Musica e politica: l’altra Turchia dei Kardeş Türküler

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Bandiera Turchia

Questa settimana il viaggio di Colors on the loose fa tappa in Turchia, terra di grande fascino e colori, porta d’Oriente o d’Occidente, a seconda della prospettiva da cui la si guarda, anticamente chiamata Asia Minore e oggi ponte prezioso tra l’Europa e il Medio Oriente. Per via della posizione geografica “intermedia” e della composizione etnica oltremodo variegata, la Turchia ha quasi sempre convissuto, nel corso della sua storia, con turbolenze e agitazioni, confronti e scontri, violenze e tentativi, spesso ardui, di ristabilire una base di atmosfera pacifica. Oggi nel Paese convivono o, nei casi più difficili, semplicemente coesistono, almeno dieci etnie: turchi e curdi formano la maggioranza della popolazione nazionale ma la presenza, seppur in numero inferiore, di armeni, greci, arabi, georgiani, lazi, bulgari, rom, albanesi, abkhazi e circassi, non può non essere rilevante. La Turchia è un Paese in prevalenza musulmano ma ospita comunità cattoliche, ortodosse ed ebraiche. Uno stato laico, a volte però pericolosamente a rischio di slittamento verso una gestione politica fortemente influenzata dai precetti religiosi; una democrazia che di democratico ha ancora molto poco, come condannato dalla “primavera turca” (Maggio 2013) delle proteste partite per il Parco Gezi in Piazza Taksim a Istanbul, poi estese alle molteplici problematiche del Paese. La Turchia è un concentrato esplosivo di tutto ciò. 

La questione della formazione etnica composita nel Paese è molto vecchia. Per quanto mi riguarda, qualsiasi opinione positiva possa avere di questo Stato, questa risulta sempre macchiata da un episodio della storia turca che non posso dimenticare e che non dovrebbe mai essere dimenticato né occultato. La vicenda a cui faccio riferimento è il genocidio degli armeni messo in atto dai turchi nel 1915. Il fatto che ciò sia accaduto ormai un secolo fa, in un periodo in cui  la Turchia si chiamava ancora Impero Ottomano e in cui il mondo era impegnato a combattere la 1° guerra mondiale non cambia la natura e l’esito del tragico avvenimento: uno sterminio giustificato dal principio de “la Turchia ai turchi” – già sentito e risentito nella storia e ancora oggi, seppur con attori diversi – che causò almeno un milione di morti tra gli armeni che vivevano in Turchia. La stragrande maggioranza delle nazioni continua a non riconoscere l’eccidio e la Turchia non ha mai apertamente ammesso le proprie responsabilità. Per me conoscere questa triste fetta di storia è importante, non solo perché appassionata delle culture millenarie del Caucaso, come quella armena, ma semplicemente perché tutti i genocidi sono uguali e se ogni anno ne ricordiamo uno, non è giusto ignorare gli altri. (Per chi volesse saperne di più, consiglio La masseria delle allodole, libro della scrittrice italo-armena Antonia Arslan, e il superbo film omonimo, tratto dal testo, realizzato nel 2007 dai fratelli Taviani). 

Detto questo, non sono qui per “demolire” la Turchia, anzi…! La parentesi sul genocidio armeno era funzionale a osservare quanto una buona parte della società e della cultura turche siano oggi lontane da atteggiamenti di odio ed emarginazione, di chiusura e di silenzio, e abbraccino invece ideali di condivisione, giustizia, cooperazione e solidarietà. A me piace pensare che la vera Turchia sia quella dei ragazzi e delle ragazze, degli uomini e delle donne che hanno riempito e colorato piazza Taksim con la loro presenza e volontà di riscatto e di lotta per una società più giusta ed equa, e mi piace immaginare che questa Turchia, l’altra Turchia, si muova con la voce e i ritmi dei Kardeş Türküler

Partiamo in medias res, con il video di Kara üzüm habbesi, pezzo degli inizi degli anni 2000, di importanza notevole e per la band e per la storia culturale turca in generale.

