L’Eurasia e gli esperimenti etnomusicali dei Deti Picasso

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bandiera russarmena

Alcuni di voi non ci faranno caso, altri staranno cercando di indovinare, con qualche difficoltà, a che razza di nazione può appartenere una bandiera del genere, all’apparenza una sorta di immagine vista, attraverso uno specchio, da occhi traballanti. Non vi disturbate oltre. La bandiera qui sopra non esiste; non appartiene ad alcuno stato. Eppure esiste ed è la fusione di due bandiere, simboli di due nazioni. Questa settimana noi ci adagiamo esattamente su quella bianca, labile linea a zig zag che separa o collega – decidete voi! – la Russia e l’Armenia

Ogni articolo del blog deve essere associato a una categoria. Per comodità nelle ricerche, decisi, a suo tempo, di creare categorie che corrispondessero ai cosiddetti continenti geografici. Il tema di questa settimana non fa che suggerire quanto, talvolta, i confini e le divisioni siano invenzioni i cui valori e validità lasciano il tempo che trovano. Questo articolo sarà compreso contemporaneamente nella sezione Europa e nella sezione Asia. Rendergli giustizia significherebbe, però, creare una categoria intermedia, perfetta per il tentativo di definizione di quella terra di mezzo – non quella di tolkeniana memoria! – che risponde al nome di Eurasia

Non lo nego. Molto in questo articolo ha a che fare con quelle che sono state mie esperienze di studio e di vita. Non lo nascondo. Sento tutto molto vicino, caro alla memoria. L’Eurasia, la Russia, l’Armenia e i Deti Picasso – con un sussurro vi introduco alla band ospite sulla barca di Colors on the loose questa settimana – sono parole chiave di un percorso intenso che, preso avvio un po’ di anni fa ormai, mi ha portato dai banchi dell’università alla Russia reale dei miei soggiorni a Mosca e a Pietroburgo, e all’Armenia metaforica del mio più recente viaggio intellettuale, oggetto della mia tesi di laurea. Non voglio e non parlerò di me nello specifico. La musica è la cosa più importante, con tutto il bagaglio di significati culturali che si porta dietro. Tutto è perfettamente collegato qui: da un lato, i Deti Picasso sono un gruppo di armeni trapiantati in Russia la cui musica è esempio magistrale di “in-between” eurasiatico, dall’altro io ho sempre amato il concetto di Eurasia, tuttora sfuggente a definizioni nette, ho camminato per le strade della Russia europea e visto l’Armenia attraverso gli occhi del poeta Mandel’štam ma, soprattutto, ho conosciuto i Deti Picasso all’università e ho, oltretutto, vissuto la rarità di una loro esibizione dal vivo. L’avevo detto, è tutto collegato; intricato, sì, abbastanza, ma tutto torna! 😉

Durante i primi anni di università le classi di russo erano solite partecipare a  un incontro in cui si mettevano in standby per un giorno la “depressione da verbi di moto” e gli elevati ma malinconici pensieri generati dalla letteratura e, semplicemente, si faceva la conoscenza di gruppi e cantanti russi, ascoltandone alcune canzoni in un’atmosfera rilassata e da festicciola post-esami. Fu così che comparvero per la prima volta al mio orecchio i Deti Picasso, gruppo attivo dalla metà degli anni ’90. La canzone di quella giornata universitaria di euforia musicale era Kak Budda (Come Buddha), qui in uno dei pochi videoclip ufficiali della band. 

