Chemi Sakartvelo : La mia Georgia – part 1

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bandiera georgia

Rieccoci finalmente qui dopo una lunga, non voluta assenza dai mari e dalle rotte musicali. La nave di Colors on the loose è nuovamente pronta a salpare e a spiegare le vele verso nuovi territori, nuove sonorità e nuove storie.

Nell’augurarvi un ottimo periodo festivo, sul finire dell’anno scorso ho fatto un breve riferimento a quello di cui ci saremmo occupati una volta tornati: ho detto che vi avrei reso partecipi e avrei condiviso con voi le scoperte musicali dell’ultimo mese. A dispetto di quanto questo plurale possa far sembrare, queste scoperte si concentrano in un unico e affascinante Paese. Per questo motivo Colors on the loose approda sulle coste orientali del Mar Nero per intraprendere un lungo e dettagliato viaggio nei territori e tra le musiche della Georgia

Prima di passare alla musica, questo “racconto” necessita di un antefatto. Per esplicitare quest’ultimo, tento di rispondere a una domanda: che cos’era e cos’è per me la Georgia? Se vi state chiedendo se, in questo mesetto di assenza, abbia avuto la possibilità di visitarla, la risposta, purtroppo, è no. Non ho ancora avuto occasione di andare in Georgia ma questa, in qualche modo, negli ultimi tempi, è venuta da me. Come specificato anche altrove sul blog, ho sempre avuto un grande interesse, talvolta privo di motivazioni specifiche, per le terre del Caucaso. Ho sempre subito il fascino dei cosiddetti “luoghi di frontiera”. Pensare a un Paese adagiato esattamente sul (presunto) confine tra Europa e Asia mi ha sempre dato quel tipo di brivido che si prova confrontandosi con qualcosa di misterioso. Dai tempi dell’università, la “questione eurasiatica” è sempre stata per me oltremodo coinvolgente e intellettualmente stimolante. Ciò detto, fino a poco tempo fa, un Paese come la Georgia era ancora da me percepito come… lontano: poche conoscenze, poche notizie e una sorta di timore reverenziale nei confronti di una lingua ancora oggi considerata un grattacapo dai linguisti, seppur dotata di uno splendido sistema alfabetico. Per quanto riguarda me, però, alle poche conoscenze non ha corrisposto una poca considerazione. Ho sempre pensato che avrei dovuto trovare un modo per approfondire, per saperne qualcosa in più. Il modo è arrivato da solo, in modo semplice, rivelandosi in tutta la sua bellezza di evento inatteso. Una esperienza entusiasmante, tuttora in corso, come insegnante di lingua italiana a stranieri, mi ha dato l’opportunità di conoscere molte, splendide persone georgiane. Sono nati subito amicizia, stima reciproca e bei sentimenti. Sono grata di tutto ciò e ancora ho poche parole per definire l’entità dell’arricchimento culturale e umano che queste conoscenze hanno comportato e stanno comportando per me. Ora la Georgia non è più un Paese lontano, è al contrario straordinariamente vicino; un paese amico e amichevole, meraviglioso nei suoi scenari e nelle sue contraddizioni, meritevole senza dubbio di essere conosciuto più approfonditamente e apprezzato. Ora sono pronta a condividere con voi almeno la parte esprimibile di questo arricchimento.

Questo articolo costituirà per Colors on the loose una specie di eccezione: per esigenze non di spazi bensì di tempo per la vostra lettura, questo racconto sulla musica georgiana sarà suddiviso in due parti, affinché possiate assorbire nel modo più agevole possibile quanto condiviso. L’antefatto volge al termine ma prima di passare ai veri contenuti del post voglio dedicare queste “pagine virtuali” a tutte le persone georgiane che mi hanno aiutato a conoscere tante cose – grazie a tutt* e un GRAZIE speciale a una persona in particolare – e, ovviamente, a tutti voi, lettori soprattutto italiani del blog: a voi, perché possiate avvicinarvi almeno un po’ allo spirito di questa terra così carica di fascino.

