C’erano una volta due cantautori israeliani: Oren Lavie e Asaf Avidan

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Bandiera israeliana

PREMESSA GENERALE per chiunque – tra cui io stessa – si stia chiedendo cosa ci faccia la bandiera israeliana all’inizio di un mio articolo. Vedere questa bandiera, per di più qui, nel mio blog, mi riempie di inquietudine. Chi mi conosce sa che non ho stima né la minima simpatia per le politiche e l’atteggiamento adottati dallo stato ebraico. Semplicemente, non posso accettare che un consistente numero di persone – non voglio usare la parola popolo – si senta autorizzato a opprimerne altre, a privarle di quasi tutto, a cominciare da acqua e terreni, e a farle vivere nel terrore quotidianamente, solo perché si considera “eletto” da Dio e perché cerca una rivincita rispetto ai terribili fatti accaduti sotto il regime nazi-fascista. Comportarsi quasi allo stesso modo non è rivincita. Ripudio il nazi-fascismo e ripudio le politiche israeliane rispetto alla questione degli arabi in Terra Santa. Ho supportato e sempre supporterò, seppur nel mio piccolo, la causa palestinese. Ci tenevo a esprimere questo pensiero con decisione e chiarezza. A ogni modo, questo articolo parlerà di musica. Mentirei se dicessi che si può parlare di musica dimenticandosi completamente della politica. Questo articolo si basa sul concetto del “non far di tutta l’erba un fascio” perché se c’è un’altra cosa che ripudio, quella è la generalizzazione. Qui c’è semplicemente una piccola dimostrazione del fatto che anche da Israele può venir fuori della buona musica. Musica, in questo caso, non politicamente impegnata.

PREMESSA PARTICOLARE. Guardo molto poco la TV. Quei pochi programmi validi che guardo si condensano solitamente nel terzo canale della TV di stato. Uno di questi, uno dei migliori, è Sostiene Bollani, pensato e condotto – più come si conduce un’orchestra che una trasmissione televisiva – da quel talento incommensurabile ed eclettico di Stefano Bollani. Già citato nell’articolo su Bobo Rondelli, anche in riferimento al concerto a cui ho assistito al teatro Petruzzelli di Bari lo scorso luglio, Bollani è per me un artista di riferimento o, potrei dire, un artista perfetto: è un virtuoso del pianoforte con un repertorio vastissimo che suona però con una personalità netta e con una carica comunicativa uniche. La sua trasmissione dimostra anche le sue doti di insegnante: riesce a rendere aspetti estremamente tecnici della materia fruibili a tutti grazie alla naturalezza della sua esposizione. Seguo con grande interesse Sostiene Bollani per tutte queste cose e perché, proprio grazie all’apertura del suo conduttore verso tutti gli scenari che la musica possa abbracciare, è teatro di scambi musicali preziosi che coinvolgono artisti provenienti da varie parti del mondo e che, di volta in volta, cambiano. 

Dalla fusione di queste due premesse prende forma il post di questa settimana. Domenica scorsa in trasmissione Stefano Bollani e l’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI hanno accompagnato un giovane cantautore israeliano, Oren Lavie, nell’esecuzione di un pezzo composto da quest’ultimo. L’unione delle componenti ha creato un sound intimo e avvolgente che mi ha colpito positivamente. E mentre lo ascoltavo, già pensavo a un approfondimento in merito e a uno spazio da dedicargli qui…

Il brano appena ascoltato, The man who isn’t there, è tratto dall’unico album finora pubblicato da questo cantautore nato e cresciuto a Tel Aviv ma successivamente stabilitosi tra Gran Bretagna, Stati Uniti e Germania. The opposite side of the sea, questo il titolo del disco a cui Oren Lavie arriva nel 2007 dopo una carriera già ben avviata come drammaturgo, già a un primo ascolto si configura come una silloge di pezzi estremamente raffinati, tutti da lui composti e arrangiati. La voce dell’artista suona, almeno al mio orecchio, morbida e quasi sussurrante, e si svolge leggera su strutture musicali sospese ma precise. Il disco è pacato ma mai noioso. Il suo ascolto mi ha infuso tranquillità probabilmente grazie ai riecheggiamenti di smooth jazz e ai rimandi-tributi alla musica classica, tanto amata dall’artista. L’intensità del disco e la sua leggerezza di classe sono apprezzabili anche nella prima traccia: Her morning elegance, canzone rappresentativa di Lavie, diventata famosissima su youtube per il bel video girato in stop motion.

