Chemi Sakartvelo : La mia Georgia – Part 2

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bandiera georgia

La colonna sonora del nostro viaggio in Georgia che dura ormai da due settimane si è soffermata, nella prima parte, sul folk tradizionale. Ho già spiegato i motivi della suddivisione dell’articolo. Ora però mi viene in mente quanto, seppur inconsciamente, questa scelta sia stata naturale. Da dove inizia davvero l’espressione musicale più tipica di un popolo? Dove risiede la sua anima in note più autentica e meno contaminata? Dove, se non proprio nel folk?! Si tratta di un pensiero personale, non certo basato su dati scientifici da manuali di storia della musica. Molto semplicemente mi viene da pensare che la culla musicale di tutti i popoli sia proprio quella in cui sono adagiati da anni, da secoli e anche più, melodie, voci, testi e strumenti popolari. Partendo da questa base è possibile compiere un percorso più o meno breve e ritornare al punto di partenza o si può arrivare a raggiungere mete più complesse e orizzonti più ampi, frutti più o meno splendidi dell’incontro tra spirito identitario e combinazioni altre. Questo piccolo trait d’union tra la prima e la seconda parte del racconto musicale georgiano serve a dare una prima pennellata al quadro di artisti che qui saranno raffigurati. La pittura questa volta avrà i colori del jazz, dell’elettro-ambient, dell’alternative, e alcuni di questi colori avranno anche sfumature di forte impegno socio-culturale o di protesta politica. Dico la verità, questo è il tipo di musica che amo di più e, come succede spesso per le cose belle, ho preferito lasciare proprio qui, alla fine di questo cammino, i miei artisti prediletti.

Questa seconda parte, già definita the other side della musica georgiana, prende il via con quella che, in tutta probabilità, è a oggi la cantante jazz proveniente dalla Georgia più apprezzata non solo in patria ma anche nel resto del mondo: Nino Katamadze. Nata nel 1972 ad Adjara, nella Georgia orientale, la sua carriera decolla nel 1990, anno in cui entra a far parte del Batumi Music Institute e da cui inizia a prendere parte a numerosi e sempre più importanti progetti. Dai primi anni 2000 Nino Katamadze riscuote notevole successo e numerosi apprezzamenti e riconoscimenti negli Stati Uniti e in tutto il mondo. La musica della Katamadze è un jazz colorato da sfumature di musica autoctona. Si tratta di una musica complessa, profondamente intellettuale, i cui testi – stando alle fonti – sono spesso introspettivi e filosofici. Mi viene perciò da credere che il jazz georgiano si esprima al meglio proprio attraverso la voce di Nino Katamadze: impeccabile, precisa ma nel contempo decisa e appassionata. Questa è apprezzabile, insieme all’energia e alla simpatia della cantante, nel video di Olei, brano tratto dall’album White (2006), caldamente acclamato dall’ambiente jazz mondiale. 

Dal jazz di Nino Katamadze all’etno-jazz-fusion più spiccato di uno dei miei gruppi georgiani preferiti: The Shin. Considerati tra i migliori musicisti e compositori di tutto il Paese, Zaza Miminoshvili e Zurab Gagnidze formano il gruppo nel 1998 in Germania. A loro, nel 2002, si aggiunge Mamuka Gaganidze. Siamo qui di fronte a un gruppo fortemente incline alla sperimentazione. L’ambiente musicale in cui operano questi artisti è un caleidoscopio in cui convergono un frizzante stile vocale tradizionale, polifonie complesse, virtuosismi, jazz, funk e, a volte, anche flamenco. Le produzioni dei The Shin sono comunque tutt’altro che elitarie o sterilmente fini a se stesse per i troppi tecnicismi. The Shin, cantanti e strumentisti davvero capacissimi, riescono ad avvicinare scenari musicali indubbiamente non semplici all’anima di un numero di ascoltatori che va ben oltre quello che di solito compone un’elite. La band, il cui nome nella loro lingua madre significa “andare a casa”, collabora stabilmente con il Teatro Statale di Tbilisi, per il quale ha composto molte opere originali. Numerosissime le partecipazioni a festival internazionali e innumerevoli le critiche positive ricevute per la loro innegabile originalità e magnetismo di esecuzione. Tutto ciò basterebbe a giustificare la mia predilezione per il gruppo. A questo però deve aggiungersi l’impegno dei tre musicisti in progetti, spesso anche multidimensionali, volti a sottolineare l’importanza non solo culturale ma anche sociale e politica delle collaborazioni tra artisti di diversa nazionalità con lo scopo di promuovere ideali di avvicinamento, comprensione reciproca, condivisione e superamento delle barriere. Inutile dire quanto questa informazione abbia reso definitiva la mia ammirazione nei loro confronti. Tra questi portentosi progetti anche Egari, ideato su dimensione audiovisiva, volto a creare un mix originalissimo di elementi arcaici e moderni, di strumenti caucasici e non, e di armonie georgiane e stilemi jazz. Acharuli, qui in versione live, è esempio magistrale di questo incontro dialogico tra Est e Ovest in quello che è il puro spirito eurasiatico. Il pezzo è a mio parere magnifico, sensazionale in tutte le sue parti, compreso il finale “bidimensionale” a sorpresa. Potrebbe essere solo una mia impressione ma ancora una volta, come prima con la Katamadze, mi colpisce la simpatia, la cordialità e l’atmosfera, per l’appunto, “di casa” irradiate dalla band, qui arricchita da molti collaboratori.  

Il terzo video del post mostra, purtroppo con un fermo immagine, Shota, pezzo molto interessante della band 33a, capeggiata dal carismatico frontman Niaz Diasamidze. Questo gruppo musicale, il cui nome riprende il civico dell’abitazione di Diasamidze a Tbilisi, colpisce per il crossover degno di nota delle sue produzioni. In esse si gustano elementi pop e reggae, miscele di folk impegnato georgiano e francese, parti vocali hip hop e riferimenti alla fusion. Niaz Diasamidze, leader indiscusso del quartetto, quarantenne, premiato nel 2005 al Montpellier International Film Festival per aver scritto la migliore musica per film (la pellicola era Tbilisi – Tbilisi), fonda ormai vent’anni fa i 33a e ne diviene cantante e polistrumentista. Notevole l’inserimento in molti pezzi del panduri, un antico cordofono tradizionale georgiano a 3 corde, suonato nella band da lui stesso. Ho scelto il brano Shota perché penso sia molto bello, costruito su un impianto musicale gentile e talvolta quasi rarefatto che non manca però di una parte intermedia ben più incisiva. Il pezzo fa ascoltare il suono di strumenti tradizionali ma rivela ombreggiature ascrivibili a un certo sound simile di provenienza europeo –  occidentale. 

Prima di passare all’ultimo artista, per tanti motivi il mio preferito, ci tengo a fare un cenno a un duo appena nato. The Bearfox è il nome scelto da Irakli Man e Merab Nutsubidze per il loro progetto musicale sperimentale inquadrabile, se proprio ciò è necessario, nel macrogenere indie-elettro-ambient. Sentimenti semplici e positivi, umiltà artistica e suoni della natura sono gli ingredienti con cui questa coppia di artisti di base a Tbilisi sta imboccando il sentiero avventuroso della musica. All’attivo hanno ancora soltanto due pezzi. Condivido qui il primo, Holding you, perché secondo me un certo potenziale c’è. 

Questa lunga avventura musicale attraverso la Georgia volge ormai al termine. Per quanto mi riguarda, non c’è modo migliore di concluderla se non attraverso il riferimento a quello che può essere definito un Artista a tutto tondo. Ho ascoltato molta musica georgiana ultimamente e sono giunta alla conclusione che il panorama, per così dire, alternativo di essa sia sintetizzabile nel nome di Irakli Charkviani. Scorrendo la sua biografia, ancor prima di avviare un approccio alla sua musica, Charkviani appare come una sorta di essere mitologico. Nasce a Tbilisi nel 1961 da una famiglia agiata intrisa di grande cultura: il padre era un giornalista affermato e ambasciatore georgiano nel Regno Unito; il bisnonno era stato un grandissimo artista. Si laurea in letterature occidentali e americane e diventa così poeta, scrittore e poi anche musicista e compositore. Nel 2006, la morte, ufficialmente per problemi cardiaci ma nella realtà ancora poco chiara, tra sospetti di overdose e suicidio. Tutto ciò basterebbe ad avvolgere la sua persona in un velo di conturbante mistero. Prima ancora di avvicinarsi alla sua arte, musicale o letteraria che sia, il suo personaggio, conosciuto con il soprannome di Mepe (il re), incuriosisce tremendamente. Il suo esordio musicale è databile intorno al 1976, anno in cui prende parte al progetto indie-rock Arishi. Dagli anni ’80 musica e letteratura camminano mano nella mano nella sua carriera: da un lato il suo repertorio in note si arricchisce di composizioni sempre più complesse impregnate di accattivante psichedelia e dall’altro la stampa letteraria georgiana pubblica una serie di sue liriche dal gusto audacemente e pericolosamente sovversivo e ribelle. Negli anni ’90 diventa ormai l’artista georgiano “underground” più importante e particolare, grazie anche alla creazione di progetti che lo portano a esibirsi in Russia e nel resto dell’Europa orientale. Nell’arco di tempo che va dal 1993 al 2004, poco prima della morte, pubblica i suoi interessantissimi quattro album da solista. L’ultima notizia su di lui risale al maggio 2013 quando, a 7 anni dalla scomparsa, viene insignito post mortem del prestigioso premio Rustaveli per aver significativamente contribuito allo sviluppo della cultura georgiana contemporanea. Ascoltare la musica di Irakli Charkviani non è affar semplice: la sua poetica eccentrica si amalgama a composizioni vertiginosamente eclettiche che miscelano alternative rock, blues, musica elettronica, jazz e hip hop. Detto questo, non stupisce come ogni brano sia diverso dal precedente. Districandomi nel suo repertorio, ammetto di essere stata preda di un “effetto sorpresa” continuo.  Non riesco a esprimere fino in fondo quello che la musica di questo artista rappresenti per me: percepisco con essa un legame profondo. In generale ci sono sonorità che sento particolarmente mie. Le sue canzoni hanno quasi sempre delle venature malinconiche velatamente grunge, oserei dire, che entrano ogni volta elegantemente nella mia anima e la abbracciano senza più lasciarla andare. Le due canzoni che seguiranno ora sono state scelte tra le tante che hanno avuto su di me un impatto emotivo molto forte.  La scelta, devo ammetterlo, è stata fortemente influenzata da vicende personali speciali ma, a mio parere, questi pezzi traducono in realtà l’anima del Mepe. La prima canzone, Suls mogcem (Ti darò la mia anima), è una canzone d’amore. E’ un pezzo semplice: chitarra scarna e voce splendidamente e sentitamente imprecisa. Un’interpretazione intensa per una canzone d’amore a tratti mesta ma mai melensa. 

Summa perfetta di canzone “crossover” alla Charkviani, impreziosita dalla voce della moglie e da toni psichedelici che rimandano all’India anche nel testo, Istorias, pezzo contenuto nell’album Amo (2001). Qui il video mostra una notevole versione live che consente di apprezzare al meglio tutto il carisma dell’artista. Io non aggiungerei altro, considerando anche il mio coinvolgimento emotivo totale. Lascio a voi le ultime considerazioni e il compito di tirare le (vostre) somme di questa tappa piacevolmente prolungata di Colors on the loose in Georgia. Per quanto riguarda me, riparto soddisfatta e con un corposo bagaglio di emozioni. Sulle note di Istorias, arrivederci a presto, chemi sakartvelo, e… sì, arrivederci a tutti!

Enjoy & breathe the colors…

P.s. Ringrazio ancora di cuore i miei amici e amiche georgiane ma soprattutto la persona speciale che mi ha “iniziato” agli artisti presenti in questa parte di articolo e che mi ha permesso e permette di vivere la Georgia pur rimanendo sempre in Italia

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