Devo dirlo, tranne la parte di violino, il pezzo non è esattamente uno dei miei preferiti. Partecipa di questo articolo come simbolo di memoria personale e, in quanto uno dei primi singoli di maggior successo, come introduzione alla musica del gruppo. Esso è infatti contenuto nel primo vero album della band, Mesjac ulybok (Il mese dei sorrisi, 2002), caratterizzato principalmente da sonorità miste tra rock e pop, ancora acerbe in quello spirito folk che diventerà preponderante negli album successivi. Come già detto, i Deti Picasso sono una formazione composta da musicisti armeni, i cui leader sono la cantante Gayane Arutyunyan e il chitarrista Karen Arutyunyan, sorella e fratello. Iniziano la loro carriera a Mosca e la proseguono a Budapest, città in cui, da qualche tempo, sono stabiliti. Fin dall’esordio considerati una delle band più interessanti nel panorama musicale russo ed eurasiatico, tanto particolari da divenire spalla di gruppi come Depeche Mode e Massive Attack nei concerti in Russia di questi ultimi, i Deti Picasso si distinguono per la capacità e il merito di aver mescolato a uno stile musicale rock sporco, aggressivo, quasi grunge nei suoi accenni droning, alle sonorità del più antico e tradizionale folk armeno, il tutto enfatizzato dalla voce eurasiatica dell’Arutyunyan, tagliente e a tratti violenta ma, nel contempo, solida e ardente come le montagne del piccolo paese del Caucaso. Qui di seguito, Merik, uno dei pezzi più rappresentativi di questo stile, nonché uno dei miei preferiti, cantato non più in russo come il brano precedente, bensì in lingua armena (di cui, ahimè, non posso fornirvi traduzioni). 

Merik è tratto dal secondo album dal titolo inequivocabile, Etničeskie eksperimenty (Esperimenti etnici, 2004). La base di chitarre “dirrty” sul motivo orientale, apprezzabilissimo negli ultimi due minuti, fa del brano una manifestazione perfetta dell’originalità dei Deti Picasso. L’album in questione è tutto molto suggestivo. Da sempre amante della musica folk tipica delle varie nazioni e, contemporaneamente, per quanto possa sembrare stridente, con una lunga parentesi di ascolto di musica grunge alle spalle (che ancora reca i suoi segni), non potevo non farmi coinvolgere dal sound di questo disco, sicuramente uno dei miei preferiti. 

Dopo Etničeskie eksperimenty, i Deti Picasso hanno alternato album con canzoni in russo e in armeno, costruendo impianti musicali e canori sempre più inclini a una psichedelia dal sapore etnico e dal sound magnetico. Altri 3 album dal 2004 al 2010, di cui l’ultimo, costituito in realtà da due album gemelli, Gerda e Kaj, sfiora l’aspetto e la costruzione di un concept. Un esempio di tutto ciò in Mal’čik, pezzo tratto proprio da Gerda, qui in versione live. Sonorità elettriche, violini tipici del gruppo, testo russo e psichedelia a metà tra Occidente e Oriente.

Prima ho accennato a un concerto dei Deti Picasso a cui ho avuto la fortuna di prendere parte. Non stavo scherzando; è accaduto davvero. No, non li ho visti in Russia – cosa che sarebbe suonata alquanto scontata – li ho visti in.. Italia…

Livorno, estate 2008, Italia Wave Love Festival (supplente del più famoso Arezzo Wave). Il piano era di adagiarsi sul prato dello stadio Armando Picchi e ascoltare la performance dei Verve, incuranti delle altre band in scaletta che avrebbero cantato poi, quanto? al massimo due canzoni? Il simpatico cantante Richard Ashcroft si fa venire il giorno prima una sorta di laringite. I Verve annullano il concerto. Ormai lì, anche se delusi, si va comunque allo stadio. Quanto grandi siano state per me la sorpresa e il piacere di scoprire tra le “band altre” i Deti Picasso non riesco ancora a quantificare. Merik è stata una delle canzoni cantate e suonate quella sera. Da quel giorno apprezzo ancora di più il gruppo e l’incredibile presenza scenica di Gaya Arutyunyan e… sì, certo, quanto si tratta di festival musicali, leggo fino in fondo tutte le scalette degli artisti.

Non ho video di quella serata – non era ancora l’epoca degli smartphone facili – solo qualche scatto di una malandata macchina fotografica. Ho pensato di chiudere questo articolo di musica e memorie facendo l’eccezione di condividere una foto personale sperando vi guidi verso un ulteriore approfondimento di questo gruppo.

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Deti Picasso, Livorno, Italia Wave Love Festival, 2008.

Enjoy and breathe the colors…

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