Colors on the loose in .. HAWAII ALOHA! Musiche di Gabby Pahinui e Israel Kamakawiwo’ole

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bandiera hawaii

Qualche settimana fa ho avuto finalmente l’occasione di vedere Paradiso amaro (The Descendants), ultimo film del regista statunitense Alexander Payne. Dico finalmente, perché da tempo tentavo di rintracciarlo sul satellite – essendomi sfuggito sul grande schermo – dopo aver letto un numero non indifferente di opinioni positive a riguardo. Non che mi fidi o stia lì a pendere dalle labbra dei critici cinematografici e musicali, intendiamoci. Ebbene, il film ha confermato il mio “rapporto difficile” col regista. Ancora una volta – mi era già successo con Sideways, sua opera precedente del 2004, premiata con Oscar e osannata a destra e a manca – le tante aspettative, accomodatesi accanto a me sul divano all’inizio del film, hanno subito, alla fine, un ridimensionamento tanto brusco da lasciarmi vagamente inebetita. Non parliamo di pellicole inguardabili, chiariamoci, ma nemmeno di miracoli cinematografici. O forse è a me che sfugge qualcosa ogni volta che mi confronto con un film di Payne. Detto questo, se di Sideways avevo apprezzato più di tutto il salto nella California collinare e vinicola, di Paradiso amaro salvo qualcosa in più. Questa volta la leggera delusione derivata dal non esser riuscita ad appassionarmi al dramma familiare di George Clooney è stata compensata da un’attrazione per la colonna sonora e da una riflessioni sui luoghi che scorrono sullo schermo: le isole Hawaii

Le Hawaii, cinquantesimo stato degli Stati Uniti d’America, spiagge bianchissime, mare cristallino, meta da molti agognata per una vita e sede di strutture turistiche di lusso. Ma è davvero tutto qui? Ovviamente no. Come noterete, questo post non è archiviato nella sezione Americhe, bensì in Oceania. L’arcipelago hawaiano ha ben poco in comune con gli USA. Geograficamente, le isole appartengono allo stesso continente in cui ritroviamo Australia, Nuova Zelanda e le varie Polinesia, Micronesia, Melanesia, etc. etc. Arrivare alle Hawaii non è esattamente la cosa più semplice da organizzare, essendo, al mondo, tra le isole più distanti in assoluto dalla terraferma. A parte il fascino ispirato da questa posizione di isolamento in mezzo al Pacifico, le Hawaii hanno popolazioni indigene e lingua molto particolari. Vedendo il film di Payne e ascoltandone la colonna sonora, pensavo a quanto fossero distanti i suoni della lingua locale dall’inglese e a quanto fossero pacifiche – per una volta non è un gioco di parole con l’oceano! – quelle melodie. C’erano spunti sufficienti per indagare un po’ sulla musica tipica dell’arcipelago. Immaginavo che gli esiti dell'”indagine” non avrebbero deluso e così è stato. Vediamo cosa si è scoperto..

Gabby Pahinui e Israel Kamakawiwo’ole sono i due artisti di cui questa settimana parleremo e che ascolteremo. La musica hawaiana ha solitamente toni morbidi, melodie tranquille. Ascoltare le canzoni di questi cantanti/musicisti è, almeno per me, come lasciarsi cullare dalle onde lievi di un mare appena increspato. Sono pezzi nati in spiaggia ma non “da spiaggia”. Gabby Pahinui e Iz – questo l’altro nome, decisamente più pronunciabile, di Israel Kamakawiwo’ole – sono tra gli esponenti più importanti di questo tipo di musica che, seppur attraverso una dolce pacatezza, racconta la storia di popoli che rivendicano il riconoscimento e il rispetto della propria identità. 

Appartenuti a due generazioni differenti – Pahinui nato nel 1921 e Iz nel 1959 – i due musicisti hanno molto in comune. Entrambi nati nella capitale Honolulu, morti in età ancora prematura, dotati di voci che, per quanto differenti, imprimono allo stesso modo un solco nell’anima dell’ascoltare,  Gabby Pahinui e Israel Kamakawiwo’ole sono per il popolo e la musica hawaiana veri e propri esseri mitologici, alfieri nel mondo di una cultura antica e peculiare, troppo spesso erroneamente assimilata a quella del Nord America. 

Mentre si susseguono in Paradiso amaro di Payne, le scene sono accompagnate significativamente da pezzi tradizionali, eseguiti dagli artisti più rappresentativi dell’arcipelago. Tra questi, Gabby Pahinui. Uno dei brani migliori è Ka Makani Ka’ili Aloha preso in prestito, nel video qui sotto, proprio dall’original soundtrack della pellicola. 

