Note tra nuvole di neve – Viaggio musicale in Islanda

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bandiera islandese

Di ritorno in Europa, ci fermiamo in Islanda. Una piccola isola, piuttosto distante dalla terraferma, guardiano silente sull’uscio della “porta nord” del vecchio continente. Non essendoci (per ora!) mai stata, immagino l’Islanda come il Paese isolato e ricoperto di un bianco quasi perenne ritratto in Nói Albínói (Nói, l’albino – Islanda, 2002), film tragicomico e surreale che consiglio a chiunque abbia voglia, di tanto in tanto, di guardare una pellicola “diversa”. Se a questi paesaggi silenziosi e ovattati aggiungiamo i colori accesi delle casette tipiche del Nord Europa, sembra di riuscire a creare, nella nostra mente, un’immagine esaustiva e rappresentativa dell’isolotto dell’Atlantico settentrionale. Non si tratta, chiaramente, solo di questo.

Le sonorità islandesi più comuni a noi, a qualche migliaio di chilometri più a sud, ci riportano agli ormai celeberrimi Björk e Sigur Rós, agli ultimi arrivati Of monsters and men, capaci di creare un tormentone come Little talks, usato nel nostro Paese come colonna sonora di uno spot dagli innumerevoli passaggi quotidiani, o, per i più curiosi, alla band elettronica dei Múm e alla voce da bimba eterea di Emiliana Torrini. Questo breve elenco già basterebbe a far ricredere coloro che pensano all’atmosfera asettica della neve, al silenzio e all’isolamento come impedimenti alle creazioni artistiche.

Nessuno degli artisti appena citati sarà, ovviamente, oggetto di questo post. Voglio approfittare del “salto” in Islanda per parlare di due band meno conosciute ma altrettanto interessanti; voci cariche, di un popolo che tanto ha evidentemente da dire, creare e tradurre in musica: gli Slowblow e i Seabear.

Il già menzionato film Nói Albínói mi introdusse, tempo fa, agli Slowblow, autori di notevolissima bravura di una colonna sonora impeccabile, in grado di dar vita e sostenere una fusione perfetta tra suoni e paesaggi. Ho ritrovato, in seguito, la stessa sensibilità artistica nel resto delle produzioni di questo duo di base nella capitale Reykjavik, che fluttua tra l’elettronico e il folk. Esempio magistrale di questo connubio raffinato dimora nel pezzo Within tolerance, contenuto nell’album Slowblow, pubblicato nel 2004.

Passando alla seconda band protagonista di questo post, i Seabear, non ricordo esattamente quando e come ne venni a conoscenza. Ricordo però il brano che mi permise di apprezzarli immediatamente. Rispetto alla piccola formazione degli Slowblow – sono solo in due! – i Seabear contano sette componenti. Formatisi e attivi anche loro nella capitale, essi si muovono in un ambiente musicale indie-folk dal sapore nordico. Negli anni la band ha acquisito una fama diffusa anche oltreoceano. Alcune canzoni da loro firmate sono state ospitate in alcune delle più famose serie tv statunitensi. Preferisco, comunque, inserire, qui, proprio LA canzone con cui, diversi anni fa, conobbi il gruppo: Arms (2007).

Entrambi i pezzi, seppur abbastanza differenti, danno l’idea della ricerca e del raggiungimento di un senso accogliente e di un calore che, associati al candore della neve e ai sospiri dei silenzi artici, creano un’atmosfera unica e magica pari a quella delle aurore boreali.

Ascoltate i Seabear anche nell’emozionate versione live di Cold summer (2010).

Enjoy and breathe the colors!

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