo inserito in quel vecchio articolo. The living road ha, secondo me, una completezza perfetta grazie alla voce “vissuta” dell’artista americana, alle atmosfere al gusto di libertà mistica e, soprattutto, alla tromba che si inserisce leggera per poi regalare nel finale sensazioni di rapimento estatico. Ebbene, quella tromba non è di un musicista qualunque; non è suonata in quel modo da un artista fra i tanti; la magia che si scioglie alla fine del brano è merito del libanese Ibrahim Maalouf, uno dei giovani trombettisti più promettenti a oggi sulla scena musicale mondiale. Alla luce di queste considerazioni, è bastato ben poco a farmi annotare sul primo foglietto spurio estratto dalla mia borsa il suo nome, con lo scopo di tributargli una tappa di Colors on the loose

Chi è Ibrahim Maalouf? Un ragazzo nato a Beirut, capitale del Libano, nel 1980, in una famiglia di grandissimi artisti (il padre, Nassim Maalouf, celebre trombettista conosciuto nel mondo della musica classica e di quella araba tradizionale per le sue audaci sperimentazioni sullo strumento) che ha saputo fin dall’inizio comprendere e far sbocciare il suo immenso talento. 

A 34 anni ancora da compiere, Maaloouf si integra perfettamente nel tessuto sociale e culturale francese (la sua famiglia aveva lasciato il Libano allo scoppio della guerra civile); si laurea in matematica; acquisisce una formazione musicale classica e araba tradizionale vastissima sotto la supervisione del padre; stupisce il mondo suonando a soli 15 anni il 2° concerto di Brandeburgo di Bach, dalla maggior parte dei trombettisti considerato probabilmente il pezzo per tromba classica più difficile da eseguire; inizia un’attività di docenza che lo porta a collaborare e a tenere masterclass in tutto il mondo; perfeziona la sua formazione musicale abbracciando anche il jazz e pubblica cinque notevolissimi album. Ho volutamente evitato di dividere questo mirabolante elenco di attività con punti fermi proprio per evidenziare, con una scrittura/lettura tutta d’un fiato, il numero e il tipo di conquiste di questo giovanissimo artista.

Passando ora finalmente alla musica, il primo album di Maalouf esce nel 2007. Ha un titolo evocativo: Diasporas, e il Jazz Magazine ne parla come di una “grande scoperta di rara eleganza”. Da qui, Hashish, splendido esito in note che mette in luce il legame tra l’artista e la tradizione musicale del suo Paese. Ascoltando questo pezzo, ritornano nella mia mente quelle sensazioni di misticismo provate con la già menzionata The living road

Il secondo pezzo proposto in questo omaggio al trombettista libanese è tratto dal suo terzo album: Diagnostic (2011). Beirut, questo il suo titolo. Composizione musicale di estrema raffinatezza che, condensando in sé stilemi classici, jazz e della tradizione araba, dona all’ascoltatore un abbraccio musicale talvolta malinconico talvolta energico, come nella sorprendente parte finale. Il video consente di apprezzare ancora di più il brano per la contestualizzazione azzeccata: Ibrahim Maalouf suona all’interno e sullo scorrere di immagini che ritraggono la sua città di origine, miscela di bellezza e distruzione, di fascino antico e modernità. 

Solo all’anno scorso risale la pubblicazione di Illusions, ultimo album del trombettista. Con una traccia da esso estrapolata si conclude questo articolo. Nomade slang è una canzone che ben sintetizza il talento compositivo, esecutivo e comunicativo di Ibrahim Maalouf. Energia ed eleganza, crossover di generi anche se con un occhio di riguardo al jazz, qui alquanto esplicito, impreziosito dagli immancabili accenni a sonorità orientali, grande trasporto e coinvolgimento, anche in questa versione live per la TV francese.

Enjoy & breathe the colors…