Fuga in Canada sulle note vellutate di Patrick Watson

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bandiera canada

Metà Novembre. Nel pieno dell’autunno, quello vero, non quello di fino a poco tempo fa, ancora provocatoriamente travestito da estate. Da qualche giorno piove e non fa più caldo, il cielo è grigio. Tutto ciò non è necessariamente un male per noi qui a sud, abituati a fin troppo sole. Le stagioni iniziano ad alternarsi anche per Colors on the loose, partita alle soglie dell’estate e giunta ora alla stagione che prelude all’inverno. A me piace molto l’autunno: ne amo immensamente i colori, di un avvolgente carezzevole, e gli odori e i sapori, ambrati e vivaci, come le fiamme nei primi camini accesi. Sì, cadono le foglie ma non si tratta di morte della natura. La natura va semplicemente a riposare un po’, leggera, tra le gocce di pioggia che scivolano sulle nostre finestre, e i tappeti di foglie ai piedi degli alberi dormienti. Amo l’autunno ma l’amerei ancora di più se mi trovassi in luoghi, come il Nord America. Spicchi di natura che offrono visioni complete e appaganti della bellezza autunnale. Non molto tempo fa, mi sono ritrovata, per caso, a sfogliare un catalogo fotografico dedicato all’autunno nella regione canadese del Québec. Scorrevano, uno dietro l’altro, paesaggi naturali dallo splendore quasi destabilizzante, realizzato da un’armonia di colori e sfumature perfetta. Provate anche voi, soprattutto nostalgici dell’estate, a dare un’occhiata a immagini del genere e apprezzerete un po’ di più questa stagione dalle tante risorse, anche se fisicamente siete/siamo lontani dal CanadaColors on the loose, questa settimana, si trova proprio nel Québec canadese per introdurvi a un artista dalle qualità vivide e ammalianti come le danze di colori sugli alberi di acero nel Paese dalla Maple Leaf Flag (Bandiera della foglia di acero, albero rappresentativo del Canada). Se la nazione della settimana è il Canada, l’artista della settimana si chiama Patrick Watson

Dalla premessa appena fatta qualcuno potrebbe pensare che io associ la musica di Patrick Watson all’autunno e che, di conseguenza, questa potrebbe essere definita “autunnale”, crepuscolare. Non è propriamente così, anche perché i brani che seguiranno dimostreranno come la voce e la musica di Watson vadano bene sempre, in qualsiasi stagione ci si trovi. Spesso una canzone definita “autunnale” o “invernale”, ammesso che una definizione “stagionale” della musica possa essere corretta, si trova a non reggere il confronto con un pezzo, cosiddetto, “estivo”. Questo accade perché le sonorità malinconiche e nostalgiche, solitamente attribuite alle stagioni fredde, sono spesso bistrattate rispetto a quelle allegre e spensierate tipiche dei mesi caldi. Tutto dipende dai punti di vista. A me questa “battaglia stagionale” non piace, soprattutto se riferita alla musica. Detto ciò, ci sono delle canzoni che, per le atmosfere che creano ma, soprattutto, per i pensieri e i ricordi personali che rievocano, tendo a legare a un stagione in particolare. Alcune canzoni di Patrick Watson, velate di una malinconia leggiadra, sono per me legate all’immaginario di un autunno sia reale, quello del paesotto pugliese vicino al mare in cui mi trovo, che ideale, quello dei meravigliosi boschi canadesi. 

Patrick Watson è un cantautore e musicista nato in California nel 1979 ma originario di Montréal (Québec), città in cui è cresciuto e dove ancora vive. La sua è una storia ordinaria, simile a quella di molt* giovani che si avvicinano al mondo della musica: inizia a suonare durante i tempi del liceo, dove si unisce a una band di genere ska. Successivamente, la maturazione musicale avviene insieme ai musicisti che diventeranno il suo gruppo. Non ordinari, bensì straordinari, invece, il talento della band nella composizione musicale e la voce di Watson, vera e propria perla di purezza e raffinatezza. Un primo, magistrale esempio è apprezzabile in The great escape, brano che mi ha iniziato all’ascolto di questo artista, e che fa parte di Closer to paradise (2006), secondo album del gruppo. 