Il brano ha sonorità miste, tendenti a quelle medio-orientali, ma più variegate. Si tratta di una canzone energica, dai significati profondi e dal video coraggioso. Parliamo di coraggio perché questo è stato il PRIMO video musicale/culturale nella storia turca a ospitare contemporaneamente musicisti e, di conseguenza, testi turchi e curdi. Nonostante sia di epoca abbastanza recente – circa dieci anni fa – il video fu, si può dire, censurato e ancora oggi i passaggi concessi sono troppo pochi. Kara üzüm habbesi è la prima, notevole esplicitazione dello spirito e delle idee di questo gruppo: scambio interculturale, convivenza pacifica di etnie differenti basata sul principio dell’arricchimento reciproco, e utilizzo della musica e delle arti in generale come veicolo privilegiato di questi ideali. La scoperta dei Kardeş Türküler mi ha fatto un immenso piacere perché, secondo me, non ci sono propositi più nobili di quelli per i quali il gruppo si batte.

La band si forma nell’ambito del Centro Folkloristico dell’Università del Bosforo (Istanbul) nel 1993, con lo scopo di organizzare una manciata di eventi live in cui far esibire insieme musicisti rappresentanti delle varie etnie presenti in Turchia, e di porre così all’attenzione del pubblico le canzoni folk dei vari territori dell’Anatolia e dei suoi dintorni nelle loro struttura  e lingua originali. Nasce così, alla luce della multiculturalità della loro terra, il supergruppo dei Kardeş Türküler (Canti di fratellanza), formato da musicist* e danzatori/ici di etnia turca, curda, azera, armena, georgiana, rom e cecena/abkhaza. Seppur con grandi difficoltà dovute al non apprezzamento in patria degli sforzi dei Kardeş Türküler, questi, dalla fine degli anni ’90, si sono esibiti in tantissimi eventi culturali, festival e concerti, non solo nei territori di Anatolia, Medio Oriente e Caucaso, ma anche nel resto d’Europa. La maggior parte dei canali nazionali hanno vietato e continuano a impedire la visione dei video prodotti dalla band ma la loro influenza nel cammino verso la pace è innegabile. 

Kardeş Türküler hanno pubblicato dal 1996 al 2013 circa 9 album e i loro dischi hanno ospitato gradualmente sempre più musicist* di etnie diverse, allargando, se così si può dire, il loro raggio di azione e le loro zone di influenza. Il penultimo album nella loro discografia, Çocuk H/aklı (2011), è una summa perfetta di quanto precedentemente svolto dal gruppo, e realizza al meglio la sintesi pacifica di persone, musiche, voci, suoni, parole e colori diversi eppure meravigliosamente miscelati in armonie suggestive e vivaci. Seguono qui due esempi di questo esito musicale e culturale prezioso: il primo video riguarda Daymohk, splendida ballata dedicata alla Cecenia, piccola repubblica russa del Caucaso meridionale, vicina alla Turchia, per certi aspetti non solo geograficamente. 

Nel secondo video il gruppo si sposta da Est a Ovest intrecciando una collaborazione frizzante e vivace con la celebre Kocani Orkestar, brass band composta da rom macedoni. Il risultato dell’incontro musicale è Nazar, canzone vigorosa che mette insieme melodie medio-orientali e ritmiche balcaniche e che denuncia la rimozione di un campo rom a Instanbul. 

Avrei potuto scegliere tanti altri esempi della bellezza musicale e ideale dei Kardeş Türküler. A loro va non solo il merito di aver avviato, ponendosi anche in condizioni di rischio, un processo di consapevolezza, attraverso la musica, della eterogeneità etnica della loro terra e della necessità di far tesoro di essa piuttosto che occultarla, ma anche quello di aver pubblicato dischi splendidamente vari, veri e propri condensati di una parte di mondo che tanto ha da offrire ed esprimere.

Ritornando, prima di chiudere, all’inizio dell’articolo e al cenno alle proteste durante la “primavera turca” avviata nel maggio scorso, i Kardeş Türküler hanno sostenuto, incoraggiato e partecipato attivamente alla sollevazione. Lo splendido video qui in chiusura mostra una rappresentanza del gruppo esibirsi per strada, suonando padelle e strumenti di fortuna, nel loro contributo alla protesta. 

Cercando qua e là sul web, mi sono accorta che in Italia si sa ben poco, se non addirittura nulla, di questo straordinario supergruppo. Spero con questo post a loro dedicato di aver dato un contributo alla loro causa e spero che sempre più gente nel nostro Paese possa conoscerli, apprezzarli e abbracciare il loro pensiero. Questa è la Turchia che piace a me!

Enjoy and breathe the colors…

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