Questo pezzo già di per sè riassume le sonorità della musica del posto, la voce calda di Pahinui, considerato un vero e proprio eroe del folk hawaiano, e dà un assaggio della lingua melodiosa delle isole. L’artista nato negli anni ’20, attivo soprattutto tra gli anni ’40 e i ’70, non è stato solo colui che, secondo molti conterranei, ha cambiato il volto della musica hawaiana, aprendola al resto del mondo. Egli è stato anche uno dei maggiori esecutori di slack-key, una tecnica di fingerstyle sulla chitarra che deve i natali proprio all’arcipelago del Pacifico. Come al solito, non sono in grado di scendere in dettagli tecnici. Quello che conta è che quello che all’origine era un modo di suonare vincolato a contesti privati, in famiglia o tra amici, con Gabby Pahinui diventa un vero e proprio stile che dalle Hawaii passa al resto del mondo. 

Ho tentato di trovare video che mostrassero il musicista in concerto ma ce ne sono davvero molto pochi. Uno di grande rilevanza è quello in cui Pahinui esegue Hi’ilawe, pezzo tra i più antichi, registrato nel 1946, introdotto dalle parole di stima del figlio, anche lui musicista. 

Se ci lasciamo scivolare su una sorta di linea generazionale all’interno del panorama musicale hawaiano, passiamo in modo del tutto naturale dalla slack-key guitar di Gabby Pahinui all’ukulele di Israel Kamakawiwo’ole. Se il suo predecessore è stato colui che ha portato la musica hawaiana nel mondo, con Iz questa ha finito per essere consacrata. Questi ha preso il folk portandolo a un livello successivo, costruendo pezzi in cui si miscelano lingua locale e lingua inglese, melodie tipiche e accenni blues e jazz. Iz, musicista dall’infanzia fino alla sua troppo prematura morte, avvenuta all’età di soli 38 anni, è stato soprattutto un artista impegnato. Ha cantato i disagi degli indigeni; ha condannato, attraverso la sua voce di una dolcezza infinita, le violazioni che la sua terra ha dovuto subire. Esempio speciale di tutto ciò Hawai’i ’78, canzone contenuta in Facing Future (1993), album più celebre di colui che è stato definito “The voice of Hawaii”.

Il pezzo, eseguito dal vivo, con l’accompagnamento del fedele ukulele, cantato in parte in lingua locale e in parte in inglese, e supportato qua e là da immagini toccanti della vita nell’arcipelago, è un atto di denuncia diretta e senza troppi giri di parole di tutto ciò che la sua patria ha dovuto sopportare, dallo sconvolgimento del territorio, deturpato per la costruzione di innumerevoli strutture turistiche tanto lussuose quanto tristi, all’assorbimento della cultura locale in un sistema, potremmo ancora dire, imperialistico. 

Ora, tutti noi conosciamo la versione di (Somewhere) Over the rainbow, classico dei classici della musica mondiale, realizzata da Iz, e postarla qui avrebbe il sapore della mossa scontata ma non posso evitare di farlo. Si tratta, secondo me, non solo della cover più riuscita del brano, ma di una delle cover migliori di sempre. Il video ufficiale, tributo realizzato all’indomani della scomparsa dell’artista, mostra fotogrammi commoventi di Iz e immagini di un paradiso che dovrebbe essere rivalutato per le sue caratteristiche specifiche e per la sua gente coraggiosa, e che non dovrebbe più essere considerato semplicemente come una “periferia dorata” degli Stati Uniti d’America. La voce di Israel Kamakawiwo’ole, come prima quella di Gabby Pahinui, si fonde alle onde dell’oceano sulle scogliere, allo scrosciare delle cascate e al vento che soffia tra le palme di una terra che, punto luminoso al largo del Pacifico, brilla di luce propria anche… al di là dell’arcobaleno. 

In chiusura di articolo, sento il dovere di ritornare sui miei passi. Paradiso amaro può anche non avermi entusiasmato nella storia e nella costruzione ma ha avuto il merito di avvicinarmi alla musica delle Hawaii e di farmi riflettere su questa meravigliosa terra. Non so se questo fosse tra gli intenti di Alexander Payne prima e durante la realizzazione del film. Credo, a ogni modo, di dovergli un piccolo ringraziamento.

Enjoy and breathe the colors…

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