Questa canzone, accompagnata da un video suggestivo caratterizzato da un disegno che si compone in progress, è, a mio parere, un gioiello autentico di semplicità, non banalità, musicale in cui le note del pianoforte e la voce morbida e delicata di Watson formano un amalgama di grande valore. A dispetto della sonorità mesta che si può imputare al pezzo, il testo è invece un invito a reagire a un momento difficile:

Hey child, things are looking down. /Hey, ragazz*, le cose sembrano non andare bene.         
That’s okay, you don’t need to win anyways. / Fa niente! Non si deve vincere a tutti i costi.    
Don’t be afraid, just eat up all the gray / Non aver paura, divora tutto il grigiore    
and it will fade all away. / e questo si dissolverà completamente.    
Don’t let yourself fall down. / Non lasciarti abbattere.                                                                   

Ecco che quel great escape (grande fuga) assume una connotazione assolutamente positiva. 

La musica di Patrick Watson e del suo gruppo è stata spesso accostata a quella di artisti come Nick Drake, Jeff Buckley, Antony Hegarty, Chris Martin, tutti da me molto amati. Ascoltando gli album del musicista canadese mi sono ritrovata, in effetti, a sentire echi, più o meno consistenti, della musica di questi artisti. Elementi certamente in comune sono un discreto senso della sperimentazione e la creazione di ambienti sonori fluttuanti, originatisi nella realtà ma tendenti a qualcosa di diverso che si mantiene leggero e oscillante a mezz’aria. Il prossimo video introduce forse un po’ meglio alla musica un po’ meno immediata, rispetto a The great escape, della band. Il titolo del pezzo è Fireweed, prima traccia di Wooden arms (2009), terzo album di Watson e compagni. L’uso della voce è magistrale, come sempre. Ho trovato, inoltre, molto interessante l’esecuzione della batteria in chiusura di brano. 

Patrick Watson ha collaborato attivamente alla scrittura di molte canzoni contenute nell’album Ma Fleur della Cinematic Orchestra, band britannica che si muove tra jazz, elettronica e musiche da film. Vi consiglio di ascoltare To build a home, traccia di apertura del disco, piccolo capolavoro, reso tale anche dal prezioso contributo vocale dell’artista canadese. 

La musica di Patrick Watson riesce, secondo me, a creare dei paesaggi sonori accostabili, in bellezza e grazia, a quelli che la natura dipinge, in questa stagione, sui boschi della sua nazione. La sua voce, una delle più interessanti attualmente, trasmette lo stesso calore di un abbraccio, regala all’orecchio una sensazione di piacevolezza quasi disarmante. Il brano conclusivo di questo articolo, Lighthouse, tratto dall’ultimo album della band, Adventures in your own backyard, pubblicato l’anno scorso, rasenta la perfezione. Mi emoziona sempre molto ascoltarlo e, per questo motivo, non voglio contaminarlo con troppe parole. Cinque minuti di bellezza pura in cui il pianoforte è elegante ed evocativo e  la voce di Watson è, perdonerete la metafora più o meno azzardata, tenero bacio sugli occhi. Si percepisce l’attitudine alla sperimentazione della band attraverso la “lama” suonata con un archetto che ricorda, nell’esito sonoro, quasi un theremin. Il cambiamento/crescendo finale poi, che rimanda, seppur vagamente, a certe atmosfere in stile Morricone, conclude quello che è un altro piccolo capolavoro.

Un buon autunno a tutti, di colori caldi, di atmosfere accoglienti e … di buona musica!

Enjoy and breathe the colors…

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