La prima parte di Chemi Sakartvelo – La mia Georgia sarà dedicata principalmente alla musica folk, in un breve excursus dai tempi antichi fino a quelli contemporanei, e agli scenari del pop georgiano dei nostri giorni. Se mi sono dilungata abbastanza nella parte introduttiva dell’articolo, lo stesso non potrò fare nella parte restante. Ammetto la difficoltà nel reperire informazioni dettagliate su molti artisti, specialmente quelli che saranno ospitati in questa prima parte. La quasi totale mancanza di notizie in italiano e spesso anche in inglese e russo ha reso, in certi momenti, davvero arduo mettere insieme i tasselli di questa “narrazione musicale”. Se è vero però che la musica è un linguaggio tanto potente ed efficace da sussistere autonomamente, troppe parole non saranno necessarie. Dunque, iniziamo…

I due video iniziali consentono di tornare indietro nel tempo, in un periodo in cui la Georgia, per il resto del mondo, altro non era che una piccola appendice meridionale dell’Unione Sovietica. Debi Ishkhnelebi (le sorelle Ishkhnelebi) e Hamlet Gonashvili costituiscono esempi magistrali, forse i più rappresentativi, del folk tradizionale più classico. La nascita del quartetto vocale formato dalle quattro sorelle Nina, Zinaida, Alexandra e Tamara Ishkhneli, il cui nome corrisponde al plurale del loro cognome, risale al 1941. Attivissime nel periodo della seconda guerra mondiale fino ai primi anni ’50, le sorelle erano solite eseguire pezzi sia russi che georgiani. Esse ricordano un tempo in cui la presenza sovietica nella nazione era preponderante – gli stessi nomi di battesimo delle cantanti sono di chiara origine russa piuttosto che georgiana. Il video è privo di immagini in movimento e ha un audio qualitativamente scarso. Esso costituisce però un piccolo saggio del folk di quei tempi. La canzone dovrebbe intitolarsi Da is vints’ gak’eba (E colui che per te parlava bene – in parentesi traduzioni approssimative). Il condizionale è d’obbligo. Chiedo scusa ai georgiani e alle georgiane per l’eventuale traslitterazione sbagliata! 😀

Il secondo video, anche questo di grande valenza storica, è un omaggio a Hamlet Gonashvili, vero e proprio “mostro sacro” della musica tradizionale georgiana. Nato nel 1928 e morto nel 1985, considerato “la voce della Georgia”, è stato cantante, insegnante e interprete carismatico del folk della sua terra. Dal 1970 fino alla tragica morte sopraggiunta per una fatale caduta  da un albero di mele, Gonashvili è stato voce solista ammaliante del Rustavi (una delle città più importanti del Paese) Ensemble, gruppo famoso poi in tutto il mondo per un repertorio assolutamente degno di nota nel genere. Il video, di qualità visiva sfortunatamente non eccellente, mostra l’artista eseguire  insieme al resto dell’ensemble Tu ase turpa ikhavi (Se sei stato/a così bello/a), canzone tradizionale. Il pezzo, sulle note di uno strumento popolare, mette in evidenza la raffinatezza ipnotica della voce di Gonashvili e rasenta atmosfere dal forte sapore spirituale.

Un salto temporale che ci accompagna ai nostri giorni ci consente di apprezzare un’evoluzione del folk georgiano attraverso l’esecuzione di Aluda Qetelauris Xsovnas a opera del gruppo Bani. Non ci sono informazioni sul gruppo che non siano in lingua georgiana. Il video mostra, a ogni modo, l’incontro di strumenti tradizionali tipici con una strumentazione più “moderna”. Le voci intense dei cantanti, di cui uno indossa il papakhi, tipico copricapo caucasico, e il crescendo strumentale, impreziosito sul finale da una sempre interessante fisarmonica, rendono il brano piacevole e, nel contempo, seducente, con le sue sonorità a metà tra canti quasi ascetici e ritmiche da danza popolare. 

