United States of Colors

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bandiera usa

Dopo la Russia, gli Stati Uniti d’America. Solo un caso, lo giuro! Nessun confronto/scontro premeditato. Nessun proposito di enfatizzare una rivalità/luogo comune anche sul piano musicale. Tutt’altro.

Nel mio immaginario la Russia e gli USA sono entrambe, prima di ogni altra cosa, due nazioni enormi, vastissimi spazi geografici, animati da una varietà di culture e voci tale da rendere difficile e forzato qualsiasi tentativo di categorizzazione. Si tratta, anzitutto, di zone ampie che si offrono a esplorazioni di ogni sorta e a esiti sorprendenti.

Questa volta siamo capitati negli USA e, no, non parleremo di cowboys e musica country – non questa volta, almeno! Devo confessarlo, sono la prima ad avere grossissime riserve sulla cultura statunitense, regina di contraddizioni troppo spesso più inquietanti che affascinanti. Individualismo, cibo spazzatura, rodeo, venerazione delle armi, self-made men, giustizia fai da te, etc. sono tratti tipici di questa cultura. A volte, però, insistere su queste caratteristiche è un po’ come insistere su pizza, spaghetti, mafia e mandolino descrivendo l’Italia. Parleremo di altro qui, perché c’è molto altro, e lo faremo attraverso la musica. 

Scegliere un’artista che rappresentasse gli USA è stato, da un lato, compito tanto arduo quanto tentare di disegnare la bandiera del Paese – qui in cima all’articolo – utilizzando un finto spray da murales con un software da disegno da quattro soldi. Dall’altro lato, considerando quanto detto finora, ho avuto ben pochi dubbi. Ho scelto una cantante, un’artista dalle mille sfaccettature, scoperta grazie a una mia carissima amica – che leggerà e si riconoscerà! (Le scoperte per merito di altre persone sono tra le più belle; significative come tutto quel patrimonio di storie popolari tramandate di generazione in generazione) – rappresentazione perfetta, a mio parere, di certa cultura statunitense, intesa come miscuglio creativo di genti e colori. Lei è Lhasa De Sela

Lhasa nasce vicino New York nel 1972 e proprio in lei si anima un incontro di culture diverse. Padre messicano, madre statunitense, nonno panamense e bisnonno libanese, chiamata come la città sacra del Tibet, cresce in un’ambiente di grande condivisione e vive una vita on the road. Canta le canzoni che lei scrive e arrangia in inglese, francese e spagnolo. Si assiste, attraverso esse, alla fusione di generi musicali diversi, dal blues alla musica gitana dell’Est Europa, specchio dell’unione di tradizioni lontane l’una dall’altra ma confluite nelle sue note e nelle sfumature della sua voce.

Il pezzo che mi appresto a condividere è tratto dal suo secondo album, The living road (2003), nominato tra i migliori album “cross-culturali”. Non si tratta di un ascolto facile eppure su di me ha agito come una sorta di ipnosi e, nel contempo, come mezzo di trasporto per luoghi lontani ma profondamente intimi. Eccolo qui, Anywhere on this road

Non sono riuscita a trovare un videoclip della canzone. All’inizio pensavo fosse un peccato, poi ho pensato alla bellezza di poter immaginare, senza condizionamenti visivi, tutto il mondo simbolico evocato dal pezzo. Ascoltandolo, si muovono nella mia mente, in slow-motion, immagini di lunghi percorsi, reali e metaforici, che culminano in una specie di danza sciamanica, sorretta dal crescendo mistico dell’incantevole tromba del jazzista fusion libanese Ibrahim Maalouf. Ecco un primo, meraviglioso incontro di culture e sonorità. 

Il secondo e ultimo brano che voglio qui proporre, in un’intensa versione live, è Rising, tratto dal suo terzo album, Lhasa (2009): 

Il brano è chiaramente un blues, sia nella musica che nel testo sofferto, ma ha qualcosa in più: il suono cullante dell’arpa, strumento inusuale per il genere ma simbolo, ancora una volta, dell’abbattimento di certi confini musicali. Come possa a voi suonare la voce di Lhasa è del tutto soggettivo. Personalmente, essa ha sulle mie orecchie lo stesso effetto di una carezza che su una guancia asciuga le lacrime. Una voce carica, seducente ma,  contemporaneamente, soothing, calmante, rassicurante. 

Lhasa ha lasciato questo mondo il 1° gennaio di tre anni fa. Mi piace pensare a lei come a un esempio positivo di cultura e musica statunitensi. La sua persona e la sua voce hanno abbattuto muri di genere e costruito ponti culturali. 

There is nowhere to stop/anywhere on this road, recita una parte del testo del primo pezzo qui postato, ossia, non c’è alcun posto dove fermarsi/qui su questa strada. La road, così frequente nella vita e nei testi di Lhasa, rimanda qui a qualcosa di più vasto, di universale. Sì, non ci si può fermare. Ecco perché, nonostante la sua prematura scomparsa, mi piace immaginare che certe strade d’America, e non solo, risuonino ancora della sua voce, quella dell’umanità intera. 

Enjoy!

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