I suoni quasi incantati di  The opposite side of the sea si traducono nelle note leggiadre del glockenspiel che fa da cornice al pezzo. L’album ha un impianto sonoro malinconico e nostalgico, quasi a voler narrare quella distanza, a volte troppo profonda, tra il punto in cui ci si trova e quel “lato opposto del mare”, qualunque esso sia. Allo stesso tempo, niente ha il gusto del tragico e del drammatico. Tutto si svolge, senza peso, sull’onda di una leggerezza malinconica simile a quella che si prova guardando il mare, di cui l’orizzonte è solo un limite fittizio. Non so bene come spiegarlo ma la musica di Oren Lavie mi ha dato l’idea di una sorta di ambient non elettronico, di composizioni rivolte al passato ma non anacronistiche. Aspettando il secondo album dell’artista, ringrazio Sostiene Bollani per questa piacevolissima scoperta. 

Visto che la nave di Colors on the loose doveva fermarsi in Israele, ho pensato di approfittarne per menzionare un altro artista, un altro cantautore: Asaf Avidan. Decisamente più conosciuto di Oren Lavie nel nostro Paese, Avidan è diventato oltremodo famoso, secondo me, per il motivo sbagliato. La sua fama in Italia ma credo anche in molte altre nazioni è legata principalmente alla canzone One day/Reckoning song che, remixata dal dj tedesco Wankelmut, con un risultato che allo stesso Avidan è piaciuto ben poco, è riuscita ad affermarsi come vero e proprio tormentone, con tutte le conseguenze negative che questo concetto si porta dietro. La versione originale del pezzo, così come contenuta in The Reckoning (2008), primo album di Avidan pubblicato con la sua band The Mojos, è un altro paio di maniche. Lo stesso cantautore la definisce una canzone estremamente sofferta che poco ha, effettivamente, a che fare con l’elettronica da filastrocca del remix. Nella versione live per sole voce e chitarra acustica la si può apprezzare nella sua anima più fragile e più sincera, grazie alla voce incredibile e magnetica dell’artista che si produce in un crescendo di pathos canoro a cui non si può rimanere emotivamente impassibili. 

Asaf Avidan è nato a Gerusalemme anche se ha vissuto diversi anni della sua infanzia in Giamaica. Nato nel 1980, di pochi anni più giovane del collega Lavie (1976), rappresenta con quest’ultimo un cantautorato israeliano che ha comunque un sapore universale. Non ci sono melodie folk e tradizionali nella loro musica che sembra guardare più a “Occidente” che alle sonorità mediorientali o klezmer. I testi sono intimi e personali, basati per lo più su vicissitudini private. Nonostante questi punti in comune, Lavie e Avidan sono profondamente diversi. La principale differenza abita nella voce: tanto placida e mite quella di Lavie, quanto lacerata e blues quella di Avidan. Asaf ha ormai all’attivo tre album con il gruppo The Mojos e uno da solista. Le sue canzoni, soprattutto quelle contenute nei primi due dischi, raccontano di sofferenze universali che, per quanto personali, sono uguali per tutt*, in tutti i paesi, a tutte le latitudini. Mi appresto alla conclusione dell’articolo con il video di una delle mie canzoni preferite da lui scritte, Brickman, tratta dal secondo album, dal titolo Poor boy/Lucky man (2009), qui in un’altra performance toccante e intensa con sole voce, chitarra acustica e tromba. 

Pronti ora a ripartire per un’altra meta, lasciamo il territorio musicale israeliano con la soddisfazione di aver esplorato, almeno un poco, due voci e due artisti completi che indubbiamente meritano di essere conosciuti e apprezzati per quello che, con il loro contributo, regalano alla musica. 

Enjoy and breathe the colors…

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