Per non credere alle proprie orecchie… un salto in Mongolia

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Mongolia

Quando, dopo il Nord America, ho iniziato a pensare all’articolo successivo, mi è subito venuta in mente l’Asia. Davanti ai miei occhi si sono accese, istintivamente,  tre luci: India, Cina e Giappone. Avrei scelto una di queste tre nazioni e avrei iniziato le ricerche ma, improvvisamente, mi sono resa conto di voler andare oltre l’ovvio – non che le musiche indiane, cinesi e giapponesi lo siano – e di voler approfittare della vastità, varietà e fascino del continente asiatico per avventurarmi in ambienti geografici e musicali ancora più remoti e meno conosciuti.  Passando in rassegna, nella mia mente, i Paesi vicino-medio-estremo orientali, mi sono chiesta: ma qual è la nazione di cui, anche musicalmente, non so quasi nulla? Presto detto e presto scelto: la Mongolia!

Il primo pensiero dopo questa scelta: che gran figata! 😀

Il secondo pensiero: Aiuto! Mettiamoci a indagare visto che qua si brancola nel buio e… nel vuoto delle steppe asiatiche. 

La Mongolia è un paese dal fascino misterioso: grandi, grandissimi spazi naturali ancora incontaminati; poca, davvero pochissima gente dai larghi sorrisi nonostante le temperature a decine di gradi sotto zero per buona parte dell’anno; tradizioni di sciamanesimo e nomadismo. Già queste cose me la fanno sembrare una regione leggendaria e volentieri salirei su un aereo per Ulan Bator, capitale dal nome quasi epico. Poi è saltata fuori la questione relativa ai canti tradizionali delle tribù mongole e lì, dopo diversi momenti di piacevole sconcerto da bocca aperta, ho pensato… no, in verità, all’inizio, non sono riuscita a pensare a niente, tanta la meraviglia di ascoltare persone in grado di cantare in un modo tale da suonare CONTEMPORANEAMENTE come il ronzio di base della cornamusa, un piffero e un uccellino che cinguetta al mattino.

Prendetevi qualche minuto di tempo per ascoltare questo fenomeno – non trovo altre parole – e passare alcuni momenti di shock, con espressione beota!

Non sarò certo io a spiegarvi nel dettaglio i meccanismi di questo tipo di canto perché non ne sarei capace. Ho letto qualcosa ma ho capito davvero poco! Oltre a dirvi che vorrei provarci anche io ma che di sicuro pregiudicherei a vita tutto il mio apparato fonatorio in tentativi disperati di riuscirci, posso raccontarvi che cantare in questo modo significa realizzare il khoomei. Portentosi maestri in questa specialità sono principalmente i componenti della tribù dei Tuvan, di stirpe mongola ma localizzati principalmente nella Repubblica siberiana di Tuva (lo so, la Russia ritorna sempre, in qualche modo!), confinante con la Mongolia. Non sembrerebbe ma le genti in grado di produrre questi miracoli vocali sono il corrispettivo asiatico dei cowboys statunitensi o, meglio ancora, dei nostri butteri maremmani: i testi dei loro pezzi parlano soprattutto di natura e cavalli. Ah, guai a praticare il khoomei tra le mura di casa o, nel loro caso, all’interno della yurta (tipica tenda da loro usata come dimora mobile)… il vero khoomei si realizza vicino a fiumi, alberi e cascate, insomma, immersi nella natura.

Dopo questo salto nelle tradizioni mongole più antiche, ho scoperto qualcosa di più attuale: gli Hanggai. Si tratta di un gruppo di musicisti, di base in Cina ma di fiera origine mongola, che ha pensato bene di rispolverare i costumi musicali tradizionali miscelandoli al contemporaneo. Ecco che, accanto a canti tonali della famiglia del khoomei e a strumenti arcaici come il morin khuur, ritroviamo chitarre e bassi elettrici e un sound che potrebbe essere un indie-folk mongolo-rock . Il tutto da associare agli adorabili costumi folcloristici. Primo pensiero dopo tutto ciò: che gran  figata – 2! 😀

Ascoltateli in versione live nel pezzo Four Season e … ci rivediamo al ritorno in questa dimensione! 😉

Enjoy!

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