Lasciando il folk, ma forse solo in parte, occorre fare un po’ di luce sull’attuale scena pop georgiana. Parlando con le mie amiche del posto, sono venuti fuori, quasi a furor di popolo oserei dire, due cantanti in particolare. Il primo risponde al nome di Dato Kenchiashvili. Per lui stesso problema: assenza totale di informazioni in qualsiasi lingua a me comprensibile. Per quanto non esattamente rispondente ai miei gusti musicali, la musica di Kenchiashvili, qui rappresentata dal brano Ar daijero (Non crederai), può essere inquadrata come una sorta di pop tradizionale. Il modo di cantare e la base “folkeggiante” del brano ricordano sonorità antiche, per quanto l’impianto della canzone viri vistosamente verso un certo genere melodico.

Il secondo nome proposto è quello di Anri Jokhadze, vera e propria popstar, nato nel 1980 nella capitale Tbilisi. Sulle scene musicali nazionali mainstream fin dalla più tenera età e acclamato come “voce d’oro della Georgia”, Jokhadze fa conoscere il pop georgiano al resto del mondo partecipando nel 2012 allo Eurovision Song Contest. Dotato di voce potente e quasi altisonante, l’artista esegue nel video qui di seguito una versione personalizzata di Tavisupleba (Libertà), inno nazionale georgiano, adottato solamente dieci anni fa all’indomani della Rivoluzione delle Rose. Il video è interessante anche da un punto di vista visivo, mettendo esso in evidenza il bianco e il rosso, colori della bandiera georgiana, e una certa enfasi patriottica. 

Con l’ultima artista di questa prima parte, ci spostiamo su un altro livello, sia musicale che di notorietà internazionale. Ketevan Melua, da tutti conosciuta come Katie, è probabilmente a oggi una delle artiste di origine georgiana più celebri al mondo. Nata nella città di Kutaisi, nella Georgia occidentale, Katie vive nel Regno Unito dal 1993, anno in cui la famiglia decide di lasciare la patria a causa della guerra civile all’epoca in corso. Dal 2005 è cittadina britannica. Per quanto profondamente legata al suo Paese d’origine – lei stessa afferma che si considererà per sempre georgiana – la sua musica, apprezzabile finora in cinque album pubblicati, ha sonorità profondamente occidentali e anglosassoni. Guidata dall’ispirazione proveniente dai suoi artisti preferiti (L. Cohen, P. Simon, Eva Cassidy, Jeff Buckley e J. Mitchell), Katie Melua si distingue per la sua voce dolce ma incisiva e per le sue composizioni raffinate ed eleganti. Il video qui proposto mostra la cantautrice in una coinvolgente versione live di On the road again, cover dei Canned heat, celebre gruppo rock-blues statunitense, contenuto nel suo secondo album Piece by piece (2005). Katie Melua rappresenta sicuramente l'”internazionalizzazione”, se così si può dire, della musica georgiana. Di quest’ultima rimane effettivamente ben poco nei dischi della cantautrice trentenne. Resta comunque il fatto che è stata pur sempre la Georgia a dare i natali a questo prezioso talento. 

La navigazione di questa settimana è partita dal folk più tradizionale ed è arrivata alle note più internazionali della Melua. Per ora occorre fermarci qui e apprezzare questo “primo capitolo” del viaggio in terra georgiana. Questa prima metà del tutto ha voluto introdurre al Paese e cominciare dagli ascolti più semplici. Il viaggio troverà il suo compimento nella prossima parte quando saranno toccate tappe sicuramente a me più vicine, per formazione e gusto musicale. Nella conclusione sarà affrontato “the other side” della musica georgiana, popolato da artisti alternativi, impegnati e, si potrebbe dire, più di nicchia. A questo punto è d’obbligo terminare con un sonoro STAY TUNED! 😉

Enjoy and breathe